Reddito universale incondizionato e tassa piatta

UBI e flat-tax

Si dice che il popolo preferisca essere ingannato.

Tassa piatta non è sinonimo di tassa bassa!

Scusate... ma chi l'ha detto che flat tax significa tassa bassa? Da dove viene questa confusione? Perché i politici italiani usano questi mezzucci per ingannare il popolo? Ci hanno provato e continuano a provarci i cinque-stelle contrabbandando una proposta di legge di reddito minimo condizionato definendola senza ragione reddito di cittadinanza e ora ci prova la Lega (sia ben chiaro che non ce l'ho con la Lega per pregiudizio ideologico essendone stato anche candidato, seppure solo per amicizia) a far credere che con la flat tax al 15% si può mantenere l'equità sociale e ridurre il prelievo fiscale. Il fabbisogno dello Stato rimane lo stesso quale che sia la forma di tassazione! Il gioco delle tre carte funziona solo per cambiare chi paga. E con la proposta di una flat tax al 15% pagano certamente i più poveri, che sono anche la maggioranza degli elettori della Lega. Quindi qualcuno ciurla nel manico perché sa benissimo che non manterrà le promesse o, se le manterrà, perderà le elezioni.

E ci si mette pure Nicola Rossi (del cui lavoro sono comunque un estimatore ante litteram) con una proposta che è la brutta copia di quella presentata insieme a Dino Rizzi venti anni fa.

Gli italiani sono stupidi, è un fatto, altrimenti avrebbero eletto Presidente del consiglio Angela Merkel. Il punto di capitone però è un altro, riguarda la qualità del Legislatore italiano, che negli ultimi settanta anni è stata tale da distruggere progressivamente anche la più remota possibilità di conservare la benché minima fiducia nelle capacità del sistema parlamentare di rispondere efficacemente alle esigenze del paese, delle minoranze e dei singoli cittadini. Per questo motivo occorre immaginare qualcosa che sia oltre la democrazia rappresentativa così come la conosciamo ormai da due secoli.

Il fisco è una questione filosofica

Contrariamente a quanto ordinariamente si è indotti a pensare dal comune sentire, definire i termini di una teoria dell'imposta non è compito del diritto, né dell'economia e tanto meno della politica, ma è essenzialmente un problema filosofico perché tocca due concetti, l'equità e l'eguaglianza, che debbono essere definiti in termini generali, cioè filosofici, prima di essere interpretati dalle specifiche dottrine. Naturalmente sono necessarie delle technicalities, ma sono soprattutto tecnicismi logico-matematici e non economici. Anche in questo caso le esigenze del calcolo prevalgono sulle specificità delle dottrine particolari.

Walter e Gigio

A Gigio è stato garantito uno stipendio di 6 milioni di euro netti all'anno. Il che fa, a spanne, dieci milioni lordi tasse comprese. Ciò vuol dire che, sempre a spanne, paga, lui o chi per lui, circa 4 milioni all'anno di imposte sul reddito. Se la proposta della Lega Nord venisse approvata dal parlamento e diventasse legge il nostro Wilt Chamberlain pagherebbe non più di 1,5 milioni.

Naturalmente noi tutti sappiamo che il novello Wilt Chamberlain prenderà ben presto la residenza a Montecarlo per meglio godere del sole della riviera e della compagnia del suo mentore e quindi dei 4 milioni di imposte non verserà più nemmeno un centesimo al fisco italiano.

Invece con la nostra proposta - dirà Matteo Salvini - tutto questo non accadrà, perché Gigio si sentirà invogliato da tanta benevolenza manifestata dall'erario a mantenere la residenza nella nebbiosa padania ed a contribuire come tutti gli altri cittadini alle spese dello Stato...

Ho un amico. Si chiama Walter. Guadagna 15.000 euri all'anno. Con poco più di mille euro al mese deve mantenere una famiglia. Ha 3.000 euri di detrazioni e deduzioni per cui paga meno di cinquecento euri di imposte. Con la proposta di Salvini perderebbe i tremila euri di agevolazioni fiscali che sarebbero però più che compensati da una franchigia di 3.000 euri pari ad un punto di break even di 20.000 euri. Insomma risparmierebbe circa cinquecento euri, ma perderebbe la quota di servizi publici corrispondente al minor gettito delle imposte che attualmente paga Gigio. Quindi con il nuovo sistema di tassazione proposto dalla Lega Nord sarebbe in perdita netta.

Si dirà: Gli italiani sono stupidi, forse ci cascano ancora.

Tax design

Ho detto che le technicalities matematiche rivestono un ruolo importante nella teoria delle imposte. Facciamo un esempio. Quando si parla di flat tax raramente si considera il fatto che semplicemente variando l'aliquota cambia la fascia sociale sulla quale ricade l'onere contributivo maggiore. La scelta dell'aliquota diventa allora determinante

Assunto che il principio di progressività delle imposte mantiene tutta la sua validità ai fini di un'equa e corretta imposizione fiscale, pur con tutte le riserve del caso ed i distinguo teorici che è possibile fare in via del tutto ipotetica (i mondi possibili sono infiniti) si tratta di determinare la forma e le condizioni della sua concreta applicazione. E qui casca l'asino.

Se l'enunciazione e la dimostrazione del principio di progressività non incontrano particolari difficoltà, di tutt'altra natura si dimostra la trasposizione del principio nella pratica.

Se nell'ambito delle scienze naturali modelli ed esperimenti consentono di applicare in modo concettualmente semplice le leggi naturali alla realtà materiale non è così nelle scienze umane dove l'effetto delle azioni può essere modificato dagli effetti di altre azioni volontarie e coincidenti della stessa natura.

Il disegno della tassazione rappresenta quindi un atto di mediazione fra opposti interessi capace di massimizzare l'utile collettivo nel rispetto dei principi scelti da quella specifica comunità come fondanti il contratto sociale. Nel nostro caso il principio di progressività, espresso in Costituzione, che esprime ad un tempo equità ed uguaglianza, è la base concettuale dalla quale si deve partire per costruire un sistema fiscale.

Malauguratamente il sistema fiscale attualmente in vigore in Italia è la parodia della progressività.

Perché si è arrivati a questo? Tre motivazioni oggettive, a mio avviso, hanno condizionato l'involuzione del sistema fiscale italiano.

  • Le difficoltà tecniche (matematiche) di formulare in modo semplice una tassazione effettivamente progressiva. Il Legislatore italiano non ha mai brillato per competenze logico-matematiche. (Cfr. l'annosa e ridicola questione della formulazione del quorum referendario)
  • L'azione corruttiva degli interessi particolari su un Legislatore, che si è dimostrato oggettivamente debole
  • L'aumento incontrollato del fabbisogno delle istituzioni publiche, al quale si è fatto fronte in modo creativo e rapsodico

Come si vede in tutti e tre i casi siamo di fronte ad un soggetto, l'elite politica e culturale del paese, che non è stato all'altezza della situazione.

Date queste premesse non si può essere ottimisti sulle prospettive di cambiamento, ma occorre provarci, almeno intellettualmente, e formulare delle ipotesi di riforma che, pur tenendo conto della situazione esistente, si proiettino in una diversa dimensione.

Questo compito, nel suo complesso, non è nelle possibilità di una singola mente, ma richiede lo sforzo di più menti associate che si uniscano a formare una diversa élite politica e culturale.

Paradossalmente il modo matematicamente più semplice per creare una progressività fiscale continua non è quello di moltiplicare gli scaglioni delle aliquote rendendole, del tutto arbitrariamente, più o meno crescenti, ma è combinare una tassazione proporzionale con un'imposta negativa.

Ridotto in questi termini il problema di una tassazione coerente con il principio di progressività diventa un problema di curve e funzioni algebriche.

Ovvero, la domanda alla quale il Legislatore dovrà rispondere è: quale curva scegliere? Poiché non tutte le curve sono uguali, quale curva meglio risponde ai criteri generali che ci siamo dati, in questo caso alla progressività dell'imposta.

Poiché i dati non mentono si tratta semplicemente di avere a disposizione i dati sufficienti per poter decidere quale curva scegliere. In Italia esistono molti enti publici, istituti di ricerca e fondazioni in grado di finanziare e svolgere il lavoro di ricerca necessario per mettere a disposizione della collettività questi dati imparzialmente. Ma questo lavoro, che probabilmente rientra nei compiti istituzionali di molte di queste istituzioni, non è mai stato svolto nel modo dovuto. Il modo dovuto è quello che offre dei dati che consentano di scegliere e non già delle risposte preconfezionate. Mi riferisco, in questo caso, al lavoro, meritorio ma concettualmente sbagliato, svolto da Nicola Rossi per l'Istituto Bruno Leoni.

Se si sceglie di optare per una tassa proporzionale unica, cioè estesa a tutti i tipi di reddito, collegata ad un'imposta negativa, al fine di ottenere una progressività continua nell'insieme del sistema, come vuole la Costituzione, non devono essere possibili eccezioni che alterino la progressività così ottenuta.

Mi fa ridere che si proponga una flat tax e poi il sistema proposto preveda scatole cinesi ad hoc per questa o quella categoria che si intende privilegiare per motivi clientelari o di immagine. Mi riferisco, in questo caso, alla proposta di legge n. 3170, presentata il 15 giugno 2015 a prima firma Fedriga

L'illusione della progressività

Sulla crisi della progressività, della sua attuazione pratica e conseguentemente dell'idea stessa, non mi soffermerò più di tanto, rinviando al saggio di Loredana Carpentieri, che nel titolo esprime già le pessimistiche conclusioni.

la progressività risulta ormai di fatto circoscritta ai redditi di lavoro e di pensione, posto che per le altre tipologie di reddito sono state via via previste forme di tassazione alternativa. I primi redditi a sfuggire alla progressività sono stati quelli più mobili: tipicamente i redditi da capitale, che ben presto hanno acquistato il beneficio della tassazione con imposta sostitutiva. Ma anche il reddito d'impresa ha rapidamente conquistato l'accesso all'aliquota proporzionale (prima con l'IRPEG e poi con l'IRES, imposta proporzionale con aliquota del 27,5 per cento) attraverso la semplice scelta di esercitare l'attività d'impresa con la struttura societaria fiscalmente più opportuna.

Anche questa residua progessività però è stravolta dalle

Dalla crisi dell'Irpef alla flat tax

Il libro di Dario Stevanato, Dalla crisi dell'IRPEF alla flat tax : prospettive per una riforma dell'imposta sul reddito è quanto di meglio io abbia letto sull'argomento.

Punti critici dell'attuale legislazione fiscale

Le critiche sostanziali che Stevanato fa all'attuale legislazione sono di due tipi: incongruità fra tassazione dei redditi da lavoro e redditi da capitale, svuotamento della progressività attuato dal Legislatore

L'Irpef realizza oggi una sorta di progressività alla rovescia, sui redditi di medio ammontare, con appiattimento della curva e tassazione sostanzialmente proporzionale del redditi più elevati. Tra gli scaglioni intermedi la scala delle aliquote è molto ripida [..] per poi sostanzialmente appiattirsi per i redditi superiori a 75 mila euro, tassati a un'aliquota del 43 per cento.

L'esenzione universale del Basic Income come orizzonte progettuale della Flat tax

un'esenzione trasversale dei redditi minimi, inferiori alla soglia di sussistenza, dovrebbe essere programmaticamente assicurata da una flat-rate tax [3]. [..] infatti, nonostante il comma 2 dell'art. 53 si riferisca al sistema nel suo complesso, e non a (tutti) i singoli tributi, nell'esperienza storica la progressività è stata ottenuta soprattutto grazie all'imposta personale sul reddito; ne deriva la tendenza a considerare imprescindibile il mantenimento del tratto della progressività nell'imposizione dei redditi, pena la violazione del principio costituzionale. [4].

Seguendo questo indirizzo, la trasformazione dell'Irpef progressiva in un'imposta proporzionale dovrebbe necessariamente accompagnarsi a un'esenzione dei redditi minimi, al riconoscimento di una personal allowance. Un'imposta ad aliquota unica priva di qualsivoglia effetto di progressività, ottenuto attraverso una deduzione alla base o detrazioni per carichi di famiglia, rischierebbe invece la dichiarazione di incostituzionalità per contrasto con l'art 53, comma 2. A meno, ovviamente, di non ritenere che un prelievo proporzionale al reddito dia comunque luogo a una progressività occulta, considerando l'imposta come il prezzo dei beni publici e dunque il suo pagamento differenziato in base al reddito come una forma di aggravamento di quelli elevati [5]

Salvaguardia del minimo vitale
Concetto

Uno dei corollari basati sulla tassazione basata sulla capacità contributiva è [..] la salvaguardia del cosiddetto minimo vitale [7]. Si tratta dell'assunto per cui, al di sotto di una certa soglia, ritenuta incomprimibile onde assicurare un'esistenza dignitosa alla persona e alla sua famiglia, non debba essere esercitato il prelievo fiscale. Il principio, la cui compiuta enunciazione si deve a economisti e filosofi morali [8]









Interessante questa annotazione. Fra le voci contrarie all'esenzione del minimo vitale A. De Viti de Marco.

Un tributo diversamente progressivo

Quanto alla soglia esente, la stessa andrebbe garantita a tutti, indipendentemente da tipo ed entità dei redditi posseduti [..] qualora la deduzione personale non venisse attribuita a tutti, l'imposta perderebbe per i redditi medio-alti i tratti della progressività [..] ponendo verosimilmente dei problemi di compatibilità con l'art. 52 comma 2 della Costituzione.

In questo senso la proposta della Lega Nord è difettiva e dimostra come da parte di chi l'ha formulata non si sia compresa la ratio immanente alla flat-tax: che non è far pagare più tasse ai poveri e meno ai ricchi, bensì l'equità fiscale. Assolutamente corrette, in questo senso, le osservazioni di Stevanato.

Per questa ragione il [..] disegno di legge della Lega Nord [..] presenta alcune criticità: quest'ultimo prevede infatti che, per i redditi superiori a 50 mila euro, si applichi l'aliquota del 15 per cento senza alcuna deduzione, in potenziale contrasto con l'esigenza di un andamento progressivo del tributo per ogni ammontare di reddito. [..] Inoltre la modesta soglia fissata [..] per la deduzione personale (3.000 euro), laddove spettante, non sarebbe in grado di tutelare efficacemente il minimo d'esistenza, con effetti distributivi avversi e incremento delle disuguaglianze, accentuati dalla scelta di un'aliquota assai inferiore alla minore aliquota Irpef oggi vigente (23 per cento) [..] Ancora, nella citata proposta di legge non si comprendono le ragioni [evidentemente le ragioni sono politiche] per il mantenimento in vita, attraverso la clausola di salvaguardia, del vigente sistema di detrazioni per i redditi di lavoro dipendente, autonomo e pensione, finalizzato ad azzerare l'imposizione.

La tassa piatta semplifica l'estensione della progressività alle imposte sulle rendite e sui profitti societari.

Tra i numerosi vantaggi della flat tax figura la possibilità di una piena integrazione tra imposta sui profitti societari e imposta personale sui dividendi. L'allineamento dell'aliquota della flat tax a quella sui redditi societari scongiurerebbe i problemi di doppia tassazione, eliminando ogni necessità di un secondo stadio di imposizione, che è invece necessario per salvaguardare la progressività nei tributi ad aliquote graduate. Nell'ordinamento italiano questa imperfetta integrazione è oggi fonte di plurime distorsioni [..]

Reddito di cittadinanza o reddito minimo?
Una falsa alternativa

Il libro di Stefano Toso si presenta, già dalla grafica del titolo di copertina che evidenzia le parole Reddito di cittadinanza e nasconde le parole O reddito minimo?, come ciò che non è. Non è un libro sul reddito di cittadinanza, sia subito chiaro. È un libro che cerca di giustificare gli squallidi tentativi di introdurre in Italia delle forme di reddito minimo, alla formulazione delle quali lo stesso Toso ha intellettualmente partecipato.

Naturalmente non nego che il libro offra un'ampia documentazione a chi si accosti alla materia per la prima volta, ma l'argomentazione è carente e le conclusioni sono francamente deprimenti. Nonostante questo cercherò di trarne qualcosa di utile.

Per una critica garbata ma puntuale delle posizioni di Stefano Toso rinvio al blog di Stevanato. Vediamo invece l'argomentazione conclusiva di Toso nella sua parte destruens.

La proposta del reddito di cittadinanza ha però due limiti, il primo insormantabile: è troppo costosa - 400 euro al mese pro capite, se proiettati sull'insieme dei residenti in Italia, vorrebbero dire una spesa annua di circa 300 miliardi di euro, una cifra solo in minima parte compensata dall'abrogazione degli attuali trasferimenti a favore dei poveri e quindi da finanziare con maggiori imposte - e rischia di svilire l'etica del lavoro poiché andrebbe anche a chi, pur potendolo fare, non offre alla società alcun contributo sotto forma di un lavoro o della disponibilità a lavorare. Il reddito di cittadinanza non è quindi un'opzione realistica.

Debbo confessare che quando leggo argomentazioni di questo tipo, specie se scritte da un professore universitario, mi cadono letteralmente le braccia. Entrambi i limiti sono contestabili, ma prima un consiglio: pensare in termini matematici quando si parla di numeri.

Il primo: Il reddito di cittadinanza è troppo costoso.

  1. Nei 300 milardi è compresa la quota dei pagatori netti, che è una partita di giro; è compresa l'iva, che è una partita di giro
  2. Verifichiamo cifre alla mano se la quota dei prenditori netti è realmente superiore rispetto agli attuali trasferimenti assistenziali erogati dallo Stato a vario titolo e nei modi più arbitrari. Non ne sarei così certo.
  3. I calcoli, per essere comparabili, devono essere fatti a parità di trasferimenti e poiché nel costo del reddito minimo è compresa una quota molto maggiore di spese di gestione a parità di trasferimenti il costo del reddito minimo è matematicamente superiore al costo del reddito di cittadinanza.

Il secondo: Il reddito di cittadinanza svilisce l'etica del lavoro.

  1. Domanda preliminare. Cos'è il lavoro? Un professore lavora?
  2. Domanda secondaria. Cos'è l'etica del lavoro? Quante risposte si possono dare a questa domanda? Morali, ma non solo, psicologiche, sociologiche, o anche filosofiche.
  3. Tralascio considerazioni etiche di equità, considerazioni sociologiche sulla riduzione del lavoro ad opera della tecnologia e sui lavoratori poveri nonostante lavorino, e lavorino in modo produttivo, ciascuna delle quali sarebbe sufficiente di per sé a giustificare eticamente, sociologicamente, psicologicamente l'adozione di un reddito minimo universale, e mi soffermo invece sull'argomentazione in sé. Etica del lavoro come disponibilità a lavorare. Il reddito di cittadinanza farebbe venire meno la disponibilità a lavorare. 400 euri al mese farebbero venir meno la disponibilità a lavorare? Credo che la risposta si dia da sé. Non voglio infierire.

Vediamo ora la parte propositiva.

Il reddito minimo ha l'ovvio vantaggio di costare meno e di essere più efficiente nell'azione di contrasto della povertà (perché non si disperde sul ceto medio e sui ricchi). Soffre tuttavia di alcune difficoltà tecniche: dai problemi di corretta identificazione degli aventi diritto alle prestazioni - l'accesso al reddito minimo presuppone che il richiedente si sottoponga alla prova dei mezzi - all'attivazione di efficaci sistemi di controllo e di monitoraggio della platea dei beneficiari, dai comportamenti opportunistici che qualunque sistema selettivo di spesa inevitabilmente produce ai possibili effetti di stigma sociale e incompleto take-up, che determinano un'indebita riduzione del numero dei soggetti assistiti.

Oltre alle due prime affermazioni, che sono state contestate sopra, Toso elenca a favore dell'adozione del reddito minimo solo dei motivi per i quali non si dovrebbe adottare il reddito minimo.... quindi trovo del tutto ingiustificabile la conclusione che ne trae. L'argomentazione è evidentemente sorretta da una logica che mi rimane oscura, di tipo non convenzionale, post-moderna direi.

A fini propositivi ed operativi, è opportuno quindi concentrare l'attenzioe sul reddito minimo.

Insomma la proposta di Toso è quella di continuare con la sperimentazione di sistemi sostanzialmente clientelari - il reddito minimo crea dei clientes controllabili a vari livelli - che in Italia sono connaturati all'agire politico, ma non funzioneranno mai per la natura propria degli italiani.

Quando si parla di cose serie cominciamo ad essere seri. Non scherziamo!

Intermezzo filosofico

nelle società odierne sopravvivere è sempre meno un fatto naturale, affidato alla libera iniziativa e alla volontà di lavorare, e sempre più un fatto sociale, dipendente dall'integrazione dell'individuo nel tessuto delle relazioni economiche e sociali [25]. Diversamente dalle società primitive, nelle quali la sopravvivenza era assicurata da un rapporto diretto con la natura, nella società capitalistica, e più che mai nell'odierna economia globalizzata, si è rotto irreversibilmente il rapporto tra sopravvivenza e occupazione teorizzato da Locke all'origine dell'età moderna [26]. [..] Di qui la stipulazione nelle odierne costituzioni, quali clausole fondamentali del patto di convivenza, dei diritti sociali positivi a prestazioni vitali, in aggiunta al diritto negativo alla vita da lesioni altrui. Di qui, in particolare, la necessità impellente, maturata in questi anni con la crescita della precarietà del lavoro e della disoccupazione, dell'introduzione, in aggiunta alla garanzia dei diritti sociali alla salute e all'istruzione, di un reddito minimo sociale ex lege, quale garanzia di quello che giustamente è stato chiamato il "diritto all'esistenza".

Intermezzo sociologico

Esistono due tipi di lavoratori dipendenti, quelli che possono essere sostituiti senza perdita e quelli che non possono essere sostituiti senza perdita. Questi ultimi hanno un potere contrattuale maggiore, proporzionale alla loro utilità per l'azienda.

Se le imposte vengono diminuite gli effetti sul salario sono diversi per le due categorie di lavoratori. I primi, quelli che possono essere sostituiti, non vedranno aumentare il loro salario perché lo sconto fiscale verrà eroso dalla contrattazione e quindi riassorbito dall'azienda per la quale lavorano. Anzi ci rimetteranno perché se il salario lordo diminuisce e diminuiscono di conseguenza i versamenti pensionistici con l'attuale sistema contributivo ne avranno una perdita.

Diverso il discorso per i lavoratori che hanno un potere contrattuale da far valere. Per loro la riduzione fiscale si tradurrà effettivamente in un aumento dello stipendio, ma solo in proporzione alle loro potenzialità produttive.

Il cumularsi di queste differenze produrrà, nel tempo, una maggiore divaricazione dei redditi, che inciderà sulla struttura della società. In pratica ai dipendenti con i salari più bassi non conviene in nessun caso una riduzione delle aliquote fiscali.

Una seconda considerazione di ordine sociologico, ma se ne potrebbero fare altre, riguarda i lavori che dipendono dall'ampiezza del prelievo fiscale.

Molti di quelli che scrivono a favore della flat tax e di una riduzione delle aliquote sono a carico della spesa publica. Mi riferisco, ad esempio, ai lavori che ruotano intorno alla politica: giornalisti, portaborse, clienti, gli stessi politici.

In tutte le proposte di introduzione della flat tax è prevista una riduzione delle aliquote ed una conseguente riduzione del gettito fiscale che viene compensato da una parte con minori prestazioni (assistenziali, previdenziali, etc.) e dall'altra con minori spese (investimenti, servizi, etc.).

Quali saranno gli effetti della riduzione del budget publico sull'occupazione dei lavoratori che ruotano intorno alla politica? D'istinto siamo portati a rispondere che ci sarà una riduzione di questi lavori ed in parte, per alcune categorie, può essere vero. Però è anche vero che riducendo le voci di spesa è possibile che per le voci rimanenti la disponibilità residua sia maggiore che in precedenza. Ergo, se ne deve dedurre che tutti coloro che scrivono a favore della riduzione della spesa publica siano convinti di essere tra i beneficiari della riduzione del budget.

Quale aliquota scegliere?

Qualche anno fa il Nobel per l'economia Herbert A. Simon faceva questo ragionamento: Quante sono le esternalità che debbono essere considerate come possedute congiuntamente dai membri di tutta la società? Quando confrontiamo i paesi più poveri con le nazioni più ricche, è difficile concludere che il capitale sociale possa produrre meno del 90 per cento del reddito in società ricche come quelle degli Stati Uniti o dell'Europa nordoccidentale. Per motivi morali, allora, potremmo discutere di una tassa forfettaria sul reddito del 90 per cento per restituire quella ricchezza ai suoi veri proprietari. Negli Stati Uniti, anche una flat tax del 70 per cento potrebbe sostenere tutti i programmi governativi e consentire il pagamento, di 8.000 dollari all'anno per abitante, o di 25.000 dollari per una famiglia di tre persone. Quindi se è vero che solo il 10% del reddito guadagnato è il corrispettivo delle capacità e dello sforzo personale, mentre tutto il restante 90% dipende dal capitale sociale, allora anche un'aliquota del 70% che lascia tre volte il corrispettivo di quello che si è guadagnato con il proprio lavoro sarebbe generosa.

How large are these externalities, which must be regarded as owned jointly by members of the whole society? When we compare the poorest with the richest nations, it is hard to conclude that social capital can produce less than about 90 percent of income in wealthy societies like those of the United States or Northwestern Europe. On moral grounds, then, we could argue for a flat income tax of 90 percent to return that wealth to its real owners. In the United States, even a flat tax of 70 percent would support all governmental programs (about half the total tax) and allow payment, with the remainder, of a patrimony of about $8,000 per annum per inhabitant, or $25,000 for a family of three. This would generously leave with the original recipients of the income about three times what, according to my rough guess, they had earned.

Una prima ipotesi

Probabilmente del 30%, così ha risposto Allister Heath, giornalista, direttore del The Sunday Telegraph, autore del libro A Flat Tax: Towards a British Model, in un'intervista al Guardian alla domanda su quale aliquota flat sia possibile attestarsi.

Un'aliquota del 30% è attendibile 𐡀. Se consideriamo, come fa Heath, un'area non tassata di 12.000 sterline (che si possono arrotondare a 15.000 euro) è possibile fare alcuni calcoli, ovviamente nell'ipotesi che vengano abolite, e quindi non considerate, tutte le detrazioni e le deduzioni attualmente in vigore.

R. lordo 15.000 18.000 30.000 45.000 100.000 300.000 3.000.000
Aliquota 0% 5% 15% 20% 25,5% 28,5% 29,85
Imposta 0 900 4.500 9.000 25.500 85.500 895.500
R. netto 15.000 17.100 25.500 36.000 74.500 214.500 2.104.500

Formalmente e lessicalmente si tratta a tutti gli effetti di un'aliquota progressiva, sebbene la curva dell'aliquota salga rapidamente da 0 al 20% per poi appiattirsi e tendere all'infinito approssimandosi al 30%. Naturalmente con un'aliquota diversa la curva sarebbe diversa e questo incide sulla valutazione della progressività.

Curva delle aliquote
Diagramma comparativo della curva delle aliquote flat tax

Sempre secondo questi calcoli avremo un'imposta negativa di 4.500 €. Circa 400 € al mese. Non è molto, ma anche in questo caso è attendibile che UBI non possa discostarsi di molto da questa cifra. Per diversi motivi, fra i quali il fatto che esistono retribuzioni lavorative a tempo pieno di 800 € mensili e non è ragionevole che UBI superi la metà delle retribuzioni più basse.

Così, ad esempio, una retribuzione di 10.000 € avrebbe un'imposta negativa di 1.500 € e quindi il reddito disponibile verrebbe integrato a 11.500 €.

In questa ipotesi si prevede che l'imposta negativa venga distribuita indipendentemente dall'età. Quindi una famiglia di quattro persone percepirà un'imposta negativa molto generosa: 18.000 €. Si tratta comunque di un calcolo ragionevole sotto diversi punti di vista, che qui non ho tempo di approfondire.

Sono esclusi da questa ipotesi solo i casi di grave invalidità, che richiedono assistenza differenziata. In questi casi l'erogazione del sostegno avverrà necessariamente con l'utilizzo della prova dei mezzi (means test) e con il subentro dello Stato nelle attività e nell'asse ereditario della persona. Oggi accade che persone abbienti ricevano sostegno dallo Stato e lascino eredi enti religiosi o parenti che nulla hanno contribuito al loro sostegno (esperienza personale).

Sempre con il break even a 15.000 € l'imposta negativa (UBI) varia a seconda dell'aliquota flat prescelta.

Aliquota 15% 30% 40% 70%
Imposta negativa - UBI 2.250 4.500 6.000 10.500

Da questa semplice tabella si vede come le aliquote estreme portino, per opposti motivi, ad imposte negative non congrue con la realtà economica esistente oggi in Italia.

Questioni di equilibrio dell'imposizione fiscale

Chi l'ha detto che UBI debba essere finanziato esclusivamente con i proventi dell'imposta sul reddito delle persone fisiche?

Aliquote relative

Avete presente il dibattito su salario monetario e salario reale? Le aliquote, ovvero le curve, debbono essere legate al reddito monetario o al reddito reale?

Costo del reddito universale incondizionato

Nel calcolare il costo del reddito universale incondizionato nessuno considera che si tratta di un importo lordo dal quale si deve detrarre l'iva.

Diversamente dagli altri aiuti publici, che possono essere accantonati, UBI è costruito in modo che debba essere speso immediatamente, entro un mese dall'erogazione, se l'erogazione è mensile, quindi non può essere accantonanto e poiché verrà speso per lo più in generi di consumo, che scontano un'iva, l'importo corrispondente ritornerà immediatamente nella disponibilità dello Stato. Con calcolo prudenziale si può stimare nel 10% questo importo. Quindi se 4.500 € per 60 milioni di cittadini (a spanne) fa 270 miliardi, il costo reale di UBI è in realtà di 243 miliardi, sempre a spanne.

All'obiezione, che trattandosi di generi di consumo l'iva comunque verrebbe versata e quindi è già conteggiata, si può rispondere che questo vale certamente per una parte, ma non per tutta l'iva. L'effetto di UBI è comunque quello di aumentare i consumi e quindi anche le imposte sui redditi e quindi le entrate publiche. Insomma è un moltiplicatore il cui valore con stima prudenziale è valutabile come detto almeno nel 10% dell'importo complessivo.

Schema di conclusione

Aggirato, con una adeguata interpretazione della parola criteri, lo scoglio rappresentato dall'art. 53 della Costituzione, si presenta l'ostacolo posto dall'art. 3, in particolare dal comma secondo che stabilisce: E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Cosa debba intendersi con la generica formulazione ostacoli di ordine economico e sociale è piuttosto complesso. Certamente in essa è compreso ciò che è imprescindibile alla vita, cioè un reddito minimo, sebbene questa interpretazione non abbia mai turbato più di tanto il nostro Legislatore.

Quindi il criterio di progressività, per essere tale e rispondere ai requisiti previsti dall'art. 53, deve stabilire quale sia il reddito minimo necessario alla vita che la comunità (lo Stato) ha comunque l'obbligo costituzionale di assicurare a tutti i cittadini. Ovvero, se la progressività può essere ridotta ad una sola aliquota questa aliquota deve essere stabilita in funzione del minimo necessario per vivere in una determinata società e prevedere che questo minimo sia effettivamente distribuito a tutti.

Dal punto di vista concettuale, e solo da questo punto di vista, la flat tax è il cavallo di troia per obbligare il Legislatore ad approvare il reddito di cittadinanza.

Ovvero, secondo una corretta interpretazione, la Costituzione italiana non consente di approvare un'imposizione fiscale di tipo flat tax se non collegata alla distribuzione di un reddito minimo universale.

Il problema però non è risolto e si pone nel momento in cui si debba concretamente quantificare il reddito minimo necessario per vivere. Dal punto di vista della legge si può fare come Ponzio Pilato e come ha fatto la Costituzione italiana affidando alla parola criteri la determinazione concreta della progressività e fermarsi ad una formulazione generica di reddito vitale.

Questo però consentirebbe al futuro legislatore di stravolgere la ratio della norma, utilizzando, ad esempio, la statistica.

segue...

MP

Bibliografia

Loredana Carpentieri
- L'illusione della progressività. Contributo allo studio del principio di progressività nell'ordinamento tributario italiano, Dike Giuridica Editrice, Roma, 2012
Gruppo Economia Lega Nord
- Flat Tax documento politico, URL
Dario Stevanato
- La giustificazione sociale dell'imposta: tributi e determinabilità della ricchezza tra diritto e politica, il Mulino, Bologna, 2014
- Dalla crisi dell'IRPEF alla flat tax : prospettive per una riforma dell'imposta sul reddito, il Mulino, Bologna, 2016;
Stefano Toso
- Reddito di cittadinanza o reddito minimo?, il Mulino, Bologna, 2016