+ Polinimia e pseudonimia in Søren Aabye Kierkegaard

Polinimia e pseudonimia in Søren Aabye Kierkegaard

Indice

  • I - Joakim Garff - SAK
  • II
  • III
  • IV
  • V
  • VI
  • VII
  • VIII
  • IX
  • X
  • XI - Première et dernière explication
  • XII - Una prima e ultima spiegazione
  • XIII - Il punto di vista della mia attività di scrittore
  • XIV - Sguardo su uno sforzo contemporaneo nella letteratura danese
  • XV - Un frammento sugli Pseudonimi
  • XIV
  • XVII - André Clair - Pseudonymie et paradoxe
  • XVIII - Polinimia e pseudonimia

I

Il mio interesse per la biografia di Søren Aabye Kierkegaard è motivato essenzialmente dalla ricerca di qualche indizio sulla genesi degli pseudonimi con i quali sono firmati i suoi scritti estetici e filosofici.

A questo riguardo, malauguratamente, anche la monumentale biografia di Joakim Garff, recentemente publicata per i tipi di Castelvecchi nella traduzione dal danese di Simonella Davini e Andrea Scaramuccia, offre spunti poco significativi. Forse K. ha ragione quando afferma di non avere volutamente lasciato appigli al lettore desideroso di introdursi nella sua intimità.

Lo stesso Kierkegaard era [..] il primo a intervenire sulle sue carte, scrivendo sempre con la consapevolezza, per così dire, che i lettori futuri lo guardassero alle spalle. Foglio rimosso dal journal, si legge pertanto quando Kierkegaard ha compiuto un intervento nel suo journal eliminando una o più pagine, probabilmente perché esse non alimentavano il mito Kierkegaard, bensì riflettevano soltanto l'uomo dallo stesso nome. Anche metodi di censura più semplici, come cancellature e crocettature o intere pagine di fitti scarabocchi d'inchiostro, tradiscono lo zelo con cui Kierkegaard pianificava di giungere ai posteri: Dopo la mia morte, si legge in una celebre annotazione, non si troverà nelle mie carte (e questa è la mia consolazione) una sola spiegazione di ciò che in realtà ha riempito la mia vita. Non si troverà nei recessi della mia anima quel testo che spiega tutto e che spesso rende per me di enorme importanza avvenimenti che il mondo considera bagatelle, e che anch'io considero insignificanti appena tolgo quella nota segreta esplicativa.

Søren Aabye Kierkegaard nasce il 5 maggio 1813 a Copenhagen settimo e ultimo figlio di Ane Sørensdatter Lund (1768-1834) e Michael Pedersen Kierkegaard (1756-1838) e muore, sempre a Copenhagen, il 18 novembre 1855.

Una madre assente

La figura della madre non appare mai nell'opera di Kierkegaard, né viene mai ricordata nei diari.

Stando alle scarse fonti documentarie, Ane deve essere stata una donna bonaria e prosperosa, semplice e allegra. È certo che non sapesse scrivere: la sua firma nei documenti pubblici è stata fatta con la guida di una mano esterna. Forse sapeva leggere un po', [..] Per via della sua natura semplice non ispirò mai una riproduzione poetica e forse la si può appunto solo presentire [ane in danese] nella produzione letteraria del figlio, dove si descrive la donna di casa come factotum utile e discreto nella dimora degli uomini. Søren Aabye non la nominò mai nei suoi journaler e non le dedicò mai un suo scritto, nemmeno un discorso edificante. [15]

Al posto che dovrebbe essere occupato dalla madre compare, invece, un'altra figura femminile, anch'essa assente, ma molto più ingombrante: Regine Olsen.

Sul significato di questa presenza-assenza, cioè di questa mancanza, è piuttosto facile avanzare delle supposizioni; nessuna delle quali sembra, a prima vista, avere un legame diretto con la pseudonimia.

Un padre ingombrante

Il padre invece è presente, forse troppo presente. A lui sono dedicati tutti gli scritti edificanti, che rappresentano una parte consistente, l'unica rivendicata come autografa, dell'estesa produzione letteraria che va sotto il nome di Kierkegaard. Inoltre il suo ricordo ritorna più volte nei diari .

come fosse davvero Michael Pedersen Kierkegaard non lo sappiamo, anche se grazie alla produzione letteraria e ai journaler del figlio ci paia di sapere perfino troppo.

In questo brano il biografo utilizzando tre lunghe citazioni cerca di afferrare, e nel contempo farci afferrare, il nucleo essenziale del rapporto di Søren Aabye con il padre.

[..] «È però orribile», afferma nell'estate del 1848, se solo per un momento ripenso al tenebroso retroscena della mia vita fin dai suoi primissimi momenti. L'angoscia di cui mio padre mi ha riempito l'anima, la sua tremenda malinconia, tutto quello che al riguardo non posso nemmeno annotare. È stata un'angoscia simile che mi ha preso per il Cristianesimo, e tuttavia io mi sentivo attirare con gran forza ad esso. Con un'ambivalenza emotiva e una malintesa lealtà che può ricordare la paradossale dedizione della vittima di un incesto, Kierkegaard generalmente si confida mettendo tra parentesi che suo padre era il migliore e più affettuoso di tutti i padri; è questo il caso del journal del 9 giugno 1847, dove le parentesi sono del tutto concrete: (Dio misericordioso! Però anche mio padre nella sua malinconia mi ha fatto un torto terribile: un vecchio che scarica tutta la sua profonda malinconia sopra un povero bambino, per non parlare di ciò che è ancora più tremendo. Eppure, nonostante tutto ciò, era il migliore dei padri!). Qualche tempo dopo nello stesso journal senza data: Questa è la difficoltà della mia vita. Io sono stato educato molto severamente al Cristianesimo da un vecchio: per questo la mia vita è profondamente turbata e ciò mi ha portato a conflitti a cui nessuno pensa e di cui ancora meno parla. Quando il figlio l'anno successivo scrive Il punto di vista per la mia attività di scrittore, il rapporto viene espresso nella sua forma ufficiale: da bambino fui educato in modo grave e severo al Cristianesimo, umanamente parlando fui educato in modo folle: già nella primissima infanzia sono stato oppresso da quell'impressione che il vecchio malinconico, che me l'aveva inculcata aveva a sua volta subito: un bambino — che follia! — vestito per essere un vecchio malinconico. Terribile! Perché stupirsi allora se ci sono stati momenti in cui il Cristianesimo mi è parso un'atrocità disumana, benché non abbia mai, neppure quando ne ero lontanissimo, mancato di rispetto nei suoi riguardi, fermamente deciso — specialmente non avendo scelto personalmente di diventare cristiano — a non iniziare mai nessuno alle difficoltà che io conoscevo e di cui non avevo mai letto o sentito parlare da nessuna parte. L'anno successivo si legge nel journal quest'annotazione freudianamente premonitrice: «È terribile vedere la leggerezza, l'indifferenza e la sicumera con cui si educano i bambini: eppure ogni uomo è essenzialmente ciò che è diventato all'età di dieci anni; eppure si scoprirà che quasi tutti hanno una tara risalente alla loro infanzia che non scomparirà nemmeno a settant'anni; e che tutte le individualità infelici si rapportano a un'impressione sbagliata della loro infanzia. Oh, che satira malinconica dell'umanità! Il Governo divino ha dispensato a quasi tutti i bambini tanti ricchi doni perché sapeva in anticipo che cosa li attendeva: essere educati dai "genitori", ossia essere scombussolati quanto è possibile a un essere umano».

Mio padre morì,
così ebbi al suo posto un secondo padre

L'annotazione ritorna in vari punti dei journaler in un intrico di variazioni; cosi bisogna fare appello a qualcosa di più di una normale buona volontà per poter astrarre dall'effetto terapeutico che la semplice messa per iscritto del trauma deve aver avuto per Kierkegaard, il quale aveva soltanto il suo journal con cui confidarsi. Naturalmente proprio il fatto che egli si liberi delle sue esperienze traumatiche mettendole per iscritto induce con facilità i posteri a concentrarsi più sull'entità del trauma che sulla distanza da esso che Kierkegaard, riga dopo riga, raggiunge. In un'annotazione degli inizi dell'estate del 1848, che viene subito al dunque, si percepisce il modo in cui la distanza si produce: «Ma la morte di mio padre fu per me anche un avvenimento terribilmente sconvolgente, in che modo non ne ho mai parlato con nessuno. Il proscenio di tutta la mia vita è stato in generale così avvolto nella malinconia più tetra e nella nebbia della miseria covata nel più profondo che non fa meraviglia ch'io sia stato quel che sono stato. Ma tutto questo resta un mio segreto».

Kierkegaard ha messo il suo lettore di fronte a questa franca reticenza così spesso che si reagisce quasi con rassegnazione. Vuole e non vuole, il suo bisogno di confessarsi è contraddistinto da un'antipatia simpatetica, da un eterno nolens volens. Ma poi, in verità, l'annotazione prosegue: «Forse su di un altro ciò non avrebbe fatto un'impressione così profonda; ma la mia fantasia, e specialmente al suo inizio, quando non aveva ancora alcun compito cui rivolgersi». La frase finisce qui ed è monca, manca almeno un verbo; Kierkegaard ha fretta di proseguire, poiché si è spinto nel territorio pericoloso in cui arte e realtà, poesia e verità, si combattono. Ancora una decina di parole nella stessa direzione ed egli avrebbe rivelato di essere un pirata letterario, che è dovuto andare in cerca di prede nel proprio passato, perché per anni e anni non ha trovato da nessuna parte altri argomenti che avessero l'appeal necessario per la creazione artistica. Kierkegaard omette le dieci parole per ritornare invece al suo schema ben noto: «Una tale malinconia primitiva, una tale immane dote di dolore, e quella condizione dolorosa nel senso più profondo di bambino educato da un anziano malinconico e poi un virtuosismo innato capace di ingannare chiunque come se fossi tutto vita e allegria: e poi che Dio nel cielo mi abbia aiutato come mi ha aiutato».

L'atteggiamento ambivalente di Kierkegaard nei confronti di questo anziano malinconico, che mosso da una malintesa preoccupazione avvelena la sua vita, non ha paragoni nella letteratura mondiale — nemmeno la demonizzazione di Kafka riesce a spingersi a un punto simile — e noi siamo virtualmente testimoni dei molti errori del padre: la sua repressione della sessualità del figlio, che produce conflitti psicosomatici; la morale da schiavi, dovuta all'educatore troppo duro che paradossalmente il figlio, grazie alle umiliazioni, venera e immagina di amare, perché ha paura di confessare il suo odio; il sentimento d'inadeguatezza causato dalle esagerate ambizioni morali e intellettuali del padre che il figlio doveva realizzare in sua vece; la mania di [437] persecuzione che

Questo catalogo dei metodi educativi, che in realtà hanno mutilato il bambino, potrebbe facilmente essere ampliato in larghezza, lunghezza e profondità, e come inserto speciale si potrebbero accludere alcuni flash agghiaccianti dell'infanzia che si trovano fissati nei journaler. Bisogna tuttavia limitarci a un paio di essi: «Io devo tutto a mio padre fin dal principio. Malinconico com'era, la preghiera che mi rivolse, quando mi vide malinconico, fu: "Cerca di amare davvero Gesù Cristo"». Non è certo un'annotazione allegra, e ciò che la rende particolarmente sinistra è che il figlio cita il padre con approvazione incondizionata, il che è piuttosto la regola che l'eccezione. Così, un paio di annotazioni dopo, egli ripete l'osservazione, risalente ormai a più di dieci anni prima, che il padre lasciò cadere quando il figlio avido del mondo si era lasciato scappare qualche parola sul «principe dei ladri» e sulle sue possibilità di convertirsi: «Si avvera pienamente ciò che mi disse mio padre. "Ci sono peccati da cui un uomo può essere salvato solo per mezzo di un'assistenza divina straordinaria". E a mio padre, umanamente parlando, io devo tutto. In tutti i modi egli mi ha reso infelice quanto è possibile, ha fatto sì che la mia giovinezza diventasse un tormento senza pari, che nel mio intimo fossi sul punto di scandalizzarmi del Cristianesimo, o meglio, che ne fossi scandalizzato, anche se per rispetto verso di esso decisi che non ne avrei mai fatto parola con nessuno e che per amore di mio padre avrei rappresentato il Cristianesimo nel modo più aderente possibile alla verità in contrapposizione a quella chiacchiera insensata che nella cristianità si definisce essere Cristianesimo: eppure mio padre era il padre più amorevole, e ho provato e provo un'intima nostalgia di lui, che non ho mai mancato un giorno di ricordare, mattina e sera».

È indiscutibilmente che il padre debba al figlio minore la formidabile fama postuma che ha ottenuto. Esiste uno schizzo parzialmente autobiografico intitolato De omnibus dubitandum est, risalente all'incirca al periodo in cui veniva portato a termine Enten — Eller 2, in cui un giovane di nome Johannes Climacus fornisce un'ampia e assai immodesta descrizione della propria evoluzione intellettuale. In un punto del «racconto», come viene chiamato questo itinerario, egli descrive la sua casa natale in modo così conciso ed elegante che da allora questo brano è diventato un must di ogni biografia: la sua casa non offriva molte distrazioni, e poiché non usciva praticamente mai si abituò presto a dedicarsi a se stesso e ai propri pensieri. Il padre era un uomo molto severo, in apparenza arido e prosaico, ma sotto questo abito ruvido e grossolano nascondeva una fervida fantasia che neppure l'età avanzata riusciva ad affievolire. Se qualche volta Johannes chiedeva il permesso di uscire, gli veniva per lo più negato; tuttavia, una sola volta, il padre gli propose in cambio di passeggiare su e giù per la stanza tenendolo per mano. A prima vista era un magro compenso, e tuttavia, come l'abito ruvido e grossolano, nascondeva in sé qualcosa di totalmente differente. La proposta venne accettata e la decisione di dove andare fu lasciata completamente a Johannes. Uscivano dalla Porta della città, diretti a un vicino castello di campagna, oppure alla spiaggia, o in giro per le Strade a seconda del luogo prescelto da Johannes, perché il padre era capace di tutto. Mentre camminavano su e giù per la stanza, il padre raccontava tutto ciò che vedevano: salutavano i passanti, le vetture strepitavano davanti a loro coprendo la voce del genitore, i frutti di marzapane delle pasticcerie erano più invitanti che mai. Raccontava in modo così preciso, così vivido, così evocativo fino al più insignificante dettaglio [..]. Per Johannes era come se il mondo nascesse durante il loro dialogo, come se il padre fosse Nostro Signore e lui il suo prediletto, a cui era consentito intervenire con le proprie idee pazze nei modi più bizzarri; perché egli non veniva mai contestato, il padre mai contrariato; si poteva fare tutto e sempre con piena soddisfazione di Johannes.

C'è una leggerezza amorevole, quasi lirica, nel gesto letterario con cui Kierkegaard riesce — per il momento — a distanziarsi dalle esperienze traumatiche dell'infanzia. Mani invisibili hanno rimosso ogni elemento di disturbo facendo ammutolire tutte le voci al di fuori di quella del padre e del figlio. Ci si dimentica in fretta che l'episodio ebbe luogo «una sola volta», e si identifica subito Johannes con Soren Aabye; in tal modo la scena scivola silenziosamente nel soggiorno di Nytorv n. 2. E quindi non passa molto tempo prima che l'episodio appaia come un fatto biografico, il che avviene solo nella misura in cui un racconto narra anche qualcosa del suo narratore. Dall'immagine delle passeggiate nella stanza del padre si ha l'impressione di un uomo molto determinato che vuole che il figlio ripeta dal punto di vista intellettuale quel successo che egli aveva ottenuto dal punto di vista economico. Da adulto quindi Soren Aabye poté perfino rievocare — e approvare! — le «migliaia di volte» che suo padre gli aveva fatto presente che se si voleva davvero concludere qualcosa come scrittore si doveva «scrivere in una lingua europea», e non in quella lingua provinciale — Krähwinkelsprog — chiamata danese.

Che l'idillio a tinte pastello di casa Kierkegaard sia un postulato poetico, lo si capisce solo quando il Kierkegaard adulto, scalino dopo scalino, fa scendere il lettore giù per una scala lunga e stretta e lo conduce nel cortile interno della sua infanzia. «E però orribile», afferma nell'estate del 1848, «se solo per un momento ripenso al tenebroso retroscena della mia vita fin dai suoi primissimi momenti. L'angoscia di cui mio padre mi ha riempito l'anima, la sua tremenda malinconia, tutto quello che al riguardo non posso nemmeno annotare. È stata un'angoscia simile che mi ha preso per il Cristianesimo, e tuttavia io mi sentivo attirare con gran forza ad esso». Con un'ambivalenza emotiva e una malintesa lealtà che può ricordare la paradossale dedizione della vittima di un incesto, Kierkegaard generalmente si confida mettendo tra parentesi che suo padre era il migliore e più affettuoso di tutti i padri; è questo il caso deljournal del 9 giugno 1847, dove le parentesi sono del tutto concrete: «(Dio misericordioso! Però anche mio padre nella sua malinconia mi ha fatto un torto terribile: un vecchio che scarica tutta la sua profonda malinconia sopra un povero bambino, per non parlare di ciò che è ancora più tremendo. Eppure, nonostante tutto ciò, era il migliore dei padri!)». Qualche tempo dopo nello stesso journal senza data: Questa è la difficoltà della mia vita. Io sono stato educato molto severamente al Cristianesimo da un vecchio: per questo la mia vita è profondamente turbata e ciò mi ha portato a conflitti a cui nessuno pensa e di cui ancora meno parla. Quando il figlio l'anno successivo scrive Il punto di vista per la mia attività di scrittore, il rapporto viene espresso nella sua forma ufficiale: da bambino fui educato in modo grave e severo al Cristianesimo, umanamente parlando fui educato in modo folle: già nella primissima infanzia sono stato oppresso da quell'impressione che il vecchio malinconico, che me l'aveva inculcata aveva a sua volta subìto da bambino - che follia! - vestito per essere un vecchio malinconico. Terribile! [..] L'anno successivo si legge nel journal quest'annotazione freudianamente premonitrice: Egrave; terribile vedere la leggerezza, l'indifferenza e la sicumera con cui si educano i bambini: eppure ogni uomo è essenzialmente ciò che è diventato all'età di dieci anni; [..]

[..] restituendo gli ultimi ventisei ristalleri dell'enorme somma di 1.262 ristalleri, il debitore annota nel registro contabile del padre: «E dal momento che mio padre mi ha aiutato a uscire dall'imbarazzo, con ciò gli esprimo il mio ringraziamento». Questa parola, «imbarazzo», grida quasi al cielo, perché se c'era qualcosa che il padre aveva fatto, era aiutare il figlio non già a uscire, ma a entrare in ogni sorta d'«imbarazzo», e la sincerità della successiva espressione di ringraziamento appare quindi tutt'altro che travolgente.

Il padre e gli pseudonimi

Nella conclusione troviamo il primo rimando agli scritti pseudonimi (e unica proposta di interpretazione del loro significato); nei quali, secondo Garff, in mancanza di fonti documentarie, sono celati i segreti del rapporto con il padre.

Kierkegaard sapeva certamente ciò di cui parlava; ma fino a quel momento non parlava di ciò che sapeva. Nei suoi journaler si cerca invano il contenuto concreto dell'impudente abuso paterno, ma ciò non significa che esso sia scomparso dalla storia, tutt'altro. Col suo traumatizzante abuso, infatti, il padre ha dotato il figlio di un capitale artistico che questi riesce ad amministrare in modo geniale investendolo [24] nei suoi scritti pseudonimi. Se si vogliono carpire i suoi segreti, quelli cruenti e quelli meno cruenti, si è pertanto rimandati a prestare ascolto a questi scritti, con sospetto, più e più volte.

Poscritto

Tralascio alcune centinaia di pagine e mi soffermo invece sulle ultime opere pseudonime. Se escludiamo le annotazioni contenute nei diari, la produzione letteraria di Kierkegaard si restringe a pochi anni, esattamente dal 1841 al 1849. Ma già nel 1846, quando Søren Aabye ha 33 anni, la sua attività di editing ha una svolta conclusiva.

[287] [..] L'abbandono ufficiale dell'attività di scrittore ha luogo il 27 febbraio 1846 con la pubblicazione del Poscritto conclusivo non scientifico alle Briciole filosofiche. Composizione mimico-patetico-dialettica, Saggio esistenziale di Johannes Climacus. Qui Climacus presenta al suo lettore una grandiosa panoramica di tutta la produzione, da Enten — Eller fino a Stadi sul cammino della vita compresi. «Sguardo su uno sforzo contemporaneo nella letteratura danese», così Climacus chiama il suo adattamento, che viene condotto come l'indignata rivelazione di una frode letteraria: un Mag. Kierkegaard sconosciuto a Climacus e alcuni autori pseudonimi hanno per anni pubblicato proprio le opere che Climacus stesso aveva in mente di scrivere (solo Briciole filosofiche gli riesce di portare a termine). Ciò gli dà ampia possibilità di commentare tutti questi scritti, le cui reciproche relazioni egli mette a punto così minuziosamente da dare quasi vita a un parallelo pseudonimo del tanto spesso rinnegato «sistema» hegeliano.

Nello stesso Poscritto si trova però anche «Una prima e ultima spiegazione», firmata S. Kierkegaard, il quale riconosce la paternità della sua produzione pseudonima, nel mentre però sottolinea che l'applicata pseudonimia o polinomia non ha avuto una ragione casuale nella mia persona [..], ma una ragione essenziale nella stessa produzione, che per la varietà della battuta e la diversità psicologica delle varie individualità richiedeva spregiudicatezza nel bene e nel male, nella contrizione e nell'esultanza, nella disperazione e nella baldanza, nella sofferenza e nel giubilo, ecc., la quale idealmente è limitata solo dalla coerenza psicologica, cosa che nessuna persona effettivamente reale nella limitazione morale della realtà oserebbe concedersi o potrebbe volersi concedere. Quanto scritto dunque è, sì, mio, ma solo nella misura in cui ho messo in bocca all'individualità poetico-reale dell'autore la sua concezione della vita per mezzo dell'udibilità della battuta. Il mio rapporto è infatti ancora più esteriore di quello di un poeta che crea poeticamente dei personaggi e però è lui l'autore della prefazione. Io sono cioè impersonalmente, o personalmente alla terza persona, un suggeritore che ha prodotto poeticamente degli autori, le cui Prefazioni sono a loro volta loro produzione, anzi i loro stessi nomi lo sono. Così nei libri pseudonimi non c'è una sola parola da parte mia; non ho alcuna opinione su di essi, se non come terzo, non conosco il loro significato se non come lettore. [..] Il mio desiderio, la mia preghiera [288] è perciò che, se a qualcuno venisse in mente di voler citare anche una singola frase di questi libri, mi faccia la cortesia di citare il nome del rispettivo autore pseudonimo, non il mio, vale a dire di dividere in tal modo tra di noi, affinché la frase, femminilmente, appartenga allo pseudonimo, la responsabilità, civilmente, a me. Tra i singoli autori pseudonimi e Kierkegaard stesso non c'è dunque — o forse appunto c'è solo — il più remoto legame, «mentre sono in senso proprio e diretto totalmente autore, ad esempio, dei discorsi edificanti e di ogni parola in essi contenuta».

Quando si leggono queste righe, che concludono dunque l'attività di scrittore, ci si sente riportati ai prologhi con i quali Victor Eremita o Hilarius Rilegatore o chiunque altro introducono i loro racconti fittizi. E del resto la radicalità con cui Kierkegaard pratica il ripudio suscita diffidenza nei confronti dell'attendibilità delle sue dichiarazioni, avvalorando al contempo l'ipotesi che proprio pubblicando i suoi scritti in maniera pseudonima, Kierkegaard ha potuto permettersi di scrivere cose estremamente private. Di ciò a cui nei journaler è vietato l'accesso, perché qui egli scrive col proprio nome, gli scritti pseudonimi danno una visione ben più diretta. La sua indignata reazione alle recensioni critiche va ascritta, come si è detto, non solo alla vanità ferita, ma anche al fatto che i suoi scritti hanno — anche — il carattere di autosvelamento della letteratura di confessione. Con la scrittura egli ha scavato molto in profondità dentro di sé e in tal modo il suo sé è sgorgato fuori nella scrittura. Con piacevole sobrietà dice del resto nel 1847: «Per molti anni la mia malinconia ha fatto sì ch'io non potessi giungere a dare, nel senso più profondo, del tu a me stesso. Tra la mia malinconia e il mio tu c'era tutto un mondo fantastico. E questo mondo che, in parte, ho riversato negli pseudonimi». [..]

Il punto di vista per la mia attività di scrittore

Nel 1848 completa la redazione de Il punto di vista per la mia attività di scrittore. Una comunicazione diretta. Rapporto alla storia, una sorta di camaleonte che si tiene in bilico tra l'autobiografia ed il testamento letterario e si ripete l'esperienza di spersonalizzazione nei confronti del testo, che più volte Kierkegaard aveva provato.

Mentre lavora al Punto di vista Kierkegaard fa un'esperienza terribile. Si rende conto di non essere affatto il vero autore della sua produzione letteraria, ma semmai un coautore o una sorta di ghost writer che scrive per un altro e perciò non può pronunciarsi sul significato più intimo di quanto scritto.

Kierkegaard non può quindi autorizzare la «totalità della produzione letteraria» nel proprio nome, ma deve spargere l'autorizzazione a ventaglio, per cui Il punto di vista, che sarebbe dovuto essere «una comunicazione diretta» e un «rapporto alla Storia», è diventato tutt'altro che diretto e soprattutto sembra fare rapporto di una pluralità di punti vista contrastanti. Nel corso del mese di marzo del 1849 Kierkegaard, scrive dunque una versione molto ridotta, ma non riesce a decidersi a pubblicare nemmeno questa. Uscì solo due anni dopo, il 7 agosto 1851, con il titolo Sulla mia attività di scrittore, mentre il manoscritto originario del Punto di vista venne messo da parte per l'edizione postuma, di cui si occuperà Peter Christian Kierkegaard nel 1859; dopodiché esso è forse finito in una delle voraci stufe della sede vescovile, e in ogni caso è andato perduto. Un recensore di «Dagbladet» non si sentì sopraffatto dalla credibilità dello scrittore: «Non crediamo certo che egli menta in modo consapevole, ma crediamo che scambi, cosa alquanto comune, l'a posteriori con l'a priori; quando, terminata la carriera letteraria, egli guarda indietro, scopre che si lascia costruire una certa coerenza tra le opere [..] Siamo pienamente convinti che non solo non è del tutto vero che le opere estetiche furono scritte con un intento religioso, ma che ciò è completamente falso». Nemmeno Eline Boisen rimase convinta e taglia corto con rabbia: «Nella sua autobiografia [..] vuole dare l'impressione che tutto il suo poetare e aspirare sia stato indirizzato a trasmettere il Vangelo alla gente; questo non può essere vero per quanto riguarda la prima parte della sua vita. Egli non ha onorato il padre e la madre e questo è il motivo per cui in patria non è stato apprezzato». [432]

Conclusione

Naturalmente questo è solo l'inizio.

II

lo «pseudonimo» nasconde, così [..] da mostrare sullo sfondo il nascosto dell'autore e, insieme, il suo compito di scrittore. Il vero pseudonimo non deve rendere la scrittura irriconoscibile, bensì portarla all'attenzione nella sua essenza nascosta. Attraverso lo pseudonimo l'autore dice molto di più di quanto non faccia col suo nome «esatto». Nello pséudos regna un nascondere che al contempo rivela.)

«Voglio scriverlo, e non mi è concesso; non voglio scriverlo, e tuttavia non posso desistere del tutto; e allora scrivo, e poi mi fermo, e ci ritorno su allusivamente in altri passi, e questo è il mio metodo»

Precisiamo a questo punto: tutte codeste ipotesi possono essere puro arbitrio se si propongono di spiegare le ragioni per cui Kierkegaard scelse quel titolo e non un altro per il suo primo scritto, il saggio critico su Andersen. Tra codeste ipotesi e il contenuto del saggio non vi è alcun rapporto evidente. Esse superano di gran lunga l'esiguo spazio di speculazione consentito dalla modesta sorpresa dinanzi a un titolo come Dalle carte di uno ancora in vita scelto con qualche bizzarria per un saggio su Andersen, e lasciato aperto dal fatto, indubbiamente importante per Kierkegaard, che da quel momento l'autore sia ricorso per più di dieci anni all'artifizio degli pseudonimi e delle sedicenti rivelazioni di carte o di comportamenti altrui.

Tutte quelle ipotesi si basano sulla presunzione che Kierkegaard fin dal principio della sua attività di scrittore scegliesse titolo e metodo di composizione delle sue opere in base a un programma di doppi sensi e di ambiguità estremamente enigmatico di per sé, oltre che sistematicamente sviante.

I dati «oggettivi» della biografia di Kierkegaard, considerati dall'esterno, non sono assolutamente tali da consentire una conferma o una smentita. Kierkegaard, tuttavia, in uno scritto pubblicato postumo, Il punto di vista sulla mia attività di scrittore, ha tracciato le linee prospettiche che parrebbero fondare nel quadro della sua esistenza quel singolare programma. Tale autoritratto è, se si vuole, un'autogiustificazione, e già solo per questo (oltre che per altre ragioni) ha lasciato diffidenti o apertamente critici molti studiosi.

Nel Punto di vista, Kierkegaard dichiara di non essere mai interiormente e sostanzialmente mutato durante la sua attività di scrittore. Da quando incominciò a scrivere e a pubblicare (dai venticinque anni circa) egli fu sempre accanitamente fedele al suo dovere di scrittore religioso. Fu senza tregua il combattente impegnato in una lotta che aveva per posta la salvezza delle anime altrui e, in rapporto con la fedeltà a quell'impegno, della sua stessa anima. Non variò l'obiettivo, ma variò incessantemente la tattica. Si finse esteta e «scrittore estetico» perché i suoi lettori e in generale coloro che lo circondavano erano sensibili soltanto al linguaggio e agli stimoli dell'estetismo, avrebbero scartato con diffidenza ammonimenti espressamente edificanti. Ma, sotto quelle parvenze, inoculò l'inquietudine religiosa in una gente ormai lontana dal cristianesimo, infiacchita, sedotta dall'ottimismo e dalla pratica del compromesso. Doveva innanzitutto attirare l'attenzione dei miopi e dei tiepidi con qualsiasi mezzo, per somministrare loro senza che subito se ne accorgessero il farmaco dell'assillo religioso. Doveva agire nell'incognito più rigoroso. Se appena si fossero accorti del suo animo e delle sue intenzioni, avrebbero opposto alla sua attività resistenze insormontabili. Prima ancora della sua opera, doveva mascherare se stesso. Assunte le sembianze del viveur, le «maniere oziose e divertenti d'uomo avvezzo alla vita dei non [..] senza il calcolato tratto di scettica superiorità e di balenante aristocrazia che era indispensabile per esercitare piena seduzione sul prossimo, Kierkegaard (sempre stando alle sue dichiarazioni) aveva finto spontaneità e gioiosità appena incrinate da quel tanto di distacco che rendeva più credibile e seducente la sua maschera di perfetto dandy. Con quella maschera si muoveva, ingannatore e fascinatore, tra i sedotti dall'estetismo che pure credevano di essere ancora cristiani. E sia come smaliziatoflâneur, sia come portatore degli pseudonimi con cui pubblicava le sue opere «estetiche», privava gli altri di ogni consapevole difesa e riserva verso l'attività che perseguiva dolorosamente, inoculando loro senza che se n'avvedessero e potessero opporvisi il senso della contraddittorietà del loro vivere, le ansie e gli assilli che portano all'inquietudine religiosa, cioè al primo passo verso la salvezza dell'anima.

Nella ripartizione delle sue opere offerta ai posteri dal Punto di vista Kierkegaard colloca fra gli scritti «estetici» una parte amplissima della sua produzione: per lo più saggi, ma anche opere narrative oltre che scritti più palesemente o convenzionalmente filosofici (in generale, d'altronde, gli scritti di Kierkegaard tranne alcuni rari casi sfuggono alle consuete categorie letterarie; l'essay trapassa nella narrazione o si spezza per lasciarle posto, e la narrazione si apre alla speculazione; flusso e alternanza si susseguono con durezza e organica necessità). Agli scritti «estetici» Kierkegaard fa seguire quelli in cui esigenze tattiche lo indussero ad affrontare con sistematica aggressività la problematica filosofica, in forme non troppo dissimili dalle consuete alla trattatistica e specialmente alla trattatistica etica; e infine quelli espressamente religiosi. Nel Punto di vista egli anche a proposito di questa ripartizione insiste sul proprio atteggiamento interiore perennemente immutato. La ripartizione, secondo le sue dichiarazioni, tira le fila delle sue tattiche mutevoli e non certo denuncia le fasi di un'ipotetica sua metamorfosi interiore. Ben lungi dall'essere passato attraverso un'effettiva adesione all'estetismo e poi all'etica dei filosofi per giungere infine alla pura esperienza religiosa e alla esplicita pratica dell'edificazione, egli ha usato di volta in volta gli strumenti più opportuni per raggiungere sempre il medesimo scopo. Scrittore religioso fin dal primo istante, dopo essersi guadagnato l'interesse degli esteti fingendosi uguale a loro, ha poi adottato le armi dei filosofi e dei moralisti, per gettare infine le molte maschere e parlare senza infingimenti quale religioso. I suoi ultimi scritti sono un esplicito e durissimo attacco contro la Chiesa di Danimarca, da lui accusata di essersi comodamente insediata nel compromesso mondano, nel più ottimistico lassismo, nella quiete dell'anima che è la morte dell'anima.

Pubblicato postumo, questo autoritratto è stato considerato ben di rado attendibile. Gli uni hanno obiettato che Kierkegaard, nonostante le sue dichiarazioni di immutatezza interiore, probabilmente passò davvero attraverso i due stadi estetico ed etico che egli denuncia quali puri tatticismi, prima di approdare alla fase ultima, religiosa. Il passaggio dallo stadio estetico a quello etico è stato configurato da questi esegeti sia in termini di vera e propria successione cronologica, sia (più spesso) quale moto alterno, soggezione di volta in volta all'attrazione predominante della sfera estetica e di quella etica. Altri, pur dando credito a Kierkegaard per ciò che riguarda la sua immutatezza interiore, hanno riconosciuto in lui una immutata ambiguità e fondamentalmente un immutato estetismo in perenne dialettica con velleità religiose mai giunte a realizzarsi veramente. E vero, essi dicono, Kierkegaard non è mai mutato; ma ciò significa esattamente il contrario di quanto egli sostiene nel Punto di vista: in realtà la sua stessa presunta religiosità è estetismo, egli non è stato affatto il lucidissimo stratega di cui vorrebbe lasciare l'immagine, ma un uomo che non riuscì mai a sperimentare la paradossale esperienza religiosa della quale dichiarò d'essere profeta e missionario. L'alternativa espressa nel titolo di Aut-Aut, la scelta radicale, si tradusse nella sua vita e nel suo pensiero in un involontario compromesso, in un perenne et... et. .. I suoi pseudonimi e i personaggi dei suoi scritti in cui riversò qualcosa di sé non furono maschere ma potenzialità irrealizzate. Il suo proclamato mimetismo tattico con gli esteti non fu altro che il comportamento di un esteta sufficientemente romantico per nutrire distacco e avversione verso il suo essere tale.

Abbiamo menzionato così, più di sfuggita che sinteticamente, alcune fondamentali riserve poste all'attendibilità dell'autobiografia postuma di Kierkegaard, non per impostare un discorso sul merito di esse, bensì soltanto per mostrare quanto poco Kierkegaard fu creduto quando parlò di sé nel modo che pareva più esplicito. Le autobiografie suscitano sempre qualche sospetto se vi si riconoscono tratti di autogiustificazione, sospetto tanto maggiore se l'autogiustificazione sembra spiegare anziché alcuni singoli atti il comportamento di tutta una vita. Si può dire, però, che Kierkegaard fu particolarmente non creduto.

III

Negli anni 1844-1848 la vita estetica ovvero l'estetica della vita occupa una larga parte della coscienza di Kierkegaard

On s'en aperçoit bien à l'existence qu'il mène alors. C'est celle d'un écrivain extrêmement laborieux, mais jouissant sans scrupule de tous les avantages terrestres attachés à une position très confortable. Il possède un logement excellent. C'est tout d'abord de 1844 à 1848 une partie d'une maison de famille située 2, place du Marché-Neuf, la place où il y a le plus de rêverie et où en effet Kierkegaard pouvait surveiller du haut de sa fenêtre tous les manèges du vieux Copenhague, l'hôtel de ville accueillant de gros fonctionnaires du haut de son portique énorme et important, la fontaine auprès de laquelle les ménagères et les servantes emplissaient leurs paniers et tout ce petit monde de marchands, de voituriers, de balayeurs et de passeurs, avec lesquels notre philosophe aimait tant à prendre langue. Mais au bout de quatre ans, il se lasse de ce décor trop familier et coup sur coup loue deux appartements des plus cossus en pleine ville: logements considérables pour un célibataire, six pièces de maître, plus les dépendances. Dans chaque pièce règne une douce température: on y trouve ample provision de livres (la bibliothèque de Kierkegaard comportait 2.197 numéros), un écritoire et du papier sur lequel le maître de céans ne cesse de noter références ou pensées. Une gouvernante tient la maison, un domestique veille à ce que tout soit prêt au goût du maître quand il rentre, l'accompagne parfois dans ses sorties et fait les commissions les plus invraisemblables, une femme de journée abat le gros de la besogne, un secrétaire met au net les lettres et les écrits du philosophe, et dans les périodes de grande production doit lui servir de plastron pour l'entretenir en état de grâce littéraire.

La garde-robe de Kierkegaard continue à être bien fournie et il possède un remarquable assortiment de chapeaux et de cannes. Mais le grand luxe, en dehors de l'éclairage et du chauffage, est certainement la table. Peu de mets, mais toujours parfaits: le bouillon très concentré ou la bisque très épaisse (généralement deux fois par jour), le cantaloup au sherry, une belle pièce de poisson ou de volaille (la préférence allait au canard, à l'oie, au saumon), un entremets, une tasse de moka remplie de sucre ras bord, et une bonne bouteille de vin fin, généralement de France, tel était le repas habituel du philosophe; dans la journée et dans la nuit le café toujours très sucré, avec ou sans crème, était son ami favori.

Les dépenses de la vie sociale étaient par contre réduites à l'extrême. Kierkegaard ne voyait presque personne, à peine sa propre famille, et il ne recevait jamais. Ses entrevues avec le roi Christian VIII - qui était curieux de connaître cet écrivain original et qui le reçut avec beaucoup de bonhomie - furent une des rares apparitions de Kierkegaard dans les cercles officiels. Par contre, depuis le temps où son père le menait par les rues de Copenhague et où il admirait au parc de Frederiksberg le vieux roi Frédéric VI conduisant lui-même sa barque sur l'étang comme un Lohengrin de légende, Kierkegaard a gardé cette impression que tout Copenhague est sa propriété personnelle. Tous les après-midis il sort se promener à travers les rues de sa bonne ville, accrochant çà et là un ami qu'il prend par le bouton de sa redingote et pousse peu à peu dans le feu de la discussion jusqu'au mur de la maison voisine, le plus souvent prenant plaisir à converser avec les petites gens de métier, goûtant leurs remarques pleines d'humour, jouissant de les sentir flattés et pleins d'une admiration manifeste. Le dimanche il assiste au service divin, généralement au culte que l'évêque Mynster tient à la cathédrale, écoute le sermon avec intérêt tout en dévisageant les jolies femmes de l'assistance, et l'après-midi il se mêle à la foule des promeneurs aux portes de la ville, ou sur le front de mer.

Mais lorsqu'il a une panne d'idées et qu'il sent le besoin de fouetter à la fois son organisine et son imagination créatrice, Kierkegaard s'approprie un nouvel espace vital. Laissant sa maison mais non ses projets, il loue à la journée une calèche rapide et fonce à brides abattues à la Zélande familière. Ce qu'il recherche surtout ce sont les forêts de hêtres dont les fûts d'un blanc laiteux saluent au passage sa mélancolie voyageuse, ou les sapins austères et élancés qui semblent fuir les bords de la route pour rechercher eux aussi leur austère solitude. Le but de la promenade est quelque auberge rustique célèbre pour sa bonne table et pour son emplacement pittoresque. Kierkegaard, connu dans toute la région, y est reçu en grand honneur: c'est le Magister en personne! Il commande son potage et son canard favori, fait un tour en forêt, revient plein d'appétit et déjà riche d'idées que le secrétaire note en toute hâte. Au retour il est déchainé, grisé par la vitesse, l'air vif, la bonne chère et le sentiment d'avoir retrouvé tout le feu de son génie: on s'aperçoit de sa bonne humeur à ses pourboires qui sont royaux, et à son ardeur nouvelle. Aussi ces promenades ont-elles tendance à s'allonger - certaines dureront jusqu'à six jours - et à se multiplier. A la période qui nous intéresse il convient d'en mentionner une quarantaine par an: elles représentent une dépense de sept cents couronnes, pour l'équipage seulement, le triple au moins pour l'aubergiste et les pourboires, bref une vingtaine de mille francs de notre monnaie actuelle. Mais pour le moment Kierkegaard ne manque pas d'argent. La succession paternelle a laissé environ 150.000 couronnes, soit un million et demi de francs 1944; il peut s'offrir pendant un certain temps le luxe de dépenser 13.000 à 15.000 couronnes par an, alors que ses ouvrages ne lui en rapportent que 1.500!

Mais cette vie solitaire, où la lecture alterne avec la méditation, tend d'elle-même à imprimer à son œuvre un caractère de plus en plus intellectuel et concentré. C'est ce qui apparaîtra si l'on compare deux volumes écrits à quelques années d'intervalle, les Miettes philosophiques parues le 13 juin 1844 et le Post-Scriptum final non scientifique aux miettes philosophiques publié le 27 février 1846.

Sugli pseudonimi.

La multiplicité des personnages pseudonymes ne peut en effet avoir pour but de masquer l'identité de l'auteur, qui est vite découverte : elle parvient du moins à conserver une certaine homogénéité de forme à des ouvrages faits de parties très différentes Où les essais esthétiques alternant avec des notes personnelles à peine démarquées ou de courts romans plus ou moins auto-biographiques, comme le Journal du Séducteur. Dans ces pages qui s accumulent nous trouverons donc aussi bien des types déjà connus, mais lestés à nouveau du message dont lescharge l'auteur, quedes créations destinéesà incarnerde nouveaux profils psychologiques, de nouvelles valeurs humaines. Constantin Constantius, le jeune homme, «le couturier», l'assesseur Wilhelm, le couple Johannès et Cordelia, défileront devant nous, tout aussi réels ou tout aussi Imaginaires que Faust et Marguerite, Don Juan, Elvire ou Marie Beaumarchais qui leur tiennent compagnie. Pas plus qu'il ne s'identifie à aucun d'eux, l'auteur ne veut de reconnaître en leur ensemble. Et lorsqu'il lui semble avoir réuni un nombre sufsant d' épisodes pour pouvoir présenter sous forme de livre un premier ieu de ces représentations lyriques, il le fera éditer par un certain Victor Eremita, personnage parmi d'autres personnages, mais monade de référence, Où les autres viennent pour ainsi dire refléter leur être propre.

IV

[..] Au cours des quatre derniers mois on m'a souvent fait l'honneur immérité d'attribuer publiquement à ma plume nombre d'articles substantiels, instructifs, pleins d'esprit, parus dans divers journaux, ainsi que certains pamphlets, légers en apparence seulement, car pour le fond, il est assez solide, assez riche, assez lourd de sens pour leur [302] assurer sans nul doute une signification rien moins qu'éphémère. Pendant un temps, j'ai essayé de fermer les yeux sur les multiples reproches implicites de ces éloges; mais plus ils devenaient nombreux, moins j'y réussissais. La voix de ma conscience finit par m'accuser avec tant d'insistance que je ne pus davantage me soustraire à ses décrets. «Quatre mois ont encore passé», telles furent ses paroles. «Qu'as-tu fait pendant ce temps?» Si tu avais vraiment écrit tout ce qu'un public bienveillant t'attribue, ou encore, en rabattant un peu sur tes prétentions, car l'on t'a quelquefois pris pour l'auteur d'ouvrages diamétralement opposés, si tu en avais du moins écrit une partie, quelle belle activité ne laisseras-tu pas derrière toi! Non seulement tu aurais fait œuvre utile mais, comme dirait le pasteur, tu aurais incité d'autres à suivre ton exemple. Alors ta vie n'aurait pas été vouée à un oubli mérité, car elle aurait laissé dans ton Œuvre un souvenir ineffaçable; bien plus, l'on aurait peut-être écrit ta biographie, citant ta vie en exemple, et même, qui sait, dans Folkebladet [2] ou dans Naturen, Mennesket og Borgeren [3]. L'on aurait dit de toi : Si jeune et déjà tant d'énergie! Voyez, aurait-on dit en te désignant, comme il poursuit inlassablement son activité ! Si. l'âge venant, les souvenirs désertaient en foule ma mémoire, jamais le temps ne parviendrait à effacer cette impression-là. J'eus honte de moi, honte devant les excellentes personnes qui avaient nourri et diffusé d'aussi favorables opinions à mon sujet. Mon âme humiliée se ressaisit ; je pris une résolution énergique. Fais publiquement l'aveu de ta faiblesse, de ton inaction, me dis-je ; c'est à ce prix seulement que tu peux espérer t'amender. Me voici donc à un moment décisif, face aux lecteurs : je reconnais mon insuffisance; je n'ai rien écrit, pas une seule ligne. Je reconnais ma faiblesse, je suis totalement étranger à cette Œuvre, à chacune de ses parties — je n'y ai aucune part, même pas la moindre. Courage, mon âme, car je l'avoue: bon nombre de ces écrits me sont inconnus. Qu'on me juge avec sévérité, comme je l'ai mérité. Que, pour ma juste punition, l'on renonce aux hautes opinions qu'à ce jour l'on s'est faites à mon sujet. Qu'on se garde bien de me croire l'auteur, fût-ce d'une seule ligne. Qu'on me montre tel que je suis, dans toute mon indigence, afin que je serve d'exemple salutaire à la jeunesse. J'aurai la force de m'y résigner. Mais m'étant soumis au châtiment, je voudrais prier mes contemporains de ne point abandonner tout espoir à mon sujet, vu la force morale dont j'ai fait preuve. Peut-être pourrais-je, un jour, répondre tant bien que mal aux espérances naguère fondées sur moi. Je ne doute pas, tant s'en faut, que mes aimables contemporains ne s'y montrent tout disposés; je redoute plutôt leur bienveillance et crains qu'ils ne s'avisent de me décerner encore le titre d'auteur faisant ainsi oeuvre énergique au service du temps et coopérant avec lui. Or, cela, je ne puis le permettre ni le tolérer, car c'est un obstacle au perfectionnement de mon âme. En conséquence, je prie les excellentes personnes qui s'intéressent à moi de ne jamais me considérer comme auteur d'un écrit qui ne porte pas mon nom.

[p. 364-365] A propos de Confession publique, on peut lire dans le Journal de l'été 1848 (Pap. IX A 166):

«Déjà l'article intitulé Confession publique, qui fut un signal d'alarme (j'avais, à l'époque, terminé le manuscrit de L'Alternative qui le suivit immédiatement ; or l'article en question était, de plus, une mystification: après avoir récusé la paternité de nombreux articles de journaux — que personne au demeurant ne m'avait imputée — je finis par demander aux gens de ne jamais me considérer comme l'auteur d'un livre qui ne portait pas mon nom. Et ce fut à ce moment précis que je me proposai de commencer l'œuvre pseudonyme), laissait prévoir que dans le domaine littéraire j'entendais respecter un homme: le professeur Heiberg, lui et Mynster; tous deux furent désignés de façon aussi explicite que possible. Mais voici que Heiberg lui-même en vient à publier son compte rendu sur L'Alternative; plein de morgue et de fatuité, il est assorti d'une promesse inconsidérée que Heiberg n'a jamais tenue. Ensuite ce dernier m'oppose la résistance des coteries, essaie de m'ignorer: falsification pure dans une littérature aussi peu abondante. Tout cela provoque une montée spectaculaire de la grossièreté. J'étais l'homme qui pouvait et devait frapper fort, mais empêché en l'occurrence parce que sans cesse obligé de tenir en haleine une possible polémique contre Heiberg. Enfin, j'assenai un coup à l'ignoble réaction — et Heiberg me laissa tomber. Pourtant, combien de fois auparavant n'avait-on pas insinué mon approbation sinon mon indulgence à l'égard de cette opposition. On fut édifié! Mais Heiberg dit à part lui si Kierkegaard pouvait seulement bien s'enferrer sur la question, quelle aubaine! Pfui! »

En fait d'articles, Kierkegaard en avait publié quatre, le premier en 1834, signé «A» les deux autres en 1836, signés «B», le dernier en 1836 également, mais sous son nom: OC I (SV2 XIII 11-13, 14-20, 21-32 et 33-44). A propos du «compte rendu» de Heiberg, cf. le remerciement » que Kierkegaard publia en 1843 (OC IV 326-331 et la note explicative de la p. 326).

V

Kierkegaard non nomina mai Sul concetto di ironia. La cosa tuttavia è meno disperante di quanto sembri se si considera il criterio con cui Kierkegaard suddivide la sua produzione. Distingue cioè tra comunicazione diretta e indiretta; la prima a contenuto edificante, la seconda critico; la prima a suo nome, la seconda pseudonimica. L'esclusione di Sul concetto di ironia dal novero è dunque categorica, non imputabile a dimenticanza o disistima, è a parte obiecti: Sul concetto di ironia è infatti a contenuto critico e a nome dell'autore. Se però si va a vedere cosa Kierkegaard intende per comunicazione indiretta, vediamo che la definisce immancabilmente come maieutica. Maieutica è anzi un sinonimo di quella; ma maieutica è anche, in Sul concetto di ironia, l'emblema dell'attività ironica. Non sta a me mostrare come la posizione da cui irraggiano tutti gli scritti pseudonimi di Kierkegaard sia radicalmente socratica; in parte è già stato fatto, in parte emerge con suprema evidenza dagli scritti pseudonimi stessi, vi compaia o meno il nome di Socrate. Ma siccome ciò è indubitabilmente vero, il motivo dell'esclusione di Sul concetto di ironia dal novero deve essere questo: Sul concetto di ironia è fondante della comunicazione indiretta, ne è la teoria, e in quanto tale il suo posto è precisamente liminare. È innominabile, insomma, perché fonda la (pseudo)nominazione.

VI

Katalin Nun, Jon Stewart (ed.), Kierkegaard's Pseudonyms, Kierkegaard Research, Volume 17, Ashgate, Farnham-Burlington, 2015

The creation of the series of pseudonymous writings allowed Kierkegaard to distance himself from the content of his works. It made it possible for him to present ideas in the name of a fictional author, This was not unusual at the time; indeed, the famous Danish-Norwegian writer Ludvig Holberg (1684—1754) used pseudonyms a century earlier, and this Was also a common practice among both the German Romantics [1] and many authors of the Danish Golden Age. [2] But in Kierkegaard's case the matter was more complex and even convoluted. He used a pseudonym not because he feared persecution from the censors, as was often the case, but for different reasons like those just noted concerning his conceptions of Christianity and communication.

VII

La production esthétique de Kierkegaard n'a-t-elle pas jailli avant tout d'un besoin d'extérioriser des conflits personnels que la décevante histoire des fiançailles avait encore ravivés? Elle l'aida d'ailleurs à surmonter l'angoisse et la mélancolie dont il souffrait. Ma mélancolie durant bien des années a fait que je n'arrivais pas à me dire «tu» à moi-même au sens le plus profond. Entre ma mélancolie et moi, il y avait tout un monde imaginaire. C'est lui qu'en partie j'ai épuisé dans mes pseudonymes. En effet, cette œuvre signée de pseudonymes qui le représentent sans se confondre entièrement avec lui, animée par des personnages ou il incarne tel ou tel aspect de son Moi, conscient ou inconscient, semble avoir joué dans la thérapeutique de ses obsessions un peu le même rôle que celui qu'on attribue à l'emploi actuel du psychodrame. [..] L'usage des pseudonymes ne répond-il pas enfin au goût de Kierkegaard pour la méthode indirecte? Comme Socrate, il préfère au discours direct le discours indirect, ironique, équivoque, en harmonie avec son penchant pour ce qui est secret et mystérieux. Il aime les représentations alambiquées, compliquées, les voies tortueuses, et ainsi que le souligne fort justement Hj. Helweg, ses pensées suivent plus souvent une spirale qu'une ligne droite.

VIII

Angaaende en Yttring i Efterskriften til »Afsluttende Efterskrift« i Forhold til Udgivelsen af Skrifterne om min Forfatter-Virksomhed.

Yttringen er: Der er saaledes i de pseudonyme Bøger ikke et eneste Ord af mig selv; jeg har ingen Mening om dem uden som Trediemand, ingen Viden om deres Betydning uden som Læser, ikke det fjerneste private Forhold til dem, som dette da er umuligt at have til en dobbelt reflecteret Meddelelse. Et eneste Ord af | mig personligt i mit eget Navn vilde være den anmassende Selvforglemmelse, der forskyldte med dette ene Ord, dialektisk seet, væsentligen at have tilintetgjort Pseudonymerne.« Nu kunde man sige, at i »Regnskabet« fE er der jo talt ligefrem om Pseudonymerne, efterviist den ledende Tanke gjennem det Hele. Herved maa bemærkes. Deels, at hvad jeg den Gang skrev kan være ganske sandt, og det Senere lige saa sandt, fordi jeg nemlig den Gang ikke var videre i Udvikling, endnu ikke havde forstaaet mig i den definitive Tanke for hele Productiviteten, endnu ikke engang med Bestemthed turde sige, om det ikke muligt endte med, at jeg fandt Noget, der stødte mig tilbage fra Christendommen, medens jeg dog i religieus Begeistring vedblev af yderste Evne at løse den Opgave at fremstille hvad Christendom er. Deels, at jeg jo heller ikke i Skrifterne om min Forfatter-Virksomhed taler ligefrem om Pseudonymerne eller identificerer mig med Pseudonymerne, men blot viser deres Betydning som Maieutik. Endeligen, at jeg jo tilføier: saaledes forstaaer jeg det Hele nu, at jeg ingenlunde selv saaledes har overskuet det Hele fra Begyndelsen, saa lidet som jeg tør sige, at jeg strax har forstaaet, at det Pseudonymes te??? var | Maieutik, da det tillige var som Digter-Udtømmelse Moment i mit eget Livs Udvikling.

IX

Søren Aabye Kierkegaard, En første og sidste Forklaring

For en Form og for Ordens Skyld vedgaaer jeg herved, hvad der realiter neppe kan have Interesse for Nogen at vide, at jeg er, som man siger, Forfatter af: Enten–Eller (Victor Eremita), Kjøbenhavn i Februar 1843; Frygt og Bæven (Johannes de silentio), 1843; Gjentagelsen (Constantin Constantius) 1843; Om Begrebet Angest (Vigilius Hafniensis) 1844; Forord (Nicolaus Notabene) 1844; Philosophiske Smuler (Johannes Climacus) 1844; Stadier paa Livets Vei (Hilarius Bogbinder: William Afham, Assessoren, Frater Taciturnus) 1845; Afsluttende Efterskrift til de philosophiske Smuler (Johannes Climacus) 1846; en Artikel i »Fædrelandet« Nr. 1168, 1843 (Victor Eremita); to Artikler i »Fædrelandet«, Januar 1846 (Frater Taciturnus).

Min Pseudonymitet eller Polyonymitet har ikke havt en tilfældig Grund i min Person (visseligen da ikke i Frygt for Lovenes Straf, i hvilken Henseende jeg ikke er mig bevidst at have forbrudt Noget, og har Bogtrykkeren, samt Censor qua Embedsmand, samtidigen med Skriftets Udgivelse altid været officielt underrettet om, hvo Forfatteren var), men en væsentlig i selve Frembringelsen, der for Replikkens, for den psychologisk varierede Individualitets-Forskjelligheds Skyld digterisk krævede den Hensynsløshed i Godt og Ondt, i Sønderknuselse og Overgivenhed, i Fortvivlelse og Overmod, i Lidelse og Jubel o. s. v., der kun er ideelt begrændset af den psychologiske Conseqvents, hvilken ingen faktisk virkelig Person i Virkelighedens sædelige Begrændsning tør tillade sig eller kan ville tillade sig. Det Skrevne er da vel Mit, men kun forsaavidt jeg har lagt den producerende digterisk-virkelige Individualitet ham hans Livs-Anskuelse i Munden ved Replikkens Hørlighed. Thi mit Forhold er end yderligere end en Digters, der digter Personer og selv dog i Forordet er Forfatteren. Jeg er nemlig upersonligt eller personligt i tredie Person en Souffleur, der digterisk har frembragt Forfattere, hvis Forord atter er deres Frembringelse, ja hvis Navne ere det. Der er saaledes i de pseudonyme Bøger ikke et eneste Ord af mig selv; jeg har ingen Mening om dem uden som Trediemand, ingen Viden om deres Betydning uden som Læser, ikke det fjerneste | private Forhold til dem, som dette da er umuligt at have til en dobbelt-reflekteret Meddelelse. Et eneste Ord af mig personligt i mit eget Navn vilde være den anmassende Selvforglemmelse, der forskyldte med dette ene Ord, dialektisk seet, væsentligen at have tilintetgjort Pseudonymerne. Saalidet som jeg i Enten–Eller er Forføreren eller Assessoren, saalidet er jeg Udgiveren Victor Eremita, netop lige saa lidet; han er en digterisk-virkelig subjektiv Tænker, som man jo gjenfinder ham i »in vino veritas«. Jeg er i »Frygt og Bæven« ligesaa lidet Johannes de silentio, som den Troens Ridder, han fremstiller, netop ligesaa lidet, og atter netop ligesaa lidet Forfatter af Forordet til Bogen, hvilket er en digterisk-virkelig subjektiv Tænkers Individualitets-Replik. Jeg er i Lidelses-Historien (Skyldig? – Ikke-Skyldig?) ligesaa lidet Experimentets Quidam som Experimentatoren, netop ligesaa lidet, da Experimentatoren er en digterisk-virkelig subjektiv Tænker og den Experimenterede hans Frembringelse i psychologisk Conseqvents. Jeg er saaledes det Ligegyldige, ?: det er ligegyldigt hvad og hvorledes jeg er, netop fordi igjen det Spørgsmaal om det nu ogsaa i mit Inderste saaledes er mig selv ligegyldigt, hvad og hvorledes jeg er, er et denne Frembringelse absolut Uvedkommende. Hvad der derfor ellers i Forhold til mangt et ikke dialektisk-redupliceret Foretagende kan have sin lykkelige Betydning i skjøn Overeensstemmelse med den Udmærkedes Foretagende, det vilde her, i Forhold til en maaskee ikke umærkelig Frembringelses aldeles ligegyldige Pleiefader, ikkun virke forstyrrende. Mit Facsimile, mit Portrait o. s. v. vilde ligesom det Spørgsmaal om jeg gik med Hat eller Kaskjet, kun kunne blive Gjenstand for Deres Opmærksomhed, for hvem det Ligegyldige var blevet vigtigt – maaskee til Vederlag for at det Vigtige var blevet dem ligegyldigt. Juridisk og literairt er Ansvaret mit (*), men dialektisk-let forstaaet er det mig, der har foranlediget Frembringelsens Hørlighed i Virkelighedens Verden, hvilken naturligviis ikke kan indlade sig med digterisk-virkelige Forfattere, og derfor ganske conseqvent med absolut Ret juridisk og literairt holder sig til mig. Juridisk og literairt, thi al digterisk Frembringelse vilde eo ipso været gjort umulig eller meningsløs og utaalelig, hvis Replikken skulde være den Producerendes (ligefremt forstaaet) egne Ord. Mit Ønske, min Bøn er det derfor, at man, hvis det skulde falde Nogen ind at ville citere en enkelt Yttring af Bøgerne, vil gjøre mig den Tjeneste, at citere den respektive pseudonyme Forfatters Navn, ikke mit, ?: dele saaledes imellem os, at Yttringen qvindeligt tilhører den Pseudonyme, Ansvaret borgerligt mig. Jeg har fra Begyndelsen meget godt indseet og indseer at min personlige Virkelighed er et Generende, som Pseudonymerne pathetisk-selvraadigen maatte ønske bort jo før jo hellere, eller gjort saa ubetydeligt som muligt, og dog igjen ironisk-opmærksomme maatte ønske at have med som den frastødende Modstand. Thi mit Forhold er Eenheden af at være | Secretairen og ironisk nok, dialektisk reduppliceret Forfatter af Forfatteren eller Forfatterne. Medens derfor vistnok Enhver, der overhovedet har bekymret sig om Sligt, hidtil uden videre har anseet mig for Forfatteren af de pseudonyme Bøger førend Forklaringen kom, saa vil Forklaringen maaskee i første Øieblik foranledige den besynderlige Virkning, at jeg, der dog selv bedst maa vide det, er den eneste, der kun meget tvivlsomt og tvetydigt anseer mig selv for Forfatteren, fordi jeg er den uegentlige Forfatter, hvorimod jeg ganske egentligen og ligefremt er Forfatter f. Ex. af de opbyggelige Taler og af hvert Ord i disse. Den digtede Forfatter har sin bestemte Livs-Anskuelse, og den Replik, der saaledes forstaaet muligen kunde være betydningsfuld, vittig, vækkende, vilde maaskee i et bestemt faktisk enkelt Menneskes Mund lyde besynderlig, latterlig, modbydelig. Om Nogen paa den Maade, ukjendt med en fjernende Idealitets dannede Omgang, ved misforstaaet Paatrængenhed mod min faktiske Personlighed har forvandsket sig Indtrykket af de pseudonyme Bøger, har narret sig selv, virkeligen har narret sig selv ved at faae min personlige Virkelighed at trækkes med istedetfor en digterisk-virkelig Forfatters dobbelt-reflekterede lette Idealitet at dandse med, paralogistisk-nærgaaende har bedraget sig selv ved meningsløst at faae min private Enkelthed ud af qvalitative Modsætningers eviterende dialektiske Dobbelthed: er sandeligen ikke min Skyld, der netop sømmeligen og i Interesse af Forholdets Reenhed fra min Side har gjort, saa godt jeg kunde, Alt for at forhindre, hvad en nysgjerrig Portion af Læseverdenen, Gud veed i Interesse for hvem, lige fra Begyndelsen har gjort Alt for at opnaae.

Leiligheden synes at indbyde dertil, ja næsten at fordre det endog af den Modstræbende: nu, saa vil jeg benytte den til en aaben og ligefrem Yttring ikke som Forfatter, thi det er jeg jo ikke saaledes, men som Den, der har havt Arbeidet med, at Pseudonymerne kunde blive det. Først vil jeg takke den Styrelse, der paa saa mangfoldig Maade har begunstiget min Stræben, begunstiget den uden maaskee een eneste Dags Afbrydelse fra Anstrængelsen gjennem 4¼ Aar, og forundt mig meget Mere end hvad jeg nogensinde havde ventet, om jeg end tør give mig selv i Sandhed det Vidnesbyrd, af yderste Evne at have sat Livet ind; mere end hvad jeg idetmindste havde ventet, selv om det Præsterede forekommer Andre en vidtløftig Ubetydelighed. Saaledes med inderlig Tak til Styrelsen finder jeg det ikke Forstyrrende, at jeg just ikke kan siges at have udrettet Noget, eller hvad der er ligegyldigere, opnaaet Noget i den udvortes Verden; jeg finder det ironisk i sin Orden, i Frembringelsens og mit tvetydige Forfatterskabs Medfør, at Honoraret idetmindste har været temmelig socratisk. – Dernæst vil jeg, efter sømmeligen forud at have bedet om Undskyldning og Tilgivelse, hvis det skulde synes Nogen upassende, at jeg taler saaledes, hvad han dog maaskee atter selv vilde finde upassende om jeg undlod: jeg vil med en erindrende Taknemlighed mindes min afdøde Fader, det Menneske jeg skylder meest af Alle, ogsaa i Henseende til min Arbeiden. – Fra Pseudonymerne skilles jeg derpaa med Tvivlsomhedens gode Ønske for deres fremtidige Skjebne, at denne, hvis den skal blive dem gunstig, maa blive det, netop som de kunne ønske; jeg kjender dem jo fra den fortrolige Omgang, jeg veed det, mange | Læsere kunne de ikke vente eller ønske: gid de da lykkeligen maatte finde de enkelte ønskelige. – Min Læser, hvis jeg tør tale om en saadan, vilde jeg udbede mig et glemsomt Minde hos i Forbigaaende, et Kjende paa, at det er mig han mindes, fordi han mindes mig som Bøgerne uvedkommende, hvad Forholdet kræver, ligesom Paaskjønnelsen derfor bydes oprigtigen her i Afskedens Øieblik, da jeg forøvrigt forbindtligst takker Enhver, der har tiet, med dyb Ærefrygt Firmaet Kts – at det har talet.

Forsaavidt de Pseudonyme paa nogensomhelst Maade skulde have fornærmet nogen agtværdig, eller vel endog nogen af mig selv beundret Mand; forsaavidt de Pseudonyme paa nogensomhelst Maade skulde have forstyrret eller tvetydiggjort noget virkeligt Godt i det Bestaaende: da er Ingen villigere end jeg, der jo bærer Ansvaret for Brugen af den paaholdne Pen, til at gjøre Afbigt. Hvad jeg saadan kjender til Pseudonymerne berettiger mig naturligviis ikke til noget Udsagn, men da heller ikke til nogen Tvivl om deres Samtykke, da deres Betydning (denne vorde nu virkeligen en hvilken) ubetinget ikke ligger i at gjøre noget nyt Forslag, nogen uhørt Opdagelse, eller stifte et nyt Partie og ville gaae videre, men netop i Modsætningen, i ingen Betydning at ville have, i paa en Afstand som er Dobbelt-Reflexionens Fjernhed at ville solo læse de individuelle, humane Existents-Forholds Urskrift, det Gamle, Bekjendte og fra Fædrene Overleverede, igjennem endnu engang om muligt paa en inderligere Maade.

Og gid saa ingen Halvbefaren vil lægge dialektisk Haand paa dette Arbeide, men lade det staae som det nu staaer.

Kjøbenhavn i Februar 1846 - S. Kierkegaard.

X

Solo fantasticamente un esistente può essere sub specie aeterni. L'esistenza nega l'eternità.

Dieu ne pense pas, il crée; Dieu n'existe pas, il est éternel. L'homme pense et existe, et l'existence sépare la pensée et l'être; elle les tient séparés l'un de l'autre dans la succession Qu'est-ce que l'exercice d'une pensée abstraite? C'est le raisonnement où il n'y a pas de sujet pensant. Il fait abstraction de tout ce qui n'est pas pensée, et seule la pensée est dans son propre milieu. L'existence n'est pas dépourvue de pensée, mais dans l'existence, la pensée se trouve dans un milieu étranger. Que signifie alors, dans le langage du raisonnement abstrait, s'informer de la réalité au sens d'existence, dont l'abstraction précisément ne tient pas compte? [..]

[..] le croyant Kierkegaard écrive: «Dieu ne pense pas, il crée; Dieu n'existe pas, il est éternel. L'homme pense et existe, et l'existence sépare la pensée et l'être ; elle les tient séparés l'un de l'autre dans la succession » (Post-scriptum aux Miettes philosophiques, OC, IX, 31). Ce texte oppose, assez classiquement, l'éternité de l'être de Dieu à la temporalité (la succession) de l'ex-istence ; plus remarquable est le lien complexe entre la pensée (humaine) et la création (divine) : la pensée est liée à la discursivité, à la succession ; c'est pourquoi l'ex-ister « sépare la pensée et l'être », elle maintient la pensée dans une temporalité qui l'éloigne de l'être. « Exister comme tel, en effet, ce n'est pas être au sens où une pomme de terre est, et pas davantage au sens où l'idée est » (ibid., p. 30).

Dire « Dieu existe » est donc équivoque : la formule change totalement de sens selon que l'on entend « exister » au premier, au second ou au troisième des sens que nous venons de distinguer. Ce n'est qu'au second de ces sens que la formule « Dieu existe » est satisfaisante. On ne peut pas davantage identifier les expressions « Dieu est » et « Dieu existe ». Dire « Dieu est » signifie « il y a un Dieu », sur le mode factuel du « il y a », sans plus ; dire « Dieu existe » a plus de force, et implique quelque chose comme une vie, une activité, un dynamisme de Dieu. Nous continuerons donc à parler d'« existence de Dieu », seule expression qui nous paraisse impliquer une position réelle dans le réel, la position réelle d'un être extérieur à moi (dans le sens métaphysique classique du verbe « exister », celui de Descartes et de Leibniz).

Les formules kierkegaardiennes que nous avons évoquées soulignent l'ambiguïté des prédicats humains quand on les applique à Dieu. Nous avons déjà rencontré cette difficulté à propos de l'apophatisme [1] on a l'impression que, appliqué à « Dieu », le mot « existence » ne signifie plus rien de ce qu'il dit spontanément. Il semble que parler d'« existence » de Dieu nous condamne à des métaphores sans issue, c'est-à-dire à un abus de langage permanent : Dieu existe, mais il n'est pas temporel [..]

Ce la philosophie réflexive et spécifiquement Lagneau Sur Dien), redécouvrira par ses voies propres est fortement formulé par Kierkegaard non comme une sortie, mais comme une critique de la métaphysique. Posl-seriptum (SV2 VII 321 ; SV3 10 36 ; OC XI, 31) « Dieu ne pense il n'existe il est L'homme pense et existe, et l'existence separe la pensée de I'être et les tient à distance l'un de Cf. aussi Pap. VII 1 A 139. II est central à cet égard que des ouvrages aient retenu des déterminations intermédiaires » (ironie, angoisse, crise, entrainement, répétition...) dans leurs titres.

XI - Première et dernière explication

[VII 616] Pour la forme et pour le bon ordre, je reconnais ici (en fait on n'a guère intérêt à le savoir) que je suis, comme on dit, l'auteur de: L'Alternative (par Victor Eremita), Copenhague, février 1843; Crainte et Tremblement (par Johannes de silentio), 1843; La Répétition (par Constantin Constantius), 1843 ; Le Concept d'Angoisse (par Vigilius Haufniensis), 1844; Préfaces (par Nicolaus Notabene), 1844; Miettes philosophiques (par Johannes Climacus), 1844; Stades sur le chemin de la vie (Hilarius le Relieur [éditeur]: William Afham, l'Assesseur, Frater Taciturnus [auteurs]), 1845; Post-Scriptum définitif aux Miettes philosophiques (par Johannes Climacus), 1846; un article dans Fœdrelandet 338, n° 1168, 1843 (par Victor Eremita); deux articles dans Fœdrelandet 339, janvier 1846 (par Frater Taciturnus).

Ma pseudonymie ou polyonymie n'a pas une raison accidentelle se rattachant à ma personne (à coup sûr, elle n'a pas été dictée [302] par la crainte d'une peine légale ; à ce point de vue, je n'ai pas conscience d'avoir contrevenu de quelque façon à la loi ; d'ailleurs, l'imprimeur et le censeur en tant que fonctionnaire ont toujours été officiellement informés de la personne de l'auteur lors de chaque publication) ; cette pseudonymie tient essentiellement à la nature même de l'œuvre; les besoins de l'affabulation, la nécessité de sérier psychologiquement les divers types d'individualités ont exigé le recours au procédé de la poésie qui a toute licence en matière de bien et de mal, de contrition ou de gaieté débordante, de désespoir et d'orgueil, de souffrance et de lyrisme, etc., licence qui n'a d'autre limite que la logique psychologique de l'idée [personnifiée], alors qu'aucune personne vraiment réelle n'oserait et ne saurait se permettre cette logique dans les limites morales de la réalité. L'œuvre écrite est donc bien de moi, mais seulement dans la mesure où j'ai fait parler et entendre l'individualité réelle en sa fiction qui produit elle-même sa propre conception de la vie qu'elle représente. Car ma situation est encore plus compliquée que celle [VII 617] d'un poète qui forge ses personnages tout en restant lui-même dans la préface l'auteur. Je suis en effet impersonnellement ou personnellement à la troisième personne un souffleur qui a poétiquement créé les auteurs qui ont eux-mêmes créé leurs préfaces et même leurs noms. Ainsi, les ouvrages pseudonymes ne contiennent pas un seul mot de moi; je n'ai aucune opinion à leur sujet sinon comme tiers, aucun savoir de leur signification sinon comme lecteur, et pas le moindre rapport privé avec eux, comme il est d'ailleurs impossible d'en avoir avec une communication doublement réfléchie. Un seul mot de moi personnellement et en mon propre nom serait un présomptueux oubli de soi qui, au point de vue dialectique, aurait pour effet d'anéantir les pseudonymes. Dans L'Alternative, pas plus que ie ne suis le séducteur ou l'assesseur, je ne suis l'éditeur Victor Eremita; exactement pas plus; il est un penseur subjectif réel en sa fiction, et tel qu'on le retrouve dans In Vino Veritas 340. Dans Crainte et Tremblement, je ne suis pas plus Johannes de silentio que le chevalier de la foi qu'il dépeint, exactement pas plus, et pas davantage encore l'auteur de la préface de l'ouvrage, laquelle est la réplique individuelle d'un penseur subiectif réel en sa fiction. Dans l'histoire de la souffrance (Coupable? - Non Coupable? 341) je ne suis pas plus le Quidam de l'expérience que l'expérimentateur, [303] exactement pas plus, puisque l'expérimentateur est un penseur subjectif réel en sa fiction, et que le Quidam de l'expérience est sa création psychologiquement logique. Je suis ainsi chose indifférente, je veux dire: quoi et comment je suis sont choses indifférentes, et justement parce que la question de savoir si le quoi et le comment de ma personne m'est au fond de moi-même pareillement indifférente, est une question absolument étrangère à cette œuvre. Ce qui donc autrement, à l'égard de maintes entreprises non dialectiquement rédupliquées, peut avoir une heureuse signification et répondre harmonieusement à l'entreprise d'un éminent esprit, ne saurait qu'apporter le trouble ici où il s'agit du père adoptif, lui-même sans intérêt, d'une œuvre peut-être non sans quelque valeur. Mon fac-similé, mon portrait, etc., comme la question de savoir si j'ai porté le chapeau ou la casquette, etc., ne saurait retenir l'attention que des gens pour qui l'indifférent serait devenu l'important - en échange peut-être d'avoir vu l'important devenir à leurs yeux l'indifférent. Je suis juridiquement et littérairement responsable *, mais, au point de vue dialectique, il est facile de le comprendre, c'est moi qui [VII 618] ai été pour l'œuvre l'occasion de s'exprimer dans le monde de la réalité qui, naturellement, ne peut entrer en relations avec les auteurs réels en leur fiction et qui, par suite, aux points de vue juridique et littéraire, s'en tient à moi avec une parfaite logique et un droit absolu. Je dis aux points de vue littéraire et juridique, car si la réplique devait donner les propres termes de l'auteur (au sens direct), toute œuvre poétique serait eo ipso rendue impossible, absurde ou insupportable. Aussi, au cas où quelqu'un voudrait citer un passage des ouvrages, mon voeu, ma prière, c'est qu'on me rende le service de citer le nom de l'auteur pseudonyme respectif, et non le mien; en d'autres termes, qu'on opère entre nous un partage suivant lequel le propos appartienne au pseudonyme comme à une femme mineure, et la responsabilité civile, à moi. J'ai très bien vu dès le début et je vois très bien que ma réalité personnelle est un obstacle gênant dont les pseudonymes, dans l'indépendance de leur passion, devaient au plus tôt souhaiter l'éloignement ou l'effacement total, tout en désirant, dans leur ironique attention, sa présence comme un obstacle propre à les rendre rebutants. Car ma situation est une synthèse où je suis [304] le secrétaire et, fait assez ironique, l'auteur dialectiquement rédupliqué de l'auteur ou des auteurs. Aussi bien, alors que quiconque s'est occupé d'une façon générale de ces questions m'a jusqu'à présent considéré sans plus comme l'auteur des ouvrages pseu-donymes avant de connaître cette explication, celle-ci risque au premier abord de produire ce singulier effet: moi, qui dois pourtant être le mieux informé, je suis le seul à me considérer de façon fort douteuse et ambiguë comme l'auteur; car je ne le suis pas à proprement parler, tandis que je suis strictement et sans réserves l'auteur par exemple des discours religieux et de chaque mot qu'ils contiennent. L'auteur fictif a sa conception précise de la vie, et la réplique qui, ainsi comprise, pourrait paraître significative, spirituelle, suggestive, risquerait de paraître étrange, singulière et répugnante dans la bouche d'une personne réelle et précise. Si quelqu'un, sans aucune idée du commerce intellectuel élevé d'une distante idéalité et mû par une indiscrétion déplacée touchant ma personne réelle, s'est fait une fausse idée des ouvrages pseudonymes et s'est dupé, réellement dupé en s'encombrant de ma réalité personnelle au lieu de suivre la danse, légère en son idéalité deux fois réfléchie où l'invite un auteur réel en sa fiction ; s'il s'est rendu la dupe d'un indiscret paralogisme en tirant d'absurde façon ma manière d'être privée de la double dialectique d'oppositions qualitatives à l'inteligence desquelles se dérobe : vraiment, ce n'est pas ma faute; [VII 619] car, justement par décence et pour que la question soit nette, j'ai fait de mon mieux et tout mis en oeuvre pour empêcher ce qu'une catégorie de lecteurs, Dieu sait dans l'intérêt de qui, a tout fait pour savoir dès le début.

A ce sujet, l'occasion semble s'offrir et même s'imposer à moi; soit donc; je vais en profiter pour donner une déclaration franche et directe, non comme auteur, puisque aussi bien je ne le suis pas tel quel, mais comme ayant poussé les pseudonymes à le devenir. Tout d'abord, je tiens à rendre grâces à la Providence qui, de tant de manières, a favorisé mon effort soutenu peutêtre sans un seul jour d'interruption au cours de quatre ans et quart de labeur, et qui m'a accordé beaucoup plus que je n'eusse jamais attendu, bien que j'ose me rendre ce témoignage que j'y ai engagé ma vie de toutes mes forces ; du moins, plus que j'eusse pu l'attendre, même si l'œuvre fournie semble à d'autres une vaste bagatelle. Aussi, fort de mes actions de grâces à la Providence, je ne me trouble pas de ce que l'on ne puisse pas précisément dire que j'ai fait quelque chose ou — et cela m'est plus indifférent — obtenu quelque chose dans le monde extérieur; ironiste, je trouve dans l'ordre et conforme à la nature de la production [305] et de mon œuvre ambiguë que mes honoraires du moins aient été passablement socratiques 342. — En second lieu, après avoir au préalable honnêtement demandé qu'on m'excuse et me pardonne si l'on trouve malséant que je parle ainsi; mais on jugerait plutôt inconvenant que je n'en fisse rien: je tiens à exprimer le souvenir reconnaissant que je garde à feu mon père, l'homme à qui je dois le plus, également en ce qui concerne mon travail 343. Enfin, je me sépare des pseudonymes en leur adressant les bons vœux que, sceptique, je forme pour leur destin futur; s'il doit leur être favorable, je souhaite qu'il comble leur désir ; je les connais pour les avoir fréquentés dans l'intimité; et je le sais, ils ne sauraient attendre ou désirer un grand nombre de lecteurs: puissent-ils donc avoir la chance d'en trouver quelques-uns à leur souhait. Quant à mon lecteur, si j'ose parler d'un mien lecteur, je voudrais lui demander de m'accorder en passant un souvenir distrait dénotant qu'il se souvient de moi comme étranger aux ouvrages pseudonymes, comme l'exige d'ailleurs la situation; et je lui en témoigne ici sincèrement ma reconnaissance au moment de nous séparer, de même que j'exprime toute ma gratitude à quiconque a gardé le silence, et ma vénération profonde à la firme Kts — qui a élevé la voix. 344

Au cas où les pseudonymes auraient offensé quelque personne respectable ou même un homme à qui je voue mon admiration; [VII 620] au cas où ils auraient d'une façon quelconque troublé ou ébranlé quelque chose de vraiment bon dans l'ordre établi, nul plus que moi qui suis responsable de l'usage qu'ils ont fait de leur plume, n'est disposé à faire amende honorable. Ce que je connais des pseudonymes ne m'autorise naturellement pas à émettre quelque affirmation ou à formuler quelque doute sur leur consentement, puisque leur importance (quelle qu'elle soit en réalité) ne consiste en rien à soumettre quelque nouveau projet, quelque découverte inouïe, ou à fonder un parti nouveau pour aller plus loin, mais au contraire à se prétendre sans aucune importance, se contentant de déchiffrer pour leur propre compte, à la lointaine distance de la double réflexion, les documents originaux de l'existence humaine individuelle, le texte ancien et bien connu [306] que nous ont transmis nos pères, et de les relire une fois encore en entier, et si possible avec plus d'intériorité.

Et Dieu veuille que nul dialecticien de pacotille ne s'attaque à ce travail, mais le laisse tel quel.

S. KIERKEGAARD. - Copenhague, février 1846.

XII - Una prima e ultima spiegazione

Formalmente e per amore di regolamento io riconosco qui, cosa ch'è difficile che qualcuno abbia interesse di sapere, ch'io sono, come si dice, l'autore di Aut-Aut (Victor Eremita), Copenaghen, febbraio 1843; Timore e tremore (Johannes de Silentio), 1843; La ripresa (Constantin Constantius), 1843; Il concetto dell'angoscia (Vigilius Haufniensis), 1844; Le prefazioni (Nicolaus Notabene), 1844; Le briciole di filosofia (Johannes Climacus), 1844; Gli stadi sul cammino della vita (Hilarius Bogbinder, William Afham, L'Assessore. Frater Taciturnus), 1845; La postilla conclusiva alle Briciole di filosofia (Johannes Climacus), 1846; un articolo nella rivista «Faedrelandet», nr. 1168, 1843 (Victor Eremita); due articoli in «Faedrelandet», gennaio 1846 (Frater Taciturnus).

La mia pseudonimia o polionimia [Polyonymitet] non ha una ragione casuale nella mia persona (certamente non per timore di una punizione da parte della legge, perché a questo riguardo ho coscienza di non aver infranto nessuna legge, e del resto lo stampatore così come il censore qua ufficiale pubblico, contemporaneamente alla pubblicazione dello scritto, sono sempre stati ufficialmente informati su chi era l'autore), ma una ragione essenziale nella stessa produzione, la quale a motivo dello stile della battuta, della varietà psicologica delle differenze individuali, esigeva dal punto di vista poetico la spregiudicatezza nel bene e nel male, nella contrizione e nella dissipazione, nella disperazione e nell'arroganza, nella sofferenza e nell'esultanza ecc.: indifferenza che non è limitata idealmente se non dalla coerenza psicologica, che nessuna persona in carne e ossa potrebbe o vorrebbe permettersi nella limitazione morale della realtà. Pertanto ciò ch'è scritto è realmente mio, ma soltanto in quanto io metto in bocca della personalità poetica reale dell'autore la sua concezione della vita, quale si può ascoltare nelle battute di risposta, perché il mio rapporto all'opera è ancora più esteriore di quello di un poeta che crea dei personaggi, eppure è lui stesso l'autore nella prefazione. Io sono infatti impersonalmente o personalmente in terza persona un suggeritore che ha prodotto poeticamente degli autori, le cui Prefazioni sono ancora una loro produzione, come lo sono anche i loro nomi. Perciò non c'è nei libri pseudonimi neppure una sola parola sul mio conto; io non ho di loro nessuna opinione se non come terza persona, nessuna conoscenza della loro importanza se non come qualsiasi lettore, neppure il più lontano rapporto privato con essi, dato che sarebbe impossibile averlo a una comunicazione doppiamente riflessa. Una sola parola da parte mia, personalmente detta a nome mio, sarebbe un presuntuoso oblio di me stesso che mi avrebbe reso responsabile con questa sola parola, dal punto di vista dialettico, di aver annientato essenzialmente gli pseudonimi. Allo stesso modo ch'io non sono, in Aut-Aut, il seduttore piuttosto che l'assessore, così non sono l'editore Victor Eremita, proprio allo stesso modo; egli è un pensatore soggettivo poetico-reale come lo si ritrova in In vino veritas. In Timore e tremore io non sono Johannes de Silentio come non sono il cavaliere della fede ch'egli presenta, e allo stesso modo non sono l'autore della prefazione del libro, la quale è la replica dell'individualità di un pensatore soggettivo poetico-reale. Nella storia della sofferenza (Reo—Non reo?) io non sono né il Quidam dell'esperimento né lo sperimentatore, perché lo sperimentatore è un pensatore soggettivo poetico-reale e lo sperimentato è la sua esposizione nella logica psicologica. A questo modo io sono l'indifferente, cioè è indifferente ciò ch'io sono e come sono, proprio perché a quest'opera non interessa affatto la questione se anche nel mio interno sia per me indifferente ciò ch'io sono e come lo sono. Perciò quel che altrimenti in molte imprese dialetticamente non reduplicate potrebbe avere la sua felice importanza in un bell'accordo con l'assunto di un personaggio eminente, non avrebbe qui, nei riguardi del padre adottivo di un'opera, forse non senza rilevo, che un effetto di disturbo. Il facsimile, il mio ritratto ecc., sarebbe come la questione se io porto il cappello o il casco, cioè non potrebbe diventare oggetto di attenzione se non per coloro per i quali l'indifferente diventato importante forse come compenso per il fatto che per loro l'importante è diventato indifferente. Dal punto di vista giuridico e letterario la responsabilità è mia [* N.A. Per questa ragione il mio nome fu posto subito come editore sulla copertina delle Briciole di filosofia (1844), perché rimportanza assoluta dell'oggetto nella realtà esigeva l'espressione di un'attenzione doverosa, che qui ci fosse un responsabile indicato per nome per assumere la responsabilità di tutto ciò che la realtà poteva offrire.], ma in un senso dialettico lato sono stato io a dare l'occasione di ascoltare quest'opera nel mondo della realtà, il quale naturalmente non puo occuparsi di scrittori poetico-reali e perciò con perfetta coerenza e con pieno diritto, dal punto di vista giuridico e letterario, si attiene a me. Dal punto di vista giuridico e letterario, perché ogni produzione poetica sarebbe eo ipso resa impossibile oppure insignificante e insopportabile se la replica dovesse essere la parola propria (in senso diretto) dell'autore.

Il mio desiderio e la mia preghiera perciò è che, se a qualcuno venisse in mente di citare qualche passo di questi libri, abbia la cortesia di citare con il nome dello pseudonimo rispettivo, non col mio, cioè di dividere le cose fra noi in modo che l'espressione appartenga femminilmente allo pseudonimo la responsabilità dal punto di vista civile a me.

Fin da principio ho visto e vedo molto bene che la mia realtà personale è causa di un disagio che gli pseudonimi dal punto di vista patetico indipendente dovrebbero desiderare di eliminare: quanto prima, tanto meglio, oppure di renderlo insignificante per quanto è possibile, pur cercando ancora con ironica attenzione di conservarlo come resistenza repulsiva. Infatti il mio rapporto a essi è l'unità d'un segretario e, ciò ch'è abbastanza ironico, dell'autore dialetticamente reduplicato o degli autori. Perciò mentre finora chi in generale si è preoccupato della cosa, prima che venisse questa spiegazione, mi ha preso senz'altro per autore dei miei libri pseudonimi; certamente la spiegazione causerà nel primo momento l'effetto strano che mentre dovrei saperlo meglio di chiunque, invece sono l'unico che non mi considero autore che in modo molto dubbio e ambiguo; perché io non sono l'autore che in senso improprio, mentre sono, in modo del tutto proprio e diretto, l'autore per esempio dei Discorsi edificanti e di ogni parola in essi contenuta. L'autore creato poeticamente ha la sua determinata concezione della vita, e la replica che cosi compresa potrebbe eventualmente essere piena di significato, spiritosa, stimolante, chissà che forse sulla bocca di un uomo reale particolare non abbia un suono strano, ridicolo, ripugnante! Se a questo modo qualcuno che non ha familiarità con l'effettivo procedere di un'idealità che impone distanza, scagliandosi per un malinteso contro la mia personalità reale, ha rovinato per sé l'impressione dei miei libri pseudonimi; se costui ha ingannato se stesso, realmente ha ingannato se stesso attaccandosi alla mia realtà personale invece di danzare coll'idealità leggera doppiamente riflessa dell'autore poetico-reale; se costui si è ingannato riuscendo con un indiscreto paralogismo e in modo insulso a isolare la mia singolarità privata dalla duplicità dialettica inafferrabile dei contrasti qualitativi: veramente la colpa non è mia, io che proprio per la convenienza e nell'interesse per la purezza del rapporto ho fatto del mio meglio da parte mia, ho fatto di tutto per impedire ciò che una curiosa porzione di lettori, Dio sa nell'interesse di chi mai, hanno fatto di tutto fin da principio per riuscire a ottenere.

L'occasione sembra invitare a questo, si, sembra quasi esigerlo perfino da parte del recalcitrante: io voglio perciò profittarne per fare una dichiarazione aperta e diretta, non come autore, perché evidentemente non lo sono, ma in qualità di chi ha lavorato a far sì che gli pseudonimi potessero diventarlo. Anzitutto voglio ringraziare la Provvidenza che in molti modi ha favorito la mia aspirazione, l'ha favorita quasi senza neppure un giorno d'interruzione durante quattro anni e un quarto e mi ha concesso molto di più di quel che comunque mi sarei aspettato, anche se in verità posso darmi la testimonianza di impegnato a questo la mia vita coll'estremo delle mie forze: molto di più di quel che mi sarei aspettato, anche se ciò che ho realizzato possa apparire agli altri una prolissa sciocchezza. A questo modo, mentre ringrazio la Provvidenza dall'intimo del cuore, non trovo che possa disturbare il fatto che non si possa dire ch'io non abbia realizzato qualcosa; oppure, ciò ch'è più indifferente, ch'io abbia ottenuto qualcosa nel mondo esteriore. Trovo, dal punto di vista dell'ironia, ch'è nell'ordine delle cose, dato il carattere della mia produzione e l'ambiguità della mia paternità di autore, che almeno l'onorario sia stato piuttosto socratico. — In secondo luogo, dopo aver chiesto in anticipo umile scusa e indulgenza, se dovesse sembrare inopportuno ch'io parli in questo modo, a qualcuno che forse poi troverebbe inopportuno se io tralasciassi di farlo, voglio con memore riconoscenza ricordare il mio padre defunto, l'uomo al quale io devo più che a tutti, anche per quanto riguarda il mio lavoro. — Con questo io mi separo dagli pseudonimi con i buoni auguri del dubbio per il loro futuro destino, che questo, se sarà a essi favorevole, sia precisamente ciò ch'essi possono desiderare: io li conosco, credo, per averli frequentati confidenzialmente e so ch'essi non possono aspettarsi o desiderare molti lettori: Dio conceda loro la fortuna di poter trovare quei pochi ch'essi desiderano. — Al mio lettore, se posso parlare di un tal uomo, vorrei chiedere di passaggio un oblioso ricordo, un segno ch'egli si ricorda di me, cioè si ricorda di me come di chi non ha a che fare con questi libri, come impone il nostro rapporto: perciò gli offro sinceramente qui nel momento dell'addio l'espressione della mia stima, come anche ringrazio molto vivamente chi ha mantenuto il silenzio, e ringrazio con profonda riverenza la ditta Kts [cioè il vescovo Mynster] — per aver parlato.

Se poi gli pseudonimi avessero in qualsiasi modo offeso qualche persona rispettabile oppure qualche uomo che anch'io ammiro; se gli pseudonimi avessero in qualsiasi modo impedito o reso ambiguo qualcosa di realmente buono nello stato presente: in questo caso nessuno è disposto più di me, che porto la responsabilità dell'uso della penna di un altro, a presentare le sue scuse. Quel ch'io conosco degli pseudonimi non mi autorizza naturalmente a fare qualche dichiarazione ma neppure giustifica qualche dubbio sul loro consenso, poiché la loro importanza (qualunque questa realmente sia) non consiste assolutamente nel fare qualche nuova proposta, qualche scoperta inaudita, oppure nel fondare un nuovo partito e nel voler andare oltre; ma precisamente nel contrario, cioè nel non voler avere nessuna importanza, nel voler leggere da soli - alla distanza ch'è la lontananza della riflessione doppia — la scrittura primitiva della situazione esistenziale umana, il testo antico, conosciuto e trasmesso dai padri, nel volerlo rileggere ancora una volta possibilmente in un modo più interiore.

E ora Dio non permetta che un improvvisatore si metta a far pratica di dialettica con questo lavoro, ma lo lasci stare così com'è.

Copenaghen nel febbraio 1846 - S. Kierkegaard

XIII - Il punto di vista della mia attività di scrittore

L'ambiguità ovvero la duplicità di tutta l'attività letteraria: se l'autore sta uno scrittore estetico o religioso

Qui tocca quindi dimostrare che una siffatta duplicità si trova da principio alla fine. Non si tratta allora di una cosiddetta duplicità, trovata da altri, così che il compito dell'interessato è di dimostrare che non esiste. Affatto, tutt'al contrario. Se il lettore non ha prestato sufficiente attenzione alla duplicità, il compito dell'autore è fare tutto per renderlo evidente quant'è possibile. Questo significa che la duplicità è cosciente, qualcosa di cui l'autore è al corrente meglio di qualsiasi altro; ciò è la determinazione dialettica essenziale di tutta la produzione e perciò essa ha una ragione profonda.

Ma se è anche così, è stata realizzata una siffatta duplicità? Non si può spiegare il fenomeno di un altro modo ossia che si tratta di un autore che prima era uno scrittore estetico, poi si cambiò nel corso degli anni e divenne scrittore religioso? Io ora non dirò che qualora fosse così, l'autore non avrebbe certamente scritto un libro come il presente, non si sarebbe certamente preso la briga di passare in rassegna l'intera produzione e soprattutto non avrebbe scelto per questo il momento quando egli appunto s'incontra con la sua prima produzione, e non voglio neppure parlare che sarebbe una cosa strana che un siffatto cambiamento fosse accaduto in così pochi anni. Quando comunque si vede che uno scrittore originariamente estetico diventa uno scrittore religioso, passano di solito alcuni anni e non sembra improbabile attribuire il cambiamento al fatto che l'autore è diventato più maturo. Ma non voglio parlare di questo: poiché anche se ciò è strano, quasi inesplicabile, anche se spinge a trovare una spiegazione di tutt'altro genere, non è però impossibile che un simile cambiamento avvenga nel corso di tre anni. Mostrerò invece ch'è impossibile spiegare il fenomeno in questo modo. Infatti, quando si osserva più da vicino, si vedrà che non sono affatto passati tre anni, ma che il cambiamento è contemporaneo dell'inizio ossia che la duplicità c'è fin dall'inizio, poiché i Due discorsi edificanti sono contemporanei di Aut-Aut. La duplicità nel senso più profondo, nel senso di tutta la produzione, non era affatto quella di cui si parlava a suo ternpo, della prima e seconda parte di Aut-Aut. No, la duplicità era quella di Aut-Aut e dei Due discorsi edificanti.

La sfera religiosa è presente subito fin dall'inizio. Viceversa il momento estetico è a sua volta presente fin nell'ultimo momento. Dopo due anni di pubblicazione di scritti unicamente religiosi, segue un piccolo articolo estetico *. Non si può quindi in nessun modo spiegare il fenomeno dicendo che qui c'è un autore estetico che col passare degli anni si è cambiato diventando uno scrittore religioso. E come i Due discorsi edificanti uscirono 2-3 mesi dopo Aut-Aut, così quel piccolo articolo uscì 2-3 mesi dopo due anni di scritti unicamente religiosi. I Due discorsi edificanti ed il piccolo articolo estetico si corrispondono in ragione inversa e dimostrano in ragione inversa che la duplicità è tanto all'inizio come alla fine. Mentre Aut-Aut si attirò tutta l'attenzione e nessuno si accorse dei Due discorsi edificanti, questi però dimostravano che era proprio l'edificante da mettere in vista, che l'autore era uno scrittore religioso e perciò mai avrebbe scritto qualcosa di estetico, ma avrebbe fatto ricorso agli pseudonimi per le pubblicazioni estetiche mentre i Due discorsi edificanti erano del Mag. Kierkegaard. Viceversa, mentre i due anni dedicati esclusivamente ai Discorsi edificanti avevano attirato possibilmente l'attenzione, nessuno forse si era accorto in un senso più profondo del piccolo articolo: esso significa che ora tutta questa produzione è a posto. Il piccolo articolo infatti è la testimonianza, a titolo di confronto, per rendere alla fine impossibile (ciò che i Due discorsi edificanti fanno all'inizio) di spiegare il fenomeno nel senso che l'autore fosse prima estetico e poi si sia cambiato diventando quello scrittore religioso: infatti egli è stato scrittore religioso fin dall'inizio ed ha scritto di argomenti estetici anche nell'ultimo momento.

Il primo gruppo di scritti è la produzione estetica; l'ultimo gruppo è esclusivamente produzione religiosa: in mezzo come punto di volta si trova la Postilla conclusiva non scientifica. Quest'opera si occupa e pone il problema, il problema dell'intera attività letteraria: come diventare cristiano. Esso a sua volta riprende coscienza della produzione pseudonima e dei 18 Discorsi edificanti intercalati, mostrando come tutto questo serve a chiarire il problema, senza dire che questa sia stata l'intenzione della produzione precedente: ciò non si poteva fare, poiché è uno pseudonimo che comprende altri pseudonimi, quindi un terzo che non può sapere nulla sullo scopo di una produzione che gli è estranea. La Postilla conclusiva non è produzione estetica, ma neppure rigorosamente religiosa. Essa è pertanto di uno pseudonimo, mentre io figuro col mio nome come editore, ciò che non ho fatto per nessuna pubblicazione estetica ** — un cenno per chi si preoccupa ed ha senso per queste cose. Così passarono due anni nei quali uscirono soltanto scritti religiosi col mio nome. Il tempo degli pseudonimi era passato. Dall'abbigliamento estetico di cui si era sbarazzato, era sorto lo scrittore religioso — e poi per testimonianza e precauzione il piccolo articolo estetico di un pseudonimo: Inter et Inter. Esso in un certo senso porta a coscienza in una volta l'intera produzione letteraria, esso ricorda a rovescio — come ho detto — i Due discorsi edificanti.

L'intera produzione, considerata nel suo complesso, è un inganno, compreso però in un certo modo

Se qualcuno volesse considerare la produzione estetica come il tutto 8 e considerare quella religiosa da questo angolo e con questa convinzione, dovrebbe considerarla come un'apostasia, una caduta. Che il presupposto di questa considerazione sia falso, l'ho mostrato nelle pagine precedenti dove si è giustificato che fin da principio sono stati forniti col mio nome i caratteri che nello stesso tempo della produzione pseudonima segnalavano la realtà religiosa.

Ma, dal punto di vista totale della produzione religiosa, la produzione estetica è un inganno e sta qui il significato più profondo della «pseudonimia». E un inganno e questo è qualcosa di ripugnante. Rispondo: non ci si deve lasciar ingannare dalla parola «inganno». Si può ingannare un uomo per la verità e si può ingannarlo, come faceva il vecchio Socrate, per portarlo alla verità. In fondo non c'è che un modo per portare alla verità un uomo, ch'è preda della fantasticheria: ingannandolo. Colui che fosse d'altra opinione, non mostrerebbe d'intendersi di dialettica, la quale però è necessaria per operare così. Infatti c'è una grande differenza fra il dialettico o la dialettica, fra queste due situazioni: quella di chi non conosce e gli si deve portare una conoscenza e costui quindi è come un vaso vuoto da riempire, come un foglio bianco sul quale si deve scrivere, e di colui ch'è preda della fantasticheria che dev'essere eliminata. Così c'è anche la differenza fra lo scrivere su d'un foglio di carta bianca ed il rivelare con l'impiego di acidi una seconda scrittura nascosta nel foglio. Se si ammette ora che qualcuno è preda della fantasticheria e che il primo compito della comunicazione rettamente intesa è di eliminare la fantasticheria, se non comincio coll'ingannare io comincio con la comunicazione diretta. Ma la comunicazione diretta presuppone che il ricevente sia del tutto a posto per quanto riguarda il ricevere; questo non è il caso, perché la fantasticheria fa impedimento. Questo significa che qui si devono anzitutto impiegare gli acidi corrosivi, ma questo corrosivo è il negativo, ma questo negativo rispetto al comunicare è esattamente un ingannare.

Che significa «ingannare»? Significa che si comincia direttamente con ciò che si vuole comunicare, si comincia con il prendere per buona la merce dell'altro. Non si comincia (per attenermi all'oggetto essenziale di questo scritto) col dire: io sono cristiano, tu non sei cristiano, ma tu sei cristiano io no. Oppure non si comincia dichiarando: io predico il cristianesimo e tu vivi in categorie estetiche — no, ma dicendo: parliamo di estetica. L'inganno sta nel parlare a questo modo proprio per giungere alla realtà religiosa. Ma secondo la supposizione anche l'altro è nella fantasticheria che l'estetica è la realtà cristiana, poiché egli pensa di essere cristiano e però vive in determinazioni estetiche.

Fin da bambino sono stato sotto il potere di un'enorme malinconia, la cui profondità trova la sua unica vera espressione nell'enorme capacità che mi è stata concessa di nasconderla sotto l'apparenza dell'allegria e della gioia di vivere — la mia unica gioia, fin dove giungono i miei ricordi, era che nessuno poteva scoprire quanto mi sentissi infelice (la grandezza della malinconia e quella non minore di dissimularla) e ciò mi rimandava a me stesso ed al mio rapporto con Dio. Da bambino ho avuto una seria e severa educazione cristiana, umanamente parlando direi pazza. Già nella primissima infanzia sono stato infranto dall'impressione sotto cui soccombeva il malinconico vegliardo che l'aveva scaricata su di me: bambino — che pazzia! — andavo vestito come un vecchio malinconico. Orrendo! Che meraviglia allora se alle volte il cristianesimo mi appariva come una crudeltà disumana, se mai — neppure nei miei traviamenti — non ho perduto il rispetto per esso, deciso — anche se non mi risolvessi a diventare cristiano di mai iniziare nessuno alle difficoltà che io conoscevo senza averle mai lette o sentite da altri. Ma non ho mai rotto col Cristianesimo, né mai l'ho abbandonato: mai ho pensato di attaccarlo - no, fin dal tempo in cui ero in grado di applicare le mie forze, avevo deciso d'impiegare tutto per difenderlo od in ogni caso per esporlo nella sua vera figura. Infatti già molto per tempo, grazie alla mia educazione, potei accertarmi come sia raro veder esporre il Cristianesimo nella sua vera figura, come invece coloro che lo difendono molto spesso lo tradiscano. Come sia anche raro che i suoi attaccanti veramente lo colpiscano, poiché a mio avviso ciò ch'essi colpiscono in modo eccellente è la Cristianità stabilita, che dovrebbe essere chiamata piuttosto la caricatura del vero Cristianesimo ovvero un enorme ammasso di fraintendimenti, illusioni ecc. con la aggiunta di una trascurabile dose di Cristianesimo. Questo era il mio modo di amare il cristianesimo: esso era per me oggetto di venerazione — senz'altro dal punto di vista umano mi aveva reso estremamente infelice. Questo dipendeva dal rapporto con mio padre, l'uomo ch'io ho amato di più — e questo che significa? Significa ch'egli era stato colui che mi aveva reso infelice — ma per amore. Il suo errore non è stato la mancanza di amore, ma quello di aver scambiato un bambino per un vecchio. Amare colui che rende felici è, nella sfera della riflessione, una determinazione difettosa dell'amore; amare uno che con cattiveria rende infelici, è virtù: ma amare colui che per amore, quindi con un malinteso, ma per amore rende infelici, questa è la formula della riflessione normale che, per quanto io sappia, non è stata finora mai descritta — per amare.

Uno dei miei più lontani ricordi è il pensiero che in ogni generazione ci sono due o tre che devono essere sacrificati per gli altri, impiegati fra terribili sofferenze a scoprire ciò che gioverà agli altri: così nella mia malinconia comprendevo me stesso, che questo era il mio destino.

All'origine della mia attività di scrittore si trova un evento o più esattamente un fatto: un evento probabilmente non sarebbe bastato, è stato un fatto che mi ha costretto a passare all'azione. Su quel fatto non posso dare ulteriori spiegazioni, in cosa consisteva, la sua tremenda combinazione dialettica, anche se in un altro senso è molto semplice dire dove stava in fondo la collisione: posso però pregare il lettore di non aspettarsi rivelazioni e cose simili, poiché per me tutto è dialettico.

In un certo senso non era mia intenzione diventare scrittore religioso. La mia intenzione era di dare fondo al più presto all'attività poetica e poi via in un presbiterio di campagna. Miravo a questo progetto. Mi sentivo estraneo a tutta la produzione poetica, ma non potevo fare altrimenti. Come ho detto, il mio primo pensiero non era di diventare scrittore religioso. Ciò che per me costituiva l'espressione energica di militare nel campo religioso e del fatto che gli pseudonimi mi erano qualcosa di estraneo, era il passaggio rapido di cercare subito in campagna un presbiterio.

Intanto lo stimolo a scrivere era in me così grande che non potei fare diversamente: pubblicai i Due discorsi edificanti e mi misi d'accordo con la Provvidenza. Mi fu concesso ancora un tempo per la produzione poetica, ma sempre sotto il controllo della realtà religiosa che sorvegliava, come volesse dire: non la vuoi ancora smettere? Allora compresi che il mio compito era di applicarmi alla realtà religiosa facendo lo scrittore.

Qui si vedrà il significato degli Pseudonimi, perché dovetti presentarmi come pseudonimo nella produzione estetica in quanto avevo la mia vita in tutt'altre categorie perché compresi questa produzione fin dall'inizio come qualcosa di provvisorio, un inganno, uno svuotamento necessario.

XIV - Sguardo su uno sforzo contemporaneo nella letteratura danese

In una appendice, posta nel mezzo della Postilla conclusiva non scientifica alle Briciole di filosofia intitolata Sguardo su uno sforzo contemporaneo nella letteratura danese il discorso ritorna sugli scritti pseudonimi precedenti, in particolare Enten-Eller.

Che succede? Mi ero appena seduto, ed ecco ch'esce Aut-Aut. Quel ch'io volevo fare, era stato qui per l'appunto fatto. Rimasi completamente infelice pensando alla mia solenne decisione, ma poi tornai a pensare: tu in fondo non hai promesso nulla a nessuno, e se questo riesce vuol dire ch'è bene così. Ma le cose andarono ancora peggio per me; perché, passo per passo, proprio quando volevo cominciare a realizzare col fatto la mia soluzione, compariva uno scritto pseudonimo che portava a termine quel ch'io volevo. Tutta la faccenda era pervasa da una strana ironia: fu una cosa buona di non aver parlato con nessuno della mia risoluzione, che la mia padrona di casa non si fosse accorta di nulla, perché altrimenti ci sarebbe stato da ridere sulla comicità della mia situazione: perché è abbastanza buffo che l'affare che mi son deciso d'intraprendere marcia a gonfie vele, soltanto non per merito mio. E che la cosa andasse a gonfie vele me ne persuasi dal fatto che ogni volta che leggevo uno di questi scritti pseudonimi, mi diventava sempre più chiaro quel ch'io avevo voluto. A questo modo divenni un testimonio interessato in modo tragicomico alle produzioni di Victor Eremita e degli altri pseudonimi. Che la mia concezione combaci con quelle degli autori, non posso naturalmente saperlo con certezza, poiché io sono un semplice lettore. Invece mi rallegra il fatto che gli pseudonimi, certamente consapevoli del rapporto che ha la comunicazione indiretta alla verità come interiorità, non hanno per loro conto detto nulla, né hanno sprecato una prefazione per assumere un atteggiamento ufficiale rispetto alla loro produzione: come se un autore fosse, nel senso giuridico del termine, il miglior interprete delle proprie parole; [..]

A dire il vero non è del tutto chiaro chi parli. Il capitolo è inserito come appendice in un testo a firma Johannes Climacus, ma il tono a volte lascia supporre che sia Kierkegaard stesso a parlare in prima persona, come accade nell'altra appendice Una prima e ultima spiegazione. La scelta a quale autore attribuire un testo non è per Kierkegaard sempre immediata e senza ripensamenti.

Così questo garbuglio è stato superato. Il merito del libro, [Aut-Aut] qualora ne avesse qualcuno, non m'interessa. Se ne ha qualcuno, questo deve consistere essenzialmente nel fatto di non dare un risultato, ma nel trasformare tutto in interiorità; interiorità di fantasia nella prima parte, per evocare le possibilità con passione potenziata, e dialettica, per polverizzare tutto nella disperazione; pathos etico nella seconda parte, per abbracciare con passione tranquilla, incrollabile e tuttavia improntata a una decisione infinita, il modesto compito dell'etica, edificata con ciò in modo manifesto davanti a Dio e davanti agli uomini.

Come ho detto, io avevo compreso la più terribile collisione dell'interiorità e aspettavo soltanto l'assistenza dello Spirito - che succede? Sì, Magister Kierkegaard e io facciamo, ciascuno a modo nostro, una ben buffa figura rispetto ai libri pseudonimi. Ch'io me ne stia tranquillamente seduto e abbia sempre l'intenzione di fare quel che fanno gli pseudonimi, nessuno certamente lo sa; il Magister Kierkegaard invece è portato in causa ogni volta ch'esce uno scritto del genere. E questo è certo: se tutto ciò che si dice nei circoli di tè letterari e nelle associazioni di amici per migliorare e nobilitare quest'uomo, se lo spavento di un discorso fulminante e la voce severa dell'accusa e il giudizio di condanna potessero veramente essergli di vantaggio, egli dovrebbe in un battibaleno diventare un uomo di rara perfezione. Mentre di solito un maestro ha molti discepoli da migliorare, egli invece si trova nella posizione invidiabile che i suoi egregi contemporanei, uomini e donne, dotti e ignoranti e spazzacamini, tutti senza eccezione si assumono il compito del suo miglioramento. Peccato soltanto che la punizione e tutto ciò che mira al perfezionamento della sua mente e del suo cuore non accada e non si dica che in sua assenza, mai in sua presenza: altrimenti ne potrebbe uscire certamente qualcosa di buono.

Del resto Il concetto dell'angoscia differisce essenzialmente da tutti gli altri scritti, in quanto la sua forma è diretta e un poco cattedratica. Forse l'autore pensava che qui, su questo punto, una comunicazione di sapere poteva essere necessaria, prima che si potesse passare all'interiorizzazione, la quale si rapporta a chi si suppone sia essenzialmente in possesso di sapere, e non abbia quindi nulla da sapere, ma soltanto da essere stimolato. La forma un po' cattedratica dello scritto è indubbiamente la causa del fatto ch'esso, a differenza degli altri scritti pseudonimi, ha trovato un po' di grazia agli occhi dei docenti. Io considero questa grazia un fraintendimento, non lo nego; e in questo senso mi ha fatto piacere che contemporaneamente uscì un piacevole libriccino di Nicolaus Notabene [Le prefazioni]. I libri pseudonimi sono riferiti di solito a una stessa ditta, e ora chiunque per un momento aveva sperato in uno scrittore cattedratico, dovette subito abbandonare quella speranza, vedendo uscire dalla stessa mano una lettura così spassosa.

La mia tesi era che la verità è la soggettività, l'interiorità. Come gli pseudonimi cercano, a mio avviso, di spiegare questa proposizione, la quale nella sua intensità massima costituisce il cristianesimo, è quel che ho cercato ora di mostrare. Che si possa esistere con interiorità anche fuori del cristianesimo, lo ha dimostrato fra l'altro a sufficienza la civiltà greca; ma ai nostri tempi sembra che si sia arrivati al punto che, mentre noi tutti siamo cristiani e sappiamo a menadito il cristianesimo, è ormai una rarità trovare un uomo che abbia tanta interiorità esistenziale quanta un filosofo pagano. Che meraviglia allora se ci si sbriga così alla svelta del cristianesimo, se si comincia col mettersi nella condizione in cui non c'è più neppure questione di poter avere qualche impressione del cristianesimo, per piccola che sia. Si diventa oggettivi, si vuol considerare oggettivamente che Dio è stato crocifisso, mentre, quando questo accadde, neppure il tempio potè rimanere oggettivo, perché il suo velo si squarciò; neppure i morti poterono rimanere oggettivi, perché uscirono dai loro sepolcri (Mt., 27, 51 s.): ciò quindi ch'è capace di far diventare soggettive perfino le cose inanimate e i morti, ora diventa oggetto di considerazione oggettiva da parte di codesti signori dell'oggettività. [..]

Se la mia concezione degli autori pseudonimi quadri con quel ch'essi stessi hanno voluto essere, io non posso decidere, perché io sono soltanto un lettore; ma ch'essi abbiano un rapporto essenziale alla mia tesi, è chiaro abbastanza. Se non da altro, questo si può vedere dal loro astenersi dal metodo cattedratico. Il fatto di non dover usare il metodo cattedratico è, secondo la mia concezione, la vera spiegazione della confusione del nostro tempo, la quale consiste precisamente in quell'esagerazione del docere. I docenti altolocati hanno mostrato abbastanza di schifare gli scritti pseudonimi; item, quel mio piccolo saggio [Briciole di filosofia], perché non seguiva il metodo cattedratico; la massa ha tirato senz'altro la conclusione che questo dipendeva dal fatto che questi autori, e io con essi, non eravamo in grado di elevarci all'altezza che si esige per docere, fino all'oggettività ch'è il punto di vista dei docenti. Sarà forse così: ma se la soggettività è la verità, allora quest'altezza dei docenti sarà sempre sospetta. Mi ha molto sorpreso il fatto che mentre si ammette che ogni candidato di teologia sia quasi in grado di docere, non ci si possa poi persuadere a credere che gli autori pseudonimi, item anch'io Johannes Climacus, non possiamo docere press'a poco almeno come molti altri. Invece si passa senz'altro a credere che noi in fascio siamo così rozzi da non essere capaci di far ciò che attualmente, quando tutta una letteratura tedesca si trova sviluppata esclusivamente in questa direzione, può facilmente fare qualsiasi lettore studioso che intende offrire dei riassunti di libri tedeschi ch'è press'a poco altrettanto facile come scrivere versi, capacità che si potrebbe esigere anche dai domestici. Però, qualunque sia la situazione attuale, è sempre una cosa buona essere conosciuti a causa di qualcosa, e io nient'altro desidero se non di essere indicato come il solo che non è capace d'insegnare, e quindi come l'unico che non comprende le esigenze del tempo.

La mia tesi è che l'interiorità, la soggettività è la verità; che gli autori pseudonimi si rapportano a essa è abbastanza facile vederlo, se non altro dall'interesse ch'essi hanno per il comico. Il comico è sempre un segno di maturità: ma questo vale soltanto se sotto questa maturità si mostra il nuovo germe, che la vis comica non soffochi il momento patetico, ma indichi soltanto che comincia un nuovo pathos. Considero la vis comica come una legittimazione indispensabile per chiunque ai nostri tempi voglia essere considerato un competente autorevole nel mondo dello spirito. Se il nostro tempo è così saturo di riflessione come si dice che sia, allora, se questo è verità, il comico dovrà essere spontaneamente scoperto da chiunque voglia dire la sua. [..] Questa comicità è essenzialmente humour. Se l'humour è freddo e sconsolato, è segno che non c'è nessuna nuova immediatezza in germe, non c'è nessun raccolto, ma è la passione vuota di un vento sterile quando infuria sui campi brulli. Aver qualcosa per essere riconosciuti è sempre una cosa buona, e io non desidero niente di meglio che di essere riconosciuto da questo: che son l'unico nella nostra epoca seria a non essere serio. Ben lungi dal desiderare una mutazione in questo giudizio, io non ho che un unico desiderio: cioè che gli egregi docenti — non solo quelli che si sbracciano sulla cattedra, ma anche quelli che declamano ad alta voce nei circoli del tè — si attengano al loro giudizio, e non dimentichino subito le confabulazioni che piuttosto spesso fanno con grande serietà contro gli scritti pseudonimi, affinché si ricordino invece ch'erano essi che volevano fare del comico una determinazione del serio e della spiritosità, un mezzo di salvezza dalla più triste delle tirannie: quella della malinconia, della stupidità e della caparbietà. Gli autori pseudonimi, e io con essi, erano tutti soggettivi: io null'altro desidero, nella nostra epoca oggettiva, se non di essere l'unico che non riuscì a essere oggettivo.

Che la soggettività, l'interiorità sia la verità, che l'esistere sia la cosa decisiva, che questa soltanto sia la via lungo la quale è necessario muovere per arrivare al cristianesimo, il quale è per l'appunto interiorità, ma (si badi bene!) non qualsiasi interiorità, ragion per cui è necessario mantenere determinate chiaramente le tappe precedenti: ecco qual era la mia idea. Negli scritti pseudonimi avevo creduto di trovare una simile aspirazione, e ho cercato di chiarire la mia concezione di essa e del suo rapporto con le mie Briciole. Se ho colto il pensiero degli autori, non posso saperlo con precisione; in ogni caso voglio qui chiedere loro scusa di avere qualche modo fatto di essi una recensione: anche se questo mio trattenimento, non occupandosi precisamente del contenuto, non è in fondo una recensione. Non è stato per me mai un enigma perché gli pseudonimi si siano sempre rifiutati alle recensioni. La forma di esposizione per contrasti rende impossibile di farne una recensione, perché un resoconto sopprime precisamente ciò che v'è di più importante e trasforma falsamente lo scritto in una composizione cattedratica: gli autori pseudonimi hanno ragione di volersi accontentare di aver pochi veri lettori, piuttosto che essere fraintesi da parte di molti i quali, grazie a un resoconto, credono di aver trovato qualcosa che s'accorda con loro. [..]

Quando dunque le mie Briciole di filosofia furono pubblicate, e io pensavo in un «Postscriptum», «di rivestire il problema di un costume storico», uscì ancora uno scritto pseudonimo: Gli stadi sul cammino della vita, un'opera che non ha attirato se non l'attenzione di pochi (ciò che essa stessa predice: pp. 309, 376); forse anche perché non vi si trova come in Aut-Aut un Diario del seduttore, poiché fu certamente questa la parte più letta dell'opera e quella che naturalmente fece più scalpore. Che quest'opera abbia un rapporto ad Aut-Aut è abbastanza chiaro e lo prova chiaramente il fatto che nelle due prime parti sono usati i nomi che quell'opera aveva reso familiari. Se l'autore degli Stadi mi avesse consultato, l'avrei dissuaso per motivi estetici dall'usare dei nomi conosciuti da un'opera precedente *.

Ho indugiato con diligenza molto a lungo su questo poiché, se ciò può convenire a uno scrittore che se ne sta solo soletto e che ama precisamente quest'isolamento, per me questo significa qualcos'altro, in quanto si rapporta a ciò ch'io ho sempre cercato di mettere in rilievo, cioè che il nostro tempo ha dimenticato cos'è l'esistere e cos'è l'interiorità. Esso non crede al principio che l'interiorità è capace di rendere ricco un contenuto apparentemente povero, mentre il cambiamento nell'esteriore non è che dissipazione, che diventa preda della sazietà e del vuoto della vita. E per questo che si sono disprezzati i compiti dell'esistenza. A volo d'uccello si impara a conoscere cos'è la fede, e così lo si sa. Poi si va alla conquista di un risultato speculativo, ed eccoci di nuovo lontano. Poi viene per un giorno l'astronomia, e così qua e là si rosicchia in tutte le scienze e sfere: però non si vive, mentre i poeti unicamente per trattenere i lettori vanno a zonzo in Africa, in America e - chissà diavolo! — a Trebisonda e a Rouen — , così che toccherà presto scoprire una nuova parte del mondo se la poesia non vorrà trovarsi in secca. E perché? Perché si perde sempre più l'interiorità.

Il discorso è riferito a Enten-Eller

Tuttavia, come ho detto, io non ho nulla a che fare con il contenuto del libro [Aut-Aut]. La mia tesi era che la soggettività, l'interiorità è la verità. Essa era per me il punto decisivo nei riguardi del problema del cristianesimo, ed è con questa precisa intenzione che ho creduto di perseguire una certa aspirazione negli scritti pseudonimi, i quali fino alla fine si sono onestamente astenuti dal docere, e di prendere in particolare considerazione l'ultimo, perché è uscito dopo le mie Briciole, in quanto si riallaccia — riprendendone la tesi liberamente ai precedenti, e attraverso l'humour come confinium determina lo stadio religioso.

Ho sottolineato il ritorno - ossessivo - sulla tesi che la soggettività è la verità e la sua relazione con il cristianesimo.

XV - Un frammento sugli Pseudonimi

Un frammento sugli Pseudonimi dalla splendida introduzione di Ludovica Koch alla traduzione degli Stadi.

[p. 37] Bisogna anche dire che gli pseudonimi non hanno mai ingannato materialmente nessuno, nella ricca e colta Danimarca dell'Età d'Oro: nella generazione, cioè, che vede i trionfi della borghesia commerciante e professionista della capitale della pittura di genere, del teatro, della pedagogia (Grundtvig), della narrativa (Andersen). I lettori dell'epoca, per quanto frastornati sotto la pioggia di libri diversi e difficili che Kierkegaard scaricava loro addosso, mese per mese, sia «con la mano destra» che «con la sinistra», almeno su un punto non sono mai stati in dubbio: che, cioè, Climacus e Constantius, Johannes de Silentio e Victor Eremita (e come avrebbe potuto essere diversamente, con quei nomi?) non fossero che capricciose invenzioni, per di più di un genere leggermente passato di moda, del professore di Kongens Nytorv. Ma che cosa possiamo immaginare che capissero nelle solenni dichiarazioni messe ad accompagnare e interpretare il frivolo gioco d'ombre? «Quanto è scritto è mio, ma solo in quanto l'ho messo in bocca all'individualità poeticamente reale che ho prodotto, con la sua visione della vita espressa in frasi udibili. Perché la mia relazione è ancora più esterna di quella di un poeta che inventi dei personaggi, ma nel prologo rimanga l'autore. Perché io sono impersonale o personale solo alla terza persona, come un suggeritore che abbia prodotto poeticamente gli autori, e la loro prefazione è opera loro, come pure i loro nomi. Così, nelle opere pseudonime non c'è una parola sola che sia mia. Su queste opere non ho opinioni, se non come terza persona, non ne conosco il significato se non come lettore, né ho con esse la minima relazione privata: cosa impossibile, nel caso di una comunicazione doppiamente riflessa...» 70

Centocinquant'anni più tardi, noi non siamo in grado di fornire interpretazioni più sottili dei contemporanei, né abbiamo in mano prove più circonstanziate su come sono andate le cose. Perché non prendere, allora, alla lettera dichiarazioni come questa di Kierkegaard e cercare di farcene una ragione? Possiamo sempre appigliarci all'antico precetto che chiede alla letteratura di parlare sempre «con voce e in persona altrui»; alle prediche millenarie della retorica perché tono e lingua si accordino non all'oratore, ma all'argomento. Possiamo ricordare che non c'è scrittore antico o moderno che non abbia ritenuto suo dovere raccontare verità con «faccia» (più o meno ostentata) «di menzogna». Citare, in particolare, il gusto romantico per le maschere, le ombre, i doppi e le contraffazioni. Ricondurre (com'è storicamente corretto) l'idea degli pseudonimi a Schleiermacher 71 e la finzione delle carte di ignoti casualmente raccolte e sistemate al Meister di Goethe. 72 Ridere, con Kierkegaard stesso, 73 dello stereotipo del manoscritto ritrovato, già logoro ai tempi di Cervantes 74 eppure tante volte ancora ripreso da Marivaux, Crébillon, Swift, Defoe, Richardson, Sterne, Chatterton. Ritrovare nella battuta di uno scrittore caro a Kierkegaard, Benjamin Constant (Je ne suis pas tout à fait un être réel), l'acuta, dolorosa sensibilità del primo Ottocento alla labilità e alla molteplicità dell'io... E finire così per convincersi di un effetto letterario di diffrazione, più ancora che di proiezione: che somigli al distacco - da un narratore arrivato «fino in fondo alla riflessione» (gjennemreflekteret) - di personalità parziali intorno a cui verrà a stringersi l'intreccio.

Eppure, non ci siamo ancora. Non solo perché il grande gioco di polifonie congegnato e sostenuto da Kierkegaard per anni, la messinscena di firme false e contraddittorie buttate tutte insieme sul banco del libraio non ha precedenti né veri imitatori. Ma soprattutto perché nessun altro che, nel nostro secolo, Pessoa (e Pessoa sul banco del libraio non ha mai buttato nulla) ha concepito alter ego che fossero un io, un io personale, non l'io puro fantastico e ventriloquo. 75 Cioè, che non fossero personaggi ma soggetti: non attori ma scrittori, e tutti idiosincratici e diversi, lontani di temperamento, dotati di conoscenze, storie e intenzioni differenti; messi, per così dire, davanti a carte bianche senza sapere ancora che cosa scriveranno.

Nessuno, forse, ha colto la particolarità di quest'invenzione come il genialissimo Georg Brandes: che, però, vi vede la prova di un fallimento letterario, dovuto all'impossibile equilibrio tra filosofia e narrazione. Kierkegaard, per Brandes, è in bilico tra due forze opposte, la spinta del pensatore a concentrarsi e «la spinta del poeta a moltiplicarsi; ma non si è raccolto mai con la forza del pensatore puro, né mai si è diviso con la forza del vero poeta».76 Bisogna arrivare a Nietzsche e, oltre Nietzsche, all'arte e alla letteratura delle avanguardie per scoprire in che direzione vada veramente il progetto di Kierkegaard. Come, cioè, la sua speciale versione della dialettica - che mette ad affrontarsi prospettive e non concetti, movimenti e non oggetti del pensiero - abbia inventato un intero teatro, umano ma non antropomorfico, di gesti estremi e assoluti: «vibrazioni, rotazioni, vortici, gravitazioni, danze e salti che tocchino direttamente lo spirito». 77 Un teatro che tenta per l'ultima volta di rianimare, dal fondo più segreto dell'esperienza soggettiva, un palcoscenico ontologico altrimenti per sempre silenzioso e deserto.

Il diarista senza nome degli Stadi ricorda con interesse un suo antico professore di latino, bizzarro o, se si vuole, distratto. Non che si perdesse nella meditazione o nel silenzio: ma gli capitava all'improvviso di parlare con tutt'altra voce, che sembrava venire da un altro mondo. Come «altre voci da altri mondi» sono appunto concepiti «gli abbozzi, i saggi d'uomo» che sono gli Pseudonimi: come «disposizioni», non come personaggi; come testimoni («spie»), e in nessun modo come attori. Impossibile non riconoscervi l'impronta (ironicamente degradata) dell'alta intenzione allegorica che nell'antico genere cristiano dell'itinerarium mentis — in Boezio, nella Divina Commedia, nel Pilgrim's Progress 78 — aveva toccato i vertici della sua parabola. «Non c'è invenzione dell'immaginazione» dice una frase di Tieck riportata da Kierkegaard nei Diari 79 «che, anche se incosciamente, non abbia l'allegoria alla base stessa del suo carattere.»

Affabili e quasi giocosi, gli Pseudonimi sono certo anche maschere allegoriche, ma nel senso in cui sono maschere allegoriche Cratilo, Fedro, Agatone, Alcibiade. Vestiti elegantemente alla moda, ristretti nel formato della miniatura borghese, appesantiti dallo sfondo degli intérieurs fittamente arredati dove intrecciano i loro dialoghi «operistici», 80 conservano indubbiamente un tratto universale e senza tempo. Non per questo le loro idiosincrasie sono meno uniche e capricciose: l'attimo soggettivo non è forse la porta dell'eterno, e Kierkegaard non aveva lavorato per anni a trasporre la sua stessa biografia in una serie di miti personali (Abramo, Giobbe, l'Ebreo Errante, Faust, Amleto); 81 miti che un altro ossessivo autobiografista, Strindberg, prenderà di peso da lui? E non affiora spontaneamente un'allegoria, in ogni biografia giunta a termine? Le allegorie entrano ed escono, come vogliono, dalla letteratura come dall'esistenza concreta: il tormentato Qualcuno degli Stadi combatte, la notte, contro l'amplesso ripugnante della Possibilità, vagheggia la fuggitiva Spensieratezza con le rose nei capelli, si vede svaporare fra le braccia come una nuvola l'Ipotesi, si stringe teneramente al Dolore, l'ultimo e il più fedele dei fantasmi erotici venuti nella tenebra a visitarlo.

Gli Pseudonimi sono scrittori, ma (dato il loro temperamento passivo) solo svogliati scrittori d'occasione: relatori pronti a deporre definitivamente la penna una volta chiuso il loro protocollo. Sono, soprattutto, grandi e svagati lettori: che citano con disinvoltura e trascuratezza Shakespeare e Terenzio, Erodoto e i romantici, Don Chisciotte e la Bibbia. Sono grandi frequentatori di commedie e ascoltatori di musica: soprattutto esperti, quale più quale meno, di Mozart. Sono inveterati flâneurs, a piedi per il centro elegante di Copenaghen, in carrozza nei suggestivi dintorni, per boschi, laghi e rovine: e preferibilmente di prima mattina o al calare della sera. Hanno anche altri tratti esterni comuni: una vita agiata, colta e senza scosse; domestici e frequentazioni abituali; qualche imprecisato «affare» in città, ma (con l'eccezione del giudice Vilhelm) non un mestiere, e nessuna famiglia. La loro cultura, infatti, come la loro originalità e la loro intelligenza, cresce in proporzione diretta alla loro solitudine. Tocca i vertici nel raffinato e ipocondriaco «psicologo» Constantin Constantius (che vediamo, negli Stadi, comparire a sorpresa come anfitrione del banchetto platonico). Precipita in basso nell'unico artigiano, il rilegatore Hilarius, l'involontario e incomprensivo editore generale degli Stadi: che non vede più in là del suo naso, probabilmente troppo affaccendato con il suo carico familiare e il laboratorio; che parla goffamente per frasi fatte. Il caso grottesco di Hilarius, tuttavia, suggerisce un'ipotesi: e se anche gli eleganti intellettuali, i disincantati «esteti» che gli fanno compagnia nella parte fossero sostanzialmente pensati, più che come maschere, come parodie? Parodie, stavolta, dedicate al grande tipo ottocentesco del poeta dandy, da Byron a Baudelaire? Come altri strumenti, centrali in Kierkegaard, di duplicazione e di distanza — l'ironia, la satira, l'umorismo —, la parodia è un espediente tutt'altro che comico. Già molto precocemente, nei Diari, costituisce una sorta di «cattivo» riflesso, di infelice «ripetizione»: segnala, per esempio, la disperata impossibilità di un'appropriazione piena, continua e diretta delle cose. «Il quadrato è la parodia del circolo: tutta la vita, tutto il pensiero è un circolo, mentre la pietrificazionc della vita va esattamente in forma della cristallizzazione... L'angolare è la tendenza a restare statici: a morire.» 82

Comunque sia, gli Pseudonimi hanno il buon gusto di non narrare, di sé, che casi esemplari o simbolici: il viaggio a Berlino di Constantin alla vana ricerca della Ripetizione, le meditazioni solitarie di William Afham all'Angolo degli Otto Sentieri. Ma innanzitutto raccontano, naturalmente, l'episodio eccitante e misterioso legato al ritrovamento del manoscritto che ora si prendono la responsabilità di pubblicare. Fra le pagine più suggestive di Aut aut, giusto in apertura, c'è la storia di come Victor Erernita — oscuramente attratto per mesi da un certo secrétaire antico — si decida ad acquistarlo e vi trovi poi dentro, quando meno se l'aspetta, un cassetto segreto pieno di carte; di come torni a occultarle, quelle carte, «nella cassetta di mogano dove tiene di solito le pistole» e passi infine l'estate a leggersele, nascondendosi in un «angolo romantico» dei boschi di Hillerëd per non venire disturbato e almanaccando sui due (sui tre?) uomini senza nome che le hanno scritte.

Non diversamente, in un passo fra i più emozionanti degli Stadi — proprio all'inizio della seconda parte — compare la storia di come un altro e finora mai visto psicologo a tempo perso, Frater Taciturnus, strappi a forza al piccolo, suggestivo e «chiuso» lago di Søborg (pescandovi a caso) un cofanetto sigillato che contiene un lontano diario e qualche gioiello. Ma dal fondo del lago, nel momento della violazione, sale una bolla che trema un attimo a galla e poi scoppia: «un sospiro dal basso, un sospiro de profundis, un sospiro perché strappavo al mare il suo deposito, un sospiro dal chiuso lago, un sospiro dall'anima chiusa cui stavo strappando il segreto».

Ecco un'altra figura, accumulativa come la finzione stessa che fonda Aut aut e gli Stadi: quel gran fascio di carte in disordine, ritrovate per caso e accostate alla meglio, ma in realtà fatte di frammenti autonomi, interrotti, ambigui, collegati solo dall'incognito in mezzo. Naturalmente, il disordine, il vuoto, il capriccio fanno anch'essi parte della finzione. Ai recensori non ancora malevoli di Aut aut, convinti che nel libro Kierkegaard abbia rovesciato a caso il contenuto di tutti i cassetti della sua scrivania, lo scrittore ribatte: niente affatto, la costruzione è accuratamente studiata in ogni particolare. 83 Studiata, cioè, (dopo aver letto e riletto dovremmo averlo capito) nel senso di un mobile raggruppamento «dialettico» di prospettive, destinato a restituire non contenuti, ma una particolare, irripetibile condizione della mente.

Gli Pseudonimi portano, quasi sempre, nomi ispirati alla reclusione, al segreto, al silenzio e alla notte. Victor Eremita, 84 Frater Taciturnus, Johannes de Silentio, Vigilius Haufniensis... 85 Tendono, coerentemente con la negative capability che Keats rivendicava al poeta — ma anche con la discrezione dell'uomo di mondo —, a sottrarsi in tutti i modi all'attenzione. Dissimulano al massimo la loro presenza (c'ero, eppure non c'ero, dice il più reticente di tutti, William Afham, 86 e Costantin: io sono un personaggio che scompare, come l'ostetrica quando il bambino è nato). [..] [p. 46]

XVI - Johannes Hohlenberg - Sören Kierkegaard

Le principal obstacle qui le tenait à l'écart de ses camarades était la vie à la maison. Il n'y amenait jamais ses condisciples au'il n'allait jamais voir non plus. Il avait sans doute un peu honte de leur laisser entrevoir ce qui se passait chez lui; il ne voulait pas avoir à « en rougir ». De plus, il sentait entre son père et lui un lien spécial et curieux, une incompréhensible affinité à laquelle il n'était pas question d'initier de petits imbéciles. Car déjà bien avant de mettre son fils à l'école, le père avait entrepris l'éducation qu'il croyait conforme à son pacte secret avec Dieu. Kierkegaard a donné plus tard des tableaux si détaillés de ses relations avec son père qu'il nous est aisé de nous représenter ce qui se passait.

Ce sont tout d'abord les fameuses promenades en chambre dont, sous le pseudonyme de Johannes Climacus, il a donné une description extrêmement vivante. « La maison de son père n'offrait guère de distractions et, comme il ne sortait pour ainsi dire jamais, il s'habitua de bonne heure à s'occuper de lui-même et de ses propres pensées. Son père était un homme d'une grande austérité, en apparence sec et posaïque, alors que sous ce manteau de bure il cachait une imagination ardcnte que même son grand âge ne put atténuer. Quand parfois Johannes lui demandait la permission de sortir, il essuyait d'ordinaire un refus ; mais parfois, en manière de compensation, son père lui offrait de le prendre par la main et de faire une promenade en parcourant en tous sens le parquet de la pièce. Maigre dédommagement, à première vue ; et pourtant, il en était ici comme du manteau de bure qui recélait tout autre chose. La proposition était acceptée et Johannes était libre de choisir le lieu de destination. Ils sortaient donc par la grande porte de la ville pour se rendre à un château de plaisance du voisinage ; ils se dirigeaient encore vers le rivage ou se promenaient dans les rues, au gré de Johannes, car son père avait un absolu pouvoir d'évocation. Alors, tout en allant et venant sur le parquet, le père décrivait tout ce qu'ils voyaient ; ils saluaient les passants ; les voitures les croisaient à grand fracas et le bruit couvrait la voix du père ; les fruits de la marchande des ouatre saisons étaient plus alléchants que jamais. II racontait tout avec tant d'exactitude et de vie, de façon si présente le moindre détail connu de Johannes, de façon si minutieuse et évocatrice les choses qu'il ignorait qu'après une demi-heure de cette promenade avec son père, l'enfant était recru de fatigue comme s'il avait été toute la journée dehors. Johannes apprit vite l'art magique de son père. Les événements qui, auparavant, prenaient la forme épique, se déroulèrent désormais dans le style dramatique ; tous deux conversaient en se promenant. S'ils suivaient des chemins connus, ils se contrôlaient l'un l'autre pour que rien ne fût oublié ; si Johannes ignorait la route, il établissait l'itinéraire, tandis que la toute puissante imagination de son père était capable de donner forme à tout, de mettre en œuvre le moindre désir enfantin comme un facteur du drame qui se jouait. II semblait à Johannes qu'au cours de la conversation, le monde sortait du néant, que son père était Dieu et lui-même son favori autorisé à produire ses idées saugrenues tout à sa fantaisie ; car il n'était jamais rabroué, il ne dérangeait jamais son père ; tout se passait toujours à son contentement. »

Ces singulières promenades commencèrent avant l'entrée de Sören à l'école et continuèrent après. On imagine l'impatience avec laquelle, surtout au début, quand ses camarades le taquinaient, il attendait le retour à la maison pour recommencer ces jeux et, une fois rentré, le repas achevé, avec quel désir il frappait à la porte de son père qu'il invitait à faire un tour. Le vieillard a certainement eu dès l'abord l'intention de l'habituer à renoncer à ses désirs et à s'incliner devant une volonté supérieure, même en apparence absurde. Mais les promenades prirent vite une autre signification. Il est douteux que le père l'ait compris. Mais il a lui-même été entraîné par son imagination et y a trouvé un allégement à ses lourdes pensées. Peut-être a-t-il aussi cru donner à son fils une compensation à une réalité qu'à ses yeux il ne devait jamais connaitre.

On comprend l'importance qu'eurent ces promenades par les réflexions de Georg Brandes à ce sujet dans son livre sur Kierkegaard. «Il n'est guère possible d'agir à l'encontre de la nature envers un enfant remarquablement doué pour lui ravir le sens de la nature et lui inculquer la maladie du rêve et des billevesées. Personne, à coup sûr, après avoir lu ce simple petit trait, ne s'étonnera du caractère exsangue et chimérique des figures poétiques de Kierkegaard, même assez génialement élaborées, comme Johannes le Séducteur ou le Quidam de Frater Taciturnus. Son imagination est devenue une plante cultivée dans un air vicié. » Brandes oppose Stuart Mill qui, lui aussi, de sa quatrième à sa septième année, fit avec son père des promenades quotidiennes, mais au grand air, et où il devait raconter tout ce qu'il avait appris à l'école, « la courageuse défense des chevaliers de Malte contre les Turcs, ou la lutte des Pays-Bas en révolte contre la tyrannie espagnole », tandis que le père « dont le cerveau embrassait tout le savoir de son temps... pouvait mettre toute la science d'alors à la disposition de son fils en éveillant chez lui le sens de la jurisprudence, de l'histoire et de la nature Quel contraste, dit Brandes d'un ton compatissant, avec le pauvre rejeton du bonnetier qui, avec son toqué de père, devait entreprendre « ces regrettables déambulations sur le parquet d'une pièce où tous deux, comme de vieux enfants, se leurraient l'un l'autre de la chimère qu'ils voyaient les sites réels de la nature et qu'ils recueillaient des impressions du monde environnant » ; ct il juge cette conduite cn ces termes : « C'est pourquoi Kierkegaard n'a rien rendu de récl ; son cerveau surchauffé a produit les ombres exsangues qu'il faisait passer devant les yeux de son père.»

Ce jugement est caractéristique du courant intellectuel que représente Brandes et qui domine les dernières dizaines d'années du dix-neuvième siècle et une assez longue période du vingtième. On l'a appelé « le réalisme mais il ne fut qu'un manque d'imagination. On était incapable de se représenter et de reproduire une chose que l'on n'avait pas sous les yeux et sous la main. On était devenu étranger au monde qu'on regardait du dehors, en spectateur. Stuart Mill en est un exemple frappant. L'éducation qu'il reçut de son père ne fut pas moins anormale que celle de Kierkegaard, mais elle faisait uniquement appel à l'intelligence. On le mit à l'étude du grec à trois ans et bientôt après à celle des mathématiques. Il écrit dans son autobiographie : « Mon père ne me disait jamais ce qu'on pouvait trouver grâce à la pensée avant que j'eusse épuisé toutes mes forces pour le découvrir. » De cette tension prématurée de la pensée, avant l'âge où elle s'épanouit normalement chez un enfant, résulte une discordance entre l'intellect et la réalité, une incapacité à saisir celle-ci par la pensée et, par suite, une défiance vis-à-vis de la pensée et de son pouvoir de connaître le monde réel. Vers sa vingtième année, Stuart Mill tomba dans un état de longue et douloureuse dépression qu'il ne surmonta jamais entièrement. II se compare dans cette période critique à un navire muni d'un gouvernail et bien armé, mais sans voiles. La force créatrice et motrice de sa pensée était brisée. Il resta toute sa vie spectateur ; sa philosophie fut celle d'un spectateur ou une espèce de sport intellectuel qui rappelle souvent notre Erasmus Montanus, de Holberg.

De ses conversations avec son père, Kierkegaard apprit tout autre chose. Ensemble, ils ne faisaient pas appel au raisonnement, mais à l'imagination créatrice et vivante. Leurs évocations en commun n'étaient pas des ombres exsangues, comme le prétend Brandes, mais des images de la réalité aux contours précis, pleines de vie et de spontanéité, et le contrôle réciproque du père ct du fils avait pour effet de mettre toujours en relief la réalité. Le fils n'eut pas licence de laisser son imagination planer dans la sphère du nébuleux ou du douteux, ou dans le domaine de l'incontrôlable. La moindre chose devait être vue et identifiiée. C'étaient les rues du vieux Copenhague qu'on évoquait avec tout ce qu'elles offraient, les carrioles des paysans du Vieux Marché, les femmes d'Amager à Amagertorv, les employés de l'octroi aux portes de la ville, [46] [..]

2. Dans sa critique de cette méthode pédagogique, Brandes n'a pas vu qu'elle est la même, à la base, que l'un des plus effectifs systèmes de préparation à l'action que connaisse l'histoire: les exercices des Jésuites où des images de pure invention sont évoquées et maintenues par la pensée en méditation. La différence entre ces exercices et la méthode kierkegaardienne consiste en ce que les méditations des Jésuites ont pour objet des représentations imaginaires où le facteur affectif est fortement accusé et dont la tendance est réglée, alors que chez Kierkegaard, c'est la réalité immédiate qui est évoquée. Rien que de sain en cela. En tout cas, c'est une erreur de croire que cette espèce d'exercices affaiblit le sens de la réalité et aboutit à la rêverie morbide. Ils donnent à la pensée clarté et acuité et ils sont la meilleure école d'objectivité.

Kierkegaard fait ses débuts d'écrivain vers la fin de 1834, en publiant dans Kjöbenhavns Flyvende Post un article intitulé Nouvelle apologie de la nature supérieure de la femme, en réponse à un précédent, Apologie de la femme et de son origine supérieure, écrit par l'un de ses camarades de classe, Peter Engel Lind (plus tard évêque d'Aalborg) et qui tendait à [62] montrer en style badin que la femme est d'une origine supraterrestre, éthérée, supérieure à celle de l'homme. L'article de Kierkegaard n'a pas d'intention particulière; le sujet est un simple prétexte à quantité de traits spirituels et d'allusions aux événements du jour. Il rappelle ces articles qu'actuellement encore des lecteurs peuvent envoyer de temps à autre à leur journal pour s'y produire, en saisissant l'occasion de dire leurs opinions sur toutes sortes de questions et de vider toute la provision de bel esprit tenue en réserve depuis longtemps. Un seul point offre de l'intérêt, quand on connaît l'auteur ; on y retrouve quelque chose du style et de l'élocution des ouvrages ultérieurs. La seule différence, c'est qu'ici Kierkegaard n'exprime pas d'opinion et ne vise aucun but. Ses traits d'esprit sont de simples coups portés dans le vide, sans visée aucune, et sans aucun souci de savoir s'ils portent ou non.

En même temps qu'il donnait ce premier essai littéraire, il se mit à recueillir de façon assez suivie les idées qui le préoccupaient à l'insu de ses camarades. Il rêvait alors de devenir poète et, parmi les sujets susceptibles d'être traités, les notes de 1835 mentionnent Don Juan, Faust et le Juif errant. Ces trois questions l'intéressèrent plusieurs années. Un autre sujet retint plus fortement son attention, du moins un certain temps, le thème du « maître voleur ». Devant son esprit planait l'idéal romantique d'un noble brigand, Fra Diavolo ou Karl Moor, et il recherchait les formes qu'avait prises cet idéal dans la littérature ou dans l'imagination populaire. «Pour cette idée» écrit-il en 1834, « il faut surtout nous rappeler que l'on ne s'est pas le moins du monde imaginé le mal, le penchant au vol, etc., comme le seul et unique mobile fondamental. Non, tout au contraire, on s'est en même temps représenté le maître voleur animé de bienveillance, d'amabilité, d'un désir de bienfaisance, et observant en outre une conduite extraordinaire faite de rouerie ct d'astuce ; il ne vole pas pour voler, c'est-à-dire pour s'approprier le bien d'autrui, mais pour une autre raison. Souvent il nous faut voir en lui un mécontent de l'ordre établi qui manifeste en portant atteinte aux droits des autres, cherchant ainsi une occasion de railler l'autorité et [63] de se frotter à elle. Il est remarquable à ce propos qu'on se l'imagine (comme on le dit chez nous de Peer Mikkelsen) dérobant les riches pour secourir les pauvres, conduite qui témoigne évidemment de génialité, et non pour son propre profit. De plus, nous pouvons fort bien aussi le concevoir cédant à une ardente passion pour le sexe ; ce trait éclaire son caractère et, d'autre part, il donne à sa personne et à sa vie l'élément romantique indispensable pour le distinguer du voleur pur et simple - qu'il exerce d'ailleurs son brigandage pour se ménager un avenir meilleur dans les bras de celle qu'il aime, ou qu'il y voie une opposition à l'ordre établi ; et nous pouvons encore penser qu'il se venge sur l'autorité d'une injustice qu'elle lui a peut-être fait subir. Sa bien-aimée est à ses côtés une sorte d'ange gardien qui le rassérène dans ses difficultés, tandis que la police est à ses trousses pour le capturer et que la foule le regarde d'un œil soupçonneux en voleur qu'il est pourtant, malgré une voix secrète qui parle peut-être en sa faveur - et tandis qu'il ne peut trouver consolation ct réconfort auprès de ses compagnons, de beaucoup ses inférieurs en qui domine le mal. Il ne peut avoir avec eux d'autres relations que pour en faire les instruments de ses desseins ; pour le reste, il lui faut les mépriser...»

« Un pareil maître voleur avouera aussi son crime avec audace et courage ; il en subira le châtiment en homme conscient d'avoir vécu pour une idée ; par là justement, il reconnaît la réalité de l'Etat et ne la nie pas par sa vie, comme on pourrait l'alléguer ; il ne s'oppose qu'à l'abus. Nous pourrions encore nous l'imaginer désireux de taquiner une certaine justice, mais il nous faut alors voir en sa conduite une sorte de raillerie sur toute l'organisation, et la manifestation active d'une vanité peut-être inhérente à l'idée qu'il représente. Jamais il n'oubliera d'avoir son franc courage ct il passera de lui-même aux aveux une fois qu'il aura montré qu'il peut se jouer de la justice...»

« Naturellement, il faut aussi le concevoir doté de beaucoup parfaitement compatible avec son mécontentement, capable de le rendre satirique ct encore, bien qu'il ne faille pas [64] toujours le voir en proie à la mauvaise humeur - aisément conciliable avec son origine qu'il tire des basses classes de la société, des racines de la nation. »

Cette peinture est intéressante par l'image qu'elle nous donne de Kierkegaard lui-même, non seulement tel qu'il était alors, mais tel qu'il fut jusqu'à la fin, quand il attaqua l'Eglise. Tous les éléments se trouvent déjà là réunis : la double réflexion, l'ironie devant l'ordre établi qu'il respecte tout en l'attaquant, l'acceptation du châtiment, enfin, la conscience d'être une exception et de vivre pour une idée. « Il n'est pas un homme qui cherche à en séduire d'autres ; au contraire, il leur déconseille de mener une vie pareille ; il en a goûté l'amertume et il ne s'y soumet lui-même que parce qu'il vit pour une idée... Souvent aussi il se sent extrêmement malheureux de sa situation, d'être marqué au fer rouge aux yeux de beaucoup ; il se sent incompris (au sens tragique). »

Ce personnage conçu sous l'angle dramatique en resta à cette esquisse. Mais elle prit force de réalité d'une tout autre manière, dans la vie même de Kierkegaard. Dès ce moment, l'avenir était préformé en lui et n'attendait que son épanouissement. Une idée comme celle-ci est en quelque sorte la première tentative du destin de se préciser en sa conscience.

Le maître voleur, dans sa conception primitive, en resta là, ct pour une raison spéciale, celle d'un conflit de Kierkegaard avec son père. Celui-ci, plongé dans ses tristes méditations sur ses péchés de jeunesse et sur le châtiment qui semblait tout près de s'abattre sur lui, était depuis longtemps mécontent de la conduite de son fils ; une scène curieuse éclata un jour entre eux. Kierkegaard la relata deux ans plus tard.

«Cela me fit une impression épouvantable, quand j'entendis pour la première fois que les lettres d'indulgence portaient qu'elles satisfaisaient à tous les péchés, étiam si matrem virginem violasset. - Je me rappelle encore l'impression ressentie quand, il y a quelques années, dans mon romantique enthousiasme pour un maître voleur, j'en vins à dire qu'il faisait un simple abus de ses forces et qu'un tel homme pouvait sans doute se convertir ; mon père alors me regarda avec beaucoup [65] de gravité et me dit: « Il y a des crimes contre lesquels on ne peut lutter sans le secours constant de Dieu 1.» Je descendis en hâte dans ma chambre et me regardai au miroir (Cf. Fr. Schlegel, sämt. W. 7. B. p. 15 en bas). — Ou l'impression ressentie quand mon père disait souvent qu'il serait pourtant bon d'avoir « un vieux et vénérable confesseur à qui l'on pourrait vraiment s'ouvrir.»

Cette note est singulière à plus d'un égard. Elle se présente comme un cryptogramme que Kierkegaard a établi pour fixer la substance de cette conversation, mais de façon à empêcher d'autres lecteurs que lui d'en saisir le sens véritable. On est surpris de ce rapprochement de choses en apparence étrangères l'une à l'autre. Que vient faire ici maître voleur ? La réponse du père semble n'avoir aucun rapport avec la remarque assez innocente du fils sur la possibilité de sa conversion. Et pourquoi aussi cette mention des lettres d'indulgence assurant qu'elles donnent l'absolution « même à celui qui aurait violé la vierge-mère » ? Si l'on prend garde que cette remarque n'appartient pas plus à la situation que le propos sur le confesseur, mais est ajoutée, puisque la relation a été notée en 1837, à une époque où Kierkegaard était mieux informé sur son père qu'au moment de la conversation, on peut alors avoir une lueur sur ce qui s'est réellement passé entre eux et sur le véritable sens des mots prononcés par le père, même si son fils ne les a compris que plus tard.

Nous pouvons nous représenter ainsi la situation. Après s'être tenu longtemps à l'écart de son père, le fils a eu un jour une conversation avec lui et a peut-être été exhorté à rester. Le père, soupçonnant depuis longtemps que son fils menait une vie répréhensible, a voulu l'admonester, mais il lui a été difficile de s'exprimer. Il a eu alors recours à la remarque sur le maître voleur - si elle a été réellement formulée dans la conversation — et il y a rattaché ses paroles sur les péchés qui ont besoin d'un secours divin spécial, bien que ces mots, sans [66] liaison avec le thème de l'entretien, n'aient eu trait qu'à la pensée secrète du père. Il les a prononcés avec un accent tel que leur sens n'a pu échapper à son fils. Le soupçon du père a fortement impressionné le jeune homme qui, comme il le rapporte, est tout de suite descendu dans sa chambre et s'est regardé au miroir pour voir s'il avait vraiment l'apparence d'un débauché. Le passage des œuvres de Fr. Schlegel auquel il fait allusion parle d'une jeune fille qui, séduite par le diable, se regarde nue dans un miroir et s'éveille à cette vue à la sensualité.

On voit encore que les mots du père ont eu cet effet sur Kierkegaard à quelques lignes écrites sur la même feuille de papier : il faut être prudent quand on éveille des pressentiments chez les enfants, afin « de ne pas provoquer par un soupçon intempestif... dans la conscience une angoisse qui pourrait facilement porter des âmes innocentes, mais non trempées, à se croire coupables, à désespérer et à faire ainsi le premier pas vers le but que laisse entrevoir l'angoissant soupçon... A ce sujet aussi s'applique le mot : malheur à celui par qui le scandale arrive ». Ces lignes ont été écrites les premières et celles que nous avons citées plus haut ont été ajoutées en marge pour les illustrer. Il ne peut donc y avoir de doute sur l'interprétation que Kierkegaard a donnée à la parole de son père ct sur l'impression qu'elle lui a faite. Mais la note nous apprend plus encore : à quoi vise l'allusion aux termes des indulgences : etiam si matrem virgincm violasset ?

Avant d'aborder cette question, nous devons essayer de donner le résultat de cette conversation entre le père et le fils. Il est probable qu'à toute l'attitude de son fils, le père a compris que ses soupçons n'étaient pas fondés et que si, les derniers temps, la vie de Sören l'avait détourné de la maison et de la mission à laquelle le vieillard l'avait destiné dans son secret accord avec Dieu, elle ne l'avait cependant pas conduit dans des voies incompatibles aux yeux du père avec cette mission et aboutissant à leur perte commune. Le père était donc relativement rassuré. Mais la conversation eut sur le fils l'effet opposé. Les pensées de débauche au sens suggéré par les termes de son père s'étaient naturellement souvent présentées à son [67] esprit ; mais l'image même du vieillard en qui il voyait un roc inébranlable les avait toujours empêchées de s'imposer à lui et de devenir actuelles ; il avait pour ainsi dire badiné avec ses pensées sans vraiment croire qu'elles pouvaient prendre réalité. Si le père avait gardé le silence, sans aucun doute, elles seraient restées à l'état de simple possibilité, du moins quelque temps encore ; la pensée du père se serait toujours interposée pour barrer la route à leur actualisation. Mais maintenant qu'il voyait que son père considérait leur réalisation comme possible et semblait même partir de cette réalisation comme d'un fait accompli, il lui sembla que la base de sa vie commençait à chanceler. Il sentit qu'il perdait une assurance jusqu'alors inconditionnée dont il n'avait pas eu à rechercher les fondements.

Il vit en même temps que ce langage de son père tenait à quelque chose de personnel et que ces mots sur les péchés nécessitant un secours particulier de Dieu traduisaient une expérience, qu'ils étaient une confession beaucoup plus qu'un avertissement à son fils. Il plongea pour ainsi dire grâce à une lueur soudaine dans la vie de son père ct comprit — pensée qui ne s'était encore jamais présentée à lui - qu'un mystère se cachait derrière cette mélancolique gravité si familière à son esprit ; il comprit que, derrière cette angoisse qu'il avait si souvent devinée dans les actes et dans les paroles de son père et qui, comme il l'avait cru jusqu'alors, avait trait à lui et à son avenir, il y avait le souvenir de quelque faute terrible commise par son père. Il vit que le mot si souvent entendu sur la chance d'avoir un vieux et vénérable confesseur à qui l'on pût s'ouvrir en toute confiance, n'était pas une simple exhortation à lui adressée de se confier à son père, mais beaucoup plutôt l'aveu que le vieillard faisait de sa propre angoisse et de son désespoir de porter une faute dont nul ne savait rien et qu'il ne pouvait dire à personne. Il en vint à songer à d'autres propos de son père disant qu'il n'était bon à rien, que le plus insignifiant des hommes, même un valet de ferme, était un génie auprès de lui, et que son seul désir était de trouver une place dans quelque pieux asile. Sa conception de la vie qui, jus- qu'alors, suivant ses propres termes, avait été « pour ainsi [68] dire cachée en son père » couverte et protégée par sa personnalité comme par une enceinte assez solide pour repousser tous les assauts, recevait soudain une brèche et restait abandonnée à la défense qu'il pouvait puiser en ses propres forces.

Mais tout cela resta provisoirement en son esprit à l'état de vague soupçon, sans qu'il osât poser la question de la portée réelle sous une forme plus concrète. Et tout cela apporta aussi au père un soulagement. Il vit son fils se rapprocher de lui, il comprit que ses soupçons étaient sans fondement, et quand, un peu plus tard, Sören lui demanda la permission de faire un voyage aux vacances d'été, il y consentit et lui remit pour ses frais une forte somme.

Il rentra dans ces dispositions à la maison auprès de son père. Alors se produisit un événement qui changea toute sa vie et qui aboutit à une crise qui, à son issue, lui donna la matière et la direction qu'il n'avait pu encore trouver. C'est le fameux « tremblement de terre » qui a donné lieu à tant de conjectures. Une note de 1839 le décrit.

« C'est alors que se produisit le grand tremblement de terre, l'effroyable bouleversement qui m'imposa soudain une nouvelle et infaillible loi d'interprétation de tous les phénomènes. Alors je soupçonnai que le grand âge de mon père n'était pas une bénédiction divine, mais plutôt une malédiction, et que les remarquables dons intellectuels de notre famille n'étaient donnés que pour se déchirer entre eux ; alors, je sentis le silence de la mort s'étendre autour de moi quand je vis dans mon père un malheureux qui devait survivre à nous tous, croix plantée sur le tombeau de toutes ses espérances. Une faute devait peser sur toute la famille, le châtiment de Dieu devait être descendu sur elle ; elle devait disparaître, supprimée par la puissante main de Dieu, effacée comme un essai manqué ; et parfois seulement je trouvais un peu d'apaisement à penser que mon père avait reçu la lourde charge d'avoir à nous tranquilliser par les consolations de la religion, à nous administrer à tous le viatique, afin qu'un monde meilleur nous fût du moins ouvert, même si nous perdions tout dans celui-ci, même si nous atteignait le châtiment que les Juifs souhaitaient toujours à leurs ennemis, le châtiment de voir notre souvenir complètement effacé, de sorte que l'on ne nous trouvât plus. »

Kierkegaard n'a jamais dit clairement ce qui s'est passé alors. Nous devons nous contenter de conclure d'allusions voilées à la nature possible de ce qu'il apprit en cette occasion.

Les spécialistes kierkegaardiens ont émis diverses hypothèses sur la nature probable de ce crime. On a allégué la scène de la lande, lorsque le père, petit berger de dix ans, maudit Dieu. Mais cette explication ne semble pas satisfaisante. Même si le souvenir de cet événement est à la base du sentiment de faute, il n'est cependant pas probable qu'il ait pu à lui seul produire de tels effets, et surtout, il n'est guère admissible que le fils en ait ressenti une telle épouvante que cet acte ait eu à ses yeux sur le destin de toute la famille une répercussion décisive. Dans ses Kierkegaard-Studien (Gütersloh, 1930), le kierkegaardien Emanuel Hirsch a suggéré que le fils se serait également rendu coupable de blasphème en une circonstance précise. Mais cette opinion n'est pas étayée par la moindre preuve. Pareil acte n'est d'ailleurs guère compatible avec les termes de la conversation du printemps: « Il y a des crimes que l'on ne peut combattre qu'avec le secours constant de Dieu. » Il est plus plausible d'admettre que l'événement de l'enfance a été le point de départ d'autres péchés, raison véritable du désespoir du père. On est amené à penser que dans sa jeunesse, alors que tout semblait lui sourire, l'obsession de ce souvenir lui a montré dans ses succès matériels une décevante illusion, et dans sa propre personne un être perdu et damné, et que, en proie au désespoir, [74] il s'est jeté dans des débauches sexuelles qui l'ont peu à peu dominé. On peut aussi invoquer à l'appui de cette interprétation le fait qu'il ne s'est marié qu'à 38 ans, bien que sa situation lui eût depuis longtemps permis de prendre femme.

Mais tout cela ne donne pas une explication suffisante. Dans une note de 1837, Kierkegaard parle d'un fait précis qui lui confirmait la vérité du pressentiment: « Pour qu'une chose devienne vraiment déprimante, il faut d'abord que se développe au sein de toutes les faveurs du sort un pressentiment où l'on se demande si, en définitive, cette prospérité n'est pas trompeuse ; on n'a pas soi-même conscience d'avoir causé une situation aussi fausse qui doit être inhérente à la famille ; alors apparaît la vertu corrosive du péché héréditaire ; elle peut grandir jusqu'à produire le désespoir et avoir des effets beaucoup plus terribles que le fait confirmant la vérité du pressentiment. C'est pourquoi Hamlet est si tragique. » Il doit ainsi y avoir eu un fait précis qui résumait pour ainsi dire tous ces péchés de jeunesse en un seul, et il a dû être de telle nature que Kierkegaard a pu y rattacher l'idée de péché héréditaire dont il éprouvait en lui-même les répercussions sous forme d'angoisse. L'angoisse, comme il le montre plus tard dans Le Concept d'Angoisse (1844), présuppose en effet le péché héréditaire qu'elle explique « régressivement dans le sens de son origine ». — « La conséquence du péché héréditaire ou sa présence dans l'individu est l'angoisse. » Et le péché est indissolublement lié au sexuel. « Avec le péché a été posée la sexualité. » Nous sommes ici encore guidés dans la même direction.

La question est donc la suivante : quel est le fait précis dont le fils eut une lueur dans les quelques mots que son père laissa tomber ? Et peut-il nous expliquer d'une façon ou d'une autre pourquoi, dans la note qui mentionne le premier éveil du pressentiment, Kierkegaard rattache à cet éveil les termes des lettres d'indulgence : etiam si matrem virginem violasset ?

On trouve la réponse à l'examen attentif de l'intermède de Coupable?-Non Coupable? intitulé : La leçon à comprendre. Il est daté du 5 mai, anniversaire de Kierkegaard, d'où nous [75] pouvons conclure que le sujet le concerne tout particulièrement. Les allusions sont discrètes, mais transparentes si on les envisage à la lumière de l'ensemble.

Ce fragment traite de Périandre, tyran de Corinthe, ainsi dépeint: « Il parla, dit-on, toujours comme un sage et agit sans cesse comme un fou... Devenu tyran, il se distingua par sa douceur, sa justice envers les humbles et sa sagesse parmi les sages. Il respecta sa parole et éleva aux dieux la colonne qu'il leur avait promise ; mais les bijoux des femmes la payèrent. Audacieux dans ses entreprises, il avait pour devise qu'avec la persévérance on vient à bout de tout... Mais le feu de la passion couvait sous la douceur et, en attendant l'heure, la sagesse des paroles couvrait la folie des actes ; et l'audacieuse entreprise montra la force qui resta la même quand la personne fut changée. Car Périandre subit un changement. Il ne devint pas un autre homme, mais un être double qui ne pouvait tenir en une seule personne : le sage et le tyran ; en d'autres termes, il devint un monstre. On en rapporte diversement la cause, mais il est certain que ce fut simplement une cause, si un pareil changement ne reste pas d'ailleurs inexplicable. On dit cependant qu'il avait eu des relations coupables avec sa mère Gratie, lorsqu'il n'avait certes pas encore entendu cette belle maxime de sa bouche : Ne fais pas ce qu'il est décent de taire. »

Après avoir développé les principes de gouvernement de ce tyran, la réputation qu'il obtint, Kierkegaard poursuit : « Notre récit revient à la cause qui fit éclater sa folie ; depuis lors, elle crut avec les années à tel point qu'il aurait pu s'appliquer sans l'usurper le mot qu'un désespéré, dit-on, fit graver sur son écu plusieurs milliers d'années plus tard : «Tant plus écrasé, tant moins repentant.» [1. Mas perdido y menos arrepentido. On trouve à ce sujet cette remarque dans le journal de 1842-43: «Leibnitz parle d'un certain baron AndréTaifel dont les armoiries représentaient un satyre avec cette devise en espagnol : mas perdido, etc.; il ajoute que plus tard un certain comte de Villamedina, épris de la reine, prit la même devise pour désigner une passion désespérée à laquelle cependant on ne veut pas renoncer. » [76]

Toute la résolution, toute l'exaltation de son séjour à Gilleleje s'évanouirent. Le christianisme lui apparut sous un autre jour. Il vit que le christianisme de son père n'était pas, comme il l'avait cru, fait de confiance et d'assurance, mais qu'il consistait plutôt à s'accrocher avec angoisse et désespoir à une foi incapable de lui donner le secours et la consolation dont il avait besoin. Cette découverte l'amena à une révolte contre le christianisme que son père avait voulu lui imposer bien qu'il eût déjà fait son propre malheur. Tout ce qu'il y avait en lui de courage pour affronter la vie se dressa pour protester contre la religion de souffrance et de châtiment qu'était maintenant à ses yeux le christianisme. C'est de cette époque qu'il parle dans Point de Vue lorsque, dit-il, le christianisme lui semblait la plus inhumaine des cruautés. Cependant, il ne l'abandonna point. Il était tellement enraciné en son âme depuis son enfance qu'il ne pouvait s'en affranchir, et son propre désespoir éveillé en lui par la terrible découverte le liait à cette religion et l'empêchait d'en nier la vérité. Ajoutons la sympathie qu'il éprouvait pour son père. Il ne douta pas un instant que celui-ci, qui l'avait rendu si malheureux, avait agi par amour, pour le préserver d'un destin semblable au sien : « Malgré tout cela, le meilleur des pères. » Dès ce moment, sa vie se partagea et offrit deux aspects, une apparence extérieure, où il employa toute sa puissance de dissimulation à paraître gai et joyeux, déversant son esprit sur tout et sur tous, et où il se sentait, comme il l'écrit de Don Juan, comme une pierre qui ricoche à la surface de l'eau et s'enfonce instantanément dans l'abîme au dernier ricochet — et d'autre part, une vie intérieure où le désespoir et le scandale causé par le christianisme étaient constamment en lutte avec l'amour qu'il portait à son père et avec la sympathie qu'il éprouvait pour sa mélancolie.

Cet état d'esprit n'était guère favorable à ses études de théologie. Les notes de son journal, à cette époque, sont modérées dans la forme, mais très amères pour le fond. « Le chrétien avec toute sa vie et toute sa foi risque pourtant facilement de [80] se montrer comme un homme qui s'est fixé une idée précise », note-t-il le 17 octobre. La pensée de rapporter tous les doutes religieux au diable lui semble un vrai subterfuge chrétien. Il souligne fortement l'incompatibilité de la philosophie et du christianisme. Même si elle reconnaît la déficience morale de l'homme, la première doit en tout cas revendiquer l'intégrité de la connaissance. Sinon, elle saperait le terrain qui la porte. Par contre, le christianisme doit soutenir que même la connaissance a été l'objet d'une chute à laquelle il faut d'abord remédier pour que ses résultats soient valables. L'idée d'une rédemption du péché doit donc venir d'une tout autre sphère et doit être la présupposition indispensable à l'application de la pensée philosophique au christianisme. Mais la philosophie ne peut jamais en venir à ce point par ses propres forces. « En définitive, c'est ici que s'ouvre l'abîme vertigineux. Le christianisme statue que la connaissance de l'homme, viciée par le péché, est rétablie dans le christianisme. La philosophie cherche justement à se rendre compte du rapport de Dieu et du monde en tant qu'humaine. » Le christianisme est une cure radicale à laquelle on répugne et qu'on ajourne le plus longtemps possible. « Notons encore cette odeur de renfermé que nous respirons dans le christianisme et qui expose l'homme à une très dangereuse fièvre climatérique... avant qu'il ne soit acclimaté. Si nous regardons à la vie ici-bas, les chrétiens viennent nous déclarer que tout est soumis au péché, la nature aussi bien que l'homme ; ils parlent de la voie large en l'opposant à l'étroit sentier... Presque partout où le chrétien s'occupe de l'avenir, il voit planer devant ses yeux châtiment, destruction, ruine, supplices et tourments éternels ; et si son imagination se livre à cet égard à un extrême dérèglement, elle est d'une moins grande pauvreté quand il s'agit de la félicité des croyants et des élus, félicité représentée comme la bienheureuse contemplation d'un de ces regards éteints et fixes où la pupille dilatée demeure immobile, ou d'un de ces regards embués de vapeurs qui empêchent toute claire vision. » Il rappelle que les chrétiens ont eu peur d'ouvrir l'accès de leur société aux grands hommes du paganisme « pour éviter une trop grande promiscuité, pour qu'un seul et unique [81] accord puisse toujours être conclu, permettant ainsi aux chrétiens de siéger comme dans un conseil de mandarins chinois et de se réjouir d'avoir dressé ce mur infranchissable contre l'invasion des barbares. Et maintenant, où tendent toutes ces remarques ? Non à blâmer le chrétien, mais à montrer l'opposition de facto reconnue dans la vie chrétienne, à mettre en garde quiconque dont la poitrine n'est pas encore étranglée dans un pareil corset spirituel, contre l'imprudence de se mêler de ces choses... Quand je considère une foule de phénomènes particuliers dans la vie chrétienne, il me semble que ces individus comparés au païen, loin d'avoir été fortifiés par le christianisme, ont été par lui émasculés et sont au païen ce que le hongre est à l'étalon ».

XVII - André Clair - Pseudonymie et paradoxe

La méthode que nous pratiquons est celle de l'analyse de la structuration interne de l'œuvre; [..] Kierkegaard a insisté très tôt sur le caractère de «totalité organique» des productions culturelles : en ce sens, une oeuvre de pensée est comparable à une oeuvre d'art à saisir d'un seul coup d'œil à partir de son principe d'organisation. Une oeuvre d'art, je peux la saisir; je peux, si j'ose dire, en trouver le point d'Archimède et, dès qu'il est trouvé, tout me devient facilement clair. Dans ce cas, j'en peux suivre la grande idée maîtresse et voir comment les particularités servent à l'éclairer. J'embrasse l'individualité entière de l'auteur comme d'un regard j'embrasse la mer où tout détail se reflète [B 89]. C'est cependant à propos de la totalité que des difficultés surgissent. Qu'en est-il de cette totalité Kierkegaardienne et d'une lecture une de cette totalité?

La production de Kierkegaard a été très diverse. Si beaucoup d'interprètes ont traité de la production entière, c'est souvent d'une manière très générale 23. C'est en effet qu'il existe des ruptures dans l'œuvre. Et, plutôt qu'une totalité, il vaudrait mieux considérer des totalités. Il y a déjà l'ensemble considérable et très particulier des « Papirer » qui s'étendent de 1834 à 1855. Cet ensemble très divers et disparate ne se prête pas à une lecture structurale; mais il peut, le cas échéant, servir de moyen pour une lecture de l'œuvre publiée. Pendant toute cette période, des ruptures ont marqué à la fois la vie et la production de l'auteur. Concernant ce problème de genèse, nous poserons les simples indications suivantes se rapportant à une répartition de la production en périodes.

a. 1841 marque la première rupture. Après la mort de son père (1838), Kierkegaard publie un long compte rendu critique d'un roman d'Andersen; ses fiançailles datent de 1840; il soutient sa thèse en septembre 1841, posant ainsi un acte de fidélité à la mémoire de son père, rompt définitivement avec Régine en octobre et part pour Berlin où il suit notamment le cours de Schelling.

b. De 1842 à 1846, c'est l'intense production des ouvrages pseudonymes et des Discours édifiants. Cette période s'achève avec le Post-Scriptum. Agé de 33 ans et persuadé depuis longtemps qu'il ne dépasserait pas cet âge, en butte d'autre part aux caricatures de la feuille satirique «Le Corsaire» qu'il a provoquée en décembre 1845, Kierkegaard pense que son activité d'auteur est terminée et il pose un point final à son œuvre.

c. De 1846 à 1851, c'est une nouvelle production, marquée par un nouveau pseudonyme, Anti-Climacus, par une abondance de discours religieux, mais aussi, à partir d'une crise en 1848, par un travail explicatif et méthodologique.

d. A partir de 1851, cette production s'estompe et c'est alors le Journal qui s'enfle. C'est déjà l'œuvre de combat direct, qui éclate au grand jour en 1854, après la mort de Mynster. En quelque sorte libéré, mais déjà épuisé, Kierkegaard se livre au combat contre l'ordre établi. La polémique occupe le premier plan sans que pour autant l'intériorité soit délaissée. C'est en se référant particulièrement à cette période qu'Adorno a parlé du passage de la dialectique qualitative à la dialectique quantitative, ce qui marque l'impossibilité pour le penseur subjectif de demeurer jusqu'au bout dans l'indifférence politique vis-à-vis d'une société qui l'écrase ou le dissout.

C'est à propos des 2ème et 3ème périodes que se pose le véritable problème de répartition. Si l'on cherche à découper cet ensemble des œuvres à l'instar du bon cuisinier de Platon, une dualité apparaît immédiatement, celle des ouvrages pseudonymes et des discours. Et l'on a d'ailleurs, ainsi que chez Platon, une droite et une gauche 24 selon une division qui n'est pas d'abord temporelle mais longitudinale.

C'est d'abord une question méthodologiquement décisive que d'établir la signification de la relation entre cette gauche (pseudonyme) et cette droite (édifiante), formule abrupte dont il ne faudra pas méconnaître l'ironie et à laquelle on se gardera de réserver une lecture trop littérale et scolaire, puisque l'on sait que c'est aussi cette main gauche qui apportera notamment Les Miettes Philosophiques et L'Ecole du Christianisme. Entre l'œuvre pseudonyme et l'oeuvre signée, il existe une relation manifeste et constante de réciprocité. Tout au long de la production, un ouvrage dans un groupe appelle un ouvrage dans l'autre groupe. On peut affirmer qu'il y a là certainement un but pédagogique. Peut-être dans d'autres circonstances de lieu et d'époque, les discours religieux seraient-ils à eux seuls suffisants. Mais, outre que de telles circonstances demeurent tout à fait hypothétiques et improbables, seule, dans l'état de société officiellement chrétienne et effectivement païenne qu'est le Danemark, la pseudonymie comme détour, comme démarche polémique et comme correctif est adaptée à détruire l'illusion et à conduire les hommes vers la réalité sur laquelle réfléchissent les textes religieux, aussi bien pseudonymes que signés.

Chacun des deux groupes reçoit son fondement du paradoxe absolu. Mais l'œuvre pseudonyme et l'œuvre des discours comportent chacune sa diversité et surtout chacune sa démarche propre qu'on ne saurait assimiler à celle de l'autre et qu'il importe donc de considérer comme distincte. Ce n'est pas du tout que l'une des deux parties (laquelle au juste?) ait plus d'importance que l'autre, les deux se trouvant entre elles dans cette relation d'ambiguïté qui est constitutive de la dialectique kierkegaardienne. 25 Mais il reste que l'on ne peut entreprendre une étude analytique précise des deux parties simultanément, du fait que les démarches sont nettement distinctes et dans chaque cas suffisamment complexes. Il y aurait ainsi à effectuer une étude spécifique de chaque partie.

Nous entreprenons ici l'étude de l'œuvre pseudonyme. Ce n'est pas à dire que cette partie soit plus kierkegaardienne que l'autre, puisque, explicitement, elle l'est moins. Elle est pourtant tout à fait kierkegaardienne, mais d'une autre manière, en tant d'abord qu'elle se constitue au moyen d'une démarche singulière, propre à Kierkegaard. Il convient alors de dire l'intérêt philosophique d'une telle recherche.

a. Il est nécessaire d'étudier l'œuvre pseudonyme en elle-même, dans sa totalité comme dans sa diversité. La question de la forme du discours et du mode de communication du message est primordiale pour toute oeuvre. Or le discours des pseudonymes est, du fait de sa réalité même et par sa structuration, très spécifique et il est marqué d'un caractère de singularité dans l'histoire de la pensée occidentale. C'est là une première raison, d'ordre interne, pour une interprétation spéciale de l'œuvre pseudonyme.

b. L'œuvre de Kierkegaard fait partie des origines de notre modernité. Elle apparaît comme une manière nouvelle de poser et de traiter certains problèmes, traditionnels souvent, mais repris ici d'une façon originale. C'est le cas notamment de la question la plus centrale: que signifie pour l'homme le fait d'exister aujourd'hui? Ce surgissement et cette originalité, c'est dans l'œuvre pseudonyme qu'ils apparaissent avec le plus d'ampleur et de précision. C'est là une raison spécifique d'intérêt pour l'œuvre pseudonyme.

c. Une raison de même ordre et de caractère plus théorique vient de ce que cette nouveauté est donnée dans une structuration nettement conceptuelle. La qualification d'algébrique se rencontre dans trois œuvres, les Miettes Philosophiques, Le Concept d'Angoisse, La Maladie à la Mort. Qu'il y ait ainsi une organisation rigoureuse et un ordre raisonné logique et dialectique — des thèmes dans une démarche tendant à déterminer ce qui véritablement la fonde (le point d'Archimède), voilà qui autorise d'accorder le qualificatif de philosophique à une telle pensée. Or c'est surtout dans les grands ouvrages pseudonymes que se trouve effectué ce travail de réflexion et de mise en forme conceptuelle. Si, aussi bien comme personne privée que comme écrivain, Kierkegaard s'est déclaré vigoureusement hostile à la philosophie, c'est-à-dire surtout au hégélianisme, il est néanmoins indiscutable que notamment Johannes Climacus, Vigilius Haufniensis et Anti-climacus, ses pseudonymes, ont fait œuvre philosophique.

[..]

Le rapport de Kierkegaard à ses pseudonymes et à toute son oeuvre se constitue dans un dédoublement où la distinction entre la personne et son langage devient impossible peut-être à repérer, bien que l'auteur affirme qu'elle demeure toujours, mais pour lui seul. Quant à nous, disposant d'un texte qui, certes, constitue un curieux univers avec son architecture pseudonyme, nous avons à interroger cette voix multiple. Oui, Maître Kierkegaard et moi, nous faisons, chacun à notre manière, une drôle de figure en ce qui concerne les livres pseudonymes. Telle est l'affirmation du pseudonyme majeur, Johannes Climacus. Kierkegaard n'a évidemment pas inventé la pseudonymie, qui avait été fort prisée notamment des romantiques et qui même avait pris l'allure d'une mode. Mais, en faisant un emploi constant, très divers et généralisé de ce qui n'était alors qu'un procédé d'expression parmi d'autres, il a porté la pseudonymie au niveau d'une nouvelle forme d'écriture et presque d'une véritable méthode.

Sur cette voix, l'auteur s'est expliqué à mainte reprise et de manières fort diverses. Portant un coup d'œil rétrospectif sur son œuvre, il se livre à une lecture parfois critique et surtout il établit sa paternité. La difficulté de la méthodologie Kierkegaardienne n'est pas sa pénurie; c'est sa variété. Si l'on procède à l'inventaire des textes les plus importants, on trouve, outre des remarques éparses dans le Journal, des textes analytiques: La dialectique de la Communication Ethique et Ethico-religieuse, le Point de Vue Explicatif et son abrégé Sur mon Oeuvre d'écrivain, deux textes du Post-Scriptum, des préfaces à certaines œuvres. D'autres textes, notamment de L 'Ecole du Christianisme, traitent le problème de l'articulation entre ces éléments de méthode et des points de doctrine. [..] Le moins « non-kierkegaardien » si l'on peut dire, le plus direct donc de ces textes, c'est cette Première et dernière explication qui clôt le Post-Scriptum. Rédigée un peu après l'ouvrage lui-même, mais s'y trouvant pourtant incluse, elle est comme un post-scriptum à ce Post-Scriptum. La pseudonymie y est présente d'une manière très tenue, à savoir par cette appartenance à un ouvrage pseudonyme, mais sans que cet écrit soit lui-même pseudonyme puisque Kierkegaard l'a signé de son propre nom.

Kierkegaard a encore écrit deux longues communications directes, de forme bien différente, mais qui ont en commun d'être posthumes et dont l'une est d'ailleurs demeurée largement à l'état d'ébauche. La question est alors ici celle de la signification pseudonyme de la mort. La mort, de même que la pseudonymie, a une signification de rupture. La rupture pseudonyme peut être retrouvée dans la mort, en même temps qu'elle n'a pas exactement le même sens. L'œuvre posthume, c'est une présence-absence de l'auteur. Une explication posthume ne pourrait être donnée par un pseudonyme, car ce serait en quelque sorte une pseudonymie au second degré et l'auteur n'y parlerait pas directement Mais puisque ce n'est pas dit par l'auteur vivant, c'est tout de même dit indirectement, par delà la rupture de la mort. Cette analogie de signification entre la publication posthume et la communication indirecte, Kierkegaard l'a lui-même fait remarquer dans une note où il est question de l'annonce aux apôtres de la Passion du Christ. Les assurances les plus solennelles du Christ à propos de sa Passion et de sa mort, c'est sans utilité ; le fait que ce soit lui qui les annonce et qu'il demeure en personne auprès de ses apôtres, voilà qui empêche ceux-ci d'y croire vraiment. Il faut que cela arrive pour de bon. Ici on voit la différence entre communication directe et communication indirecte ; la réalité de sa mort, voilà la communication indirecte. Il y a une présence et une reconnaissance du sens de l'œuvre qui ne peuvent advenir que par delà une absence et une rupture.

Les autres textes méthodologiques ont des pseudonymes pour auteurs. Il s'agit, dans le « Coup d'œil » du Post-Scriptum, d'une lecture des oeuvres des pseudonymes par l'un d'entre eux. On a d'autre part des préfaces qui à la fois expliquent et pratiquent la pseudonymie.

2. Une première et dernière explication

Alors que l'ouvrage, le Post-Scriptum, est déjà à l'impression, Kierkegaard y adjoint un court texte comme conclusion à ce Post-Scriptum conclusif ainsi qu'à toute l'oeuvre. Jugeant son œuvre terminée, Kierkegaard lève les masques et assume publiquement la responsabilité de tous ses ouvrages pseudonymes.

Ma pseudonymie ou polyonymie n'a pas eu une raison accidentelle en ma personne... , mais une raison essentielle qui tient à la nature de la production elle-même ; Celle-ci, dans l'intérêt des répliques, à cause de la variété psychologique des divers types d'individualités, a exigé le recours à la poésie avec son absence d'égards envers le bien et le mal, la contrition et la folle gaieté, le désespoir et la présomption, la souffrance et l'allégresse, etc., absence d'égards qui n'a d'autre limite, en idée, que celle de la logique psychologique, ce qu'aucune personne vraiment réelle n'oserait ni ne pourrait se permettre dans les limites morales de la réalité. L'oeuvre écrite est donc bien de moi, mais seulement dans la mesure où j'ai mis dans la bouche de l'individualité poétique-réelle qui la produit, sa conception de vie telle qu'on la perçoit par les répliques. Car mon rapport à l'œuvre est encore plus marginal que celui du poète qui forge ses personnages et est pourtant lui-même l'auteur dans la préface. Je suis en effet impersonnellement ou personnellement à la troisième personne un souffleur qui a produit poétiquement des auteurs, lesquels ont produit leurs préfaces et même leurs noms. Il n'y a donc pas dans les livres pseudonymes un seul mot qui soit de moi; je n'ai d'autre opinion à leur sujet que celle d'un tiers, d'autre connaissance de leur signification qu'en tant que lecteur, et pas le moindre rapport privé avec eux, ce serait d'ailleurs impossible d'avoir un tel rapport avec une communication doublement réfléchie. Un seul mot énoncé par moi personnellement en mon nom serait un arrogant oubli de moi-même qui, à lui seul, aurait pour effet du point de vue dialectique, d'anéantir essentiellement les pseudonymes.

Ce texte permet une première analyse de quelques significations majeures de la pseudonymie.

a. Une distinction, qui signifie une rupture, est à faire entre subjectivité psychologique et subjectivité pseudonyme. La subjectivité psychologique, comme ensemble de dispositions particulières de l'homme Sôren Kierkegaard, est récusée comme secondaire et même accidentelle pour l'oeuvre. Les explications de caractère simplement juridique, politique ou psychologique valent ce que vaudrait une explication par le portrait ou le fac-similé. Il s'agit là simplement de l'élément de déclenchement par lequel une œuvre prend forme, sans qu'un rapport autre qu'occasionnel soit posé entre l'œuvre et ces circonstances. On peut bien considérer qu'il y a eu des causes sociales ou psychologiques sans lesquelles cette œuvre n'aurait pas été produite, mais, rapportées à la raison, c'est-à-dire au principe de l'œuvre, ces causes sont fortuites. Kierkegaard est le «père adoptif» de l'œuvre ; son rapport à celle-ci est celui d'un responsable juridique et civil «pour l'usage des plumes prêtées».

La distinction capitale sur laquelle tout ceci repose, c'est l'opposition entre la subjectivité particulière de l'auteur et cette subjectivité pseudonyme qui précisément constitue la raison de l'œuvre. Les types de subjectivité élaborés tout au cours de l'œuvre reçoivent une signification de généralité. La subjectivité pseudonyme n'a donc pas de référence directe à des subjectivités existantes, mais elle décrit le tableau des idéalités existentielles ou des modèles de subjectivité. Elle forme une sorte de système véritablement total (Kierkegaard y insistera ailleurs) des possibles existentiels. S'il y a là un univers subjectif, ce n'est pas en tant que cet univers s'appliquerait à des existants particuliers, mais c'est en tant qu'il est producteur de types subjectifs ou de modes généraux et précis d'existence. La pseudonymie ne tient pas à l'auteur lui-même, mais à la forme de l'entreprise. L'œuvre pseudonyme est un univers sans je psychologique. Rompre avec le psychologique est la seule façon de préserver «la pureté du rapport» entre les formes de subjectivité. La pensée de l'existence est ici refus du psychologisme. Une personne particulière se conduit selon des normes contingentes, alors que la subjectivité pseudonyme tend à dégager des types universels. En conséquence, l'exégèse de l'œuvre pseudonyme passe par la mise à l'écart de la subjectivité de l'auteur. L'un des caractères de la pseudonymie, c'est ainsi de mettre l'accent sur la rupture entre la vie et une réflexion sur l'existence. Alors, par rapport à cet univers autonome, l'auteur se trouve aussi éloigné que n'importe quel lecteur; par rapport aux livres, Kierkegaard est «l'unité d'un secrétaire et, ce qui est assez ironique, de l'auteur (dialectiquement rédupliqué) de l'auteur ou des auteurs». C'est alors aussi bien l'auteur Kierkegaard lui-même qui peut apparaître fictif si c'est le monde des pseudonymes qui est pris comme référence. Mais aussi, nous sommes avertis de ne pas faire de l'œuvre pseudonyme une lecture simplement sérieuse. La pseudonymie est simulation ; l'ironie s'y déploie constamment avec son jeu de retraits, ses regards polémiques et ses miettes de causticité. Les pseudonymes prennent plaisir à égarer leur lecteur.

b. Cette extériorité essentielle de l'auteur par rapport à l'œuvre a pour corrélat l'autonomie de l'univers pseudonyme. La nature de la subjectivité pseudonyme, c'est d'être constituée dans un discours autonome. C'est un discours qui ne vient de nulle part et qui aussi ne va nulle part ; en ce sens, il n'y a ni archéologie ni téléologie de la pseudonymie, puisque l'origine est indifférente et insignifiante et qu'il n'y a pas de but interne, mais une rupture comme tâche, comme passage à la réalisation de soi, passage à un je réel audelà de la pseudonymie. Les pseudonymes ne sont rien d'autre que leurs écrits. Tel est le sens du procédé poétique : une affabulation, libérée de toute contrainte de vraisemblance morale ou psychologique, dont la seule règle est la cohérence et qui peut ainsi porter à la limite le développement de types de personnalité. Avec les pseudonymes, il s'agit de « danser avec l'idéalité légère à double réflexion d'un auteur poético-réel ». 10 Coupée de la réalité vécue, la pseudonymie est apparentée à une méthode formelle ou à une méthode algébrique, comme diront quelques pseudonymes. La pseudonymie se développe en elle-même. Il y a véritablement une productivité des pseudonymes (au double sens du génitif). L'auteur produit des pseudonymes ; les pseudonymes se produisent. La pseudonymie est polyonymie du fait qu'un pseudonyme se produit et produit d'autres pseudonymes par un mouvement qui peut se poursuivre en cascade. Kierkegaard pose un pseudonyme ; celui-ci est donné comme auteur des pseudonymes de l'ouvrage, à moins même que le premier pseudonyme ne fasse que poser celui qui découvrira ou construira les autres. Ce qui est donné, c'est un ensemble de relations de pseudonyme à pseudonyme, non pas d'auteur à pseudonyme. Un univers se constitue ainsi par un dynamisme producteur d'idéalités. La multiplicité des pseudonymes est une multiplicité de positions à partir de quoi se développe un système de relations et d'oppositions. De ce fait, la pseudonymie, en tant que polyonymie, est le lieu où se nouent les contradictions ; elle est ainsi de nature dialectique.

c. Les derniers mots du texte soulèvent précisément la question de la relation entre la dialectique et la pseudonymie. C'est une question décisive en ce qu'elle est celle du sens du langage et de la communication. Elle constitue d'ailleurs le fil directeur du texte sur «La Dialectique de la Communication». De soi, toute communication est réflexion, c'est-à-dire médiateté. Mais le point de différenciation porte sur la nature de cette réflexion. La communication est soit simplement, soit doublement réfléchie. Elle peut être d'une part la transmission d'une information; d'autre part, le message transmis peut avoir une relation essentielle à l'existence du locuteur ou du destinataire. Tel est le cas de la communication doublement réfléchie, avec un premier moment de caractère informationnel est un second de caractère existentiel. Ansi trouve-t-on une double rupture: celle de la médiateté, propre à tout langage, et celle de la référence existentielle.

On peut alors se poser la question d'une communication triplement, quadruplement... réfléchie, les interlocuteurs se trouvant en effet parfois à des niveaux différents et échelonnés. Or la réponse à une telle question ne ferait pas de doute, et si l'hypothèse n'en est pas proposée, c'est qu'elle n'aurait pas véritablement de sens. Ce qui en effet définit la communication doublement réfléchie, ce n'est pas le nombre des intermédiaires, mais la qualité de la relation du message à l'homme. Une communication à multiples intermédiaires reste une communication simplement réfléchie si elle demeure étrangère à la tâche de réalisation de soi. L'élément décisif, c'est une rupture dans la chaîne de communication qui fasse passer du contenu à la décision face à ce contenu. Une fois cette rupture effectuée, il n'en est plus d'autres parce que cette rupture définit le caractère complet de la communication.

Pourtant, si le nombre des pseudonymes emboîtés n'a pas une valeur démonstrative pour la communication existentielle, il a bien une signification qui concerne le mode d'existence ou, comme nous dirons surtout, l'atmosphère. Les pseudonymes ne sont pas des médiateurs ordinaires; ils portent en eux la rupture existentielle autant que langage peut la porter et ils la rappellent constamment comme tâche par leur multiplicité et leur emboîtement. C'est aussi à ce niveau que se situe la dialectique kierkegaardienne ; comme double réflexion, elle est à entendre comme une relation, à réaliser dans l'existence, entre le sujet comme réalité irréductible et le message.

[..]

Un pseudonyme lecteur des pseudonymes: « l'annexe » du Post-Scriptum

Au beau milieu du Post-Scriptum, l'auteur ajoute une longue annexe à un chapitre. Intitulée Coup d'œil sur un effort simultané dans la littérature danoise, cette annexe est l'exégèse, ironique certainement et dans la position d'un tiers, des ouvrages pseudonymes et des discours jusqu'en 1845. Par l'intermédiaire du pseudonyme majeur, Climacus, c'est le regard indirect de Kierkegaard qui se porte sur son oeuvre. Climacus analyse une production qui lui est étrangère, mais qui traite exactement et de la même manière les thèmes qu'il avait lui-même projeté de traiter. L'ironie de la situation marque l'ambiguïté qui est constitutive de cette exégèse; l'écart entre Climacus et les autres pseudonymes est par définition toujours maintenu, mais en même temps il se trouve constamment aboli dans les œuvres réalisées. C'est la lecture d'un tiers, conforme en cela à l'attitude des pseudonymes qui sont demeurés à distance de leurs propres œuvres. De cette façon, je devins un témoin, intéressé de façon tragi-comique, des productions de V. Erémita et des autres écrivains pseudonymes. Que ma façon de voir soit celle de l'auteur, je ne puis naturellement le savoir de façon certaine, car je ne suis que lecteur. En revanche, cela me réjouit que les écrivains pseudonymes, sans doute attentifs à la relation de la communication indirecte à la vérité en tant qu'intériorité, n'ont eux-mêmes rien dit et n'ont pas gaspillé une préface à prendre position officiellement à l'égard de leur production ».

La signification de cette lecture est double. C'est d'une part une analyse appliquée de la communication, cohérente avec ce que nous avons relevé précédemment, et c'est d'autre part une lecture individualisée des ouvrages pseudonymes, ce qui précise le schéma du Point de Vue Explicatif.

Tout d'abord, Climacus montre en quoi la méthode indirecte de communication se trouve légitimée par l'œuvre effective, articulée autour d'individualités. Ma démarche propre, s'il doit en être question, et surtout de la «faire toucher du doigt» , consiste justement dans la forme antithétique de la communication, aucunement dans les combinaisons dialectiques peut-être nouvelles par quoi les problèmes deviennent plus clairs ; elle réside au premier chef et d'une façon décisive dans la forme antithétique, et ce n'est qu'alors, quand cela a été mis en relief, qu'il peut, s'il le faut, être question un instant d'une miette d'originalité didactique. La signification de la pseudonymie en acte tient dans une dualité d'éléments. La signification directe, c'est que, dans leur univers autonome, les pseudonymes traitent les problèmes d'une manière conceptuelle (combinaisons dialectiques) et apportent même un savoir nouveau. Pourtant, cette signification est seconde ; elle tient sa validité, en vue de l'existence, d'une signification polémique méthodologiquement marquée par l'antithèse. Mais, puisque la forme antithétique n'exclut pas le message et que même, au contraire, elle suppose que l'on communique quelque chose, la signification complète est dans l'articulation des deux éléments.

Climacus effectue ici une lecture, un par un, des sept ouvrages pseudonymes parus. Alors que le Point de Vue considère l'oeuvre pseudonyme en bloc, ce sont ici les aspects particuliers de chaque ouvrage qui sont accentués. Dans leur commune «répugnance à enseigner», les pseudonymes se distinguent entre eux par la manière dont ils se rapportent à l'existence, en accentuant davantage soit le caractère d'individualité existante, soit au contraire le caractère théorique ou même didactique.

l. L'Alternative d'abord présente le rapport entre l'esthétique et l'éthique d'après des individualités existantes. Le livre n'a rien de didactique, constitué qu'il est de récits, discours, lettres, journal.

2. La Répétition est également un récit, celui d'une expérience psychologique. C'est une communication au moyen d'une expérience, donc nécessairement indirecte. L'auteur ne doit pas et ne peut pas tout dire parce que l'ouvrage n'a rien de didactique.

3. Crainte et Tremblement n'est pas non plus un ouvrage didactique, mais pourtant il ne se développe pas dans une individualité existante. Le livre représente un combat de l'existence qui tend au secret religieux. La distance absolue entre la vie des hommes et le secret religieux interdit la représentation dans un exemple concret. Ainsi est accentué le lien entre la communication indirecte dirigée vers l'intériorité et le secret religieux.

4. Les Miettes Philosophiques posent aussi un problème de relation au religieux. D'une manière indirecte, c'est la présentation du rapport du christianisme à l'existence. Le rapport est traité en lui-même, sans faire intervenir la figure du Christ, sinon comme élément formel.

5. Le Concept d'Angoisse est l'ouvrage le plus nettement distinct. L'auteur s'y exprime directement et même d'une manière didactique. L'ouvrage traite d'un savoir à propos du péché, savoir qui renvoie cependant à une ultérieure appropriation subjective.

6. Les Préfaces sont simplement un amusant petit livre.

7. Les Stades s'apparentent à L'Alternative par les noms des personnages, la forme de l'écrit et les thèmes. Mais l'accent est posé sur un point différent (l'existence orientée vers le religieux, dans la troisième partie).

Cette lecture de Climacus se situe à un extrême par rapport à l'autre extrême représenté par le Point de Vue. Ici les ouvrages sont vus essentiellement dans ce qui les singularise. L'Alternative et les Stades sont en fait bien différents: on y trouve à peine une seule expression ou un seul tour de pensée identiques. Egalement, entre la troisième partie des Stades et La Répétition, qui traitent de la même question, la différence est fondamentale «lorsqu'il est question de détermination de catégorie». 43 Ce sont encore les différences spécifiques qui sont accentuées entre les autres livres. Ainsi, avec l'unité de la pseudonymie, fortement accentuée dans le Point de Vue, et l'originalité de chaque ouvrage, explicitée ici, nous tenons les deux limites entre lesquelles devra s'inscrire toute tentative possible pour introduire un ordre précis à l'intérieur de l'univers pseudonyme.

[..]

Il convient encore d'interroger, outre les textes méthodologiques, la démarche des pseudonymes telle qu'elle est appliquée dans la construction des ouvrages. Cette application est variée. Certains livres sont l'œuvre d'un seul pseudonyme, alors que d'autres établissent toute une échelle de pseudonymes. Ces ouvrages de pseudonymes répercutés, en «boites chinoises», pratiquent de la manière la plus manifeste une articulation de la pseudonymie. Dans cet univers autonome, les ruptures entre pseudonymes déterminent des nivaux divers. Ce procédé se trouve appliqué surtout dans L'Alternative, Les Stades et La Répétition.

A. L 'Alternative

Dans l'univers tout entier pseudonyme de ce livre, où le nom de Kierkegaard ne figure ni comme celui du préfacier ni comme celui de l'éditeur, un schéma élaboré d'après l'avant-propos permet de ranger les pseudonymes par niveaux. Nous obtenons ainsi, par éloignement croissant par rapport au lecteur, trois niveaux.

a. A un premier niveau, nous trouvons le pseudonyme Victor Eremita; celui-ci est supposé avoir rassemblé, pour constituer l'ouvrage, des papiers qu'il a trouvés par hasard dans un meuble acheté d'occasion ; il est l'éditeur de l'ouvrage.

b. Viennent ensuite deux pseudonymes dénommés A et B qui sont les principaux acteurs. A, qui est un jeune esthète inconnu, a écrit la 1ère partie sauf le dernier texte de celle-ci, le « Journal du Séducteur ». B (Wilhelm), qui est assesseur au tribunal, a écrit les deux longues lettres de la seconde partie.

c. A un troisième niveau, on rencontre encore deux pseudonymes symétriques ; dans la première partie, c'est Johannes, l'auteur du « Journal du Séducteur » , et dans la seconde, c'est un pasteur jutlandais, auteur d'un sermon intitulé « Ultimatum ».

Ce qui importe ici, c'est de montrer les rapports entre les divers pseudonymes et d'en préciser la signification. S'il se fait que des pseudonymes de même niveau peuvent se connaître, la rupture est nette entre deux niveaux ; c'est là d'ailleurs ce qui légitime une classification des pseudonymes par niveaux. Or cette organisation en niveaux imbriqués les uns dans les autres est établie par des procédés symboliques de mise à distance (circonstances, secret, écarts temporels).

a. Les circonstances de la découverte. V. Eremita aperçoit un jour un secrétaire chez un brocanteur. Malgré l'aspect vétuste et usé du meuble, Victor est séduit ; pourtant, il ne se décide pas de suite à l'acheter. Tout aussi singulière que l'achat est la découverte des livres ; voulant un jour ouvrir un tiroir, Victor en vient à porter un coup terrible au meuble ; or c'est un élément auparavant inaperçu qui apparaît : une porte secrète. Enfin c'est en forêt et alors qu'on le croit occupé à tout autre chose que Victor prend connaissance du texte des écrits.

b. L'incognito. L'avant-propos s'ouvre sur la mise en doute de la thèse phénoménologique de l'identité de l'extérieur et de l'intérieur. C'est « dans le silence de la nuit » que Victor s'est mis à lire le Journal du séducteur. De même, une grille et les multiples tiroirs et cachettes du secrétaire symbolisent le secret. La grille sépare Victor des pseudonymes, comparable à celle qui sépare le confesseur du pénitent. Sans leurs écrits, les pseudonymes seraient absolument des inconnus pour Victor. Il y a d'ailleurs une ignorance réciproque des pseudonymes de niveaux différents. L'inconnu réside encore dans la date des écrits.

c. Les écarts temporels. La découverte remonte à 7 ans et Victor a cherché en vain les auteurs pendant deux ans. Ces ruptures se conjuguent avec une unité de la pseudonymie. Déjà, le livre a un véritable titre, où certes la rupture interne est inscrite. L'ouvrage est un lieu où se croisent des individus réciproquement inconnus; c'est un jeu de masques. Et pourtant, tous ces personnages sont posés dans un certain ordre. Il est plausible de considérer les écrits « comme provenant d'une seule et même personne..., d'un homme qui a opéré dans sa vie les deux mouvements ou les a examinés l'un et l'autre ». L'unité de la pseudonymie est celle d'un mouvement. Le fait que les papiers ne comportant pas de conclusion, de même que les recherches historiques sur les auteurs n'ont pas eu de résultat, signifie que la pseudonymie est à comprendre d'abord comme un itinéraire; pourtant, ce n'est pas l'itinéraire d'individualités particulières, mais c'est l'affrontement de conceptions qui « restent en présence sans attendre aucune décision définitive de telle ou telle personnalité »

B. Les Stades

Assez comparable au précédent par son architecture, ce livre est encore plus complexe. On y repère en effet quatre niveaux de pseudonymie, présentés l'avant-propos de Hilarius et l'avis au public de dans deux textes distincts Frater Taciturnus.

a. Hilarius, qui est simplement le relieur des textes, écrit aussi un avant-propos « Lectori Benevolo » , dans lequel il expose les circonstances de la publication.

b. Un écrivain en renom avait jadis remis ces papiers au relieur; mort depuis lors, il n'en est pas lui-même l'auteur.

c. Chacune des trois parties a son auteur: William Afham, un époux, Frater Taciturnus.

d. La 1ère et la 3ème parties comportent chacune un quatrième niveau de pseudonymie ; ce sont les convives du banquet et c'est le quidam de l'expérience.

Notons que les pseudonymes des deux premiers niveaux reprennent ensemble à peu près ce qu'était Eremita. La symbolique s'apparente aussi à celle de L'Alternative, mais elle est plus complexe.

L'avant-propos de Hilarius

1. Les circonstances. Un écrivain a confié à Hilarius un groupe d'écrits. L'écrivain mort, Hilarius a renvoyé les écrits aux héritiers, sauf, fortuitement, ceux qui constitueront les Stades. Papiers sans valeur, ils arrivent par hasard entre les mains d'un précepteur qui révèle leur importance. La mort de l'écrivain, l'oubli des papiers, leur découverte par un étranger, tout concourt a rendre tangible la distance signifiée par la pseudonymie.

2. L'incognito. Il est complet. Hilarius affirme connaître l'écrivain, mais il ne nous en révèle rien. On n'a aucune indication précise sur les auteurs. Les niveaux de pseudonymie sont nettement séparés.

3. Les écarts temporels. Beaucoup de temps (sans plus de précision) s'écoule entre le moment de la remise des écrits, la découverte de leur importance, enfin leur publication.

L'avis de Frater Taciturnus

1. Circonstances de la découverte. A l'intérieur de l'ouvrage découvert par Hilarius, prend place une autre découverte, en somme une découverte en abîme. Au cours d'une pêche dans un lac, Frater Taciturnus a retiré au premier essai un lourd coffret de palissandre. Celui-ci contient, parmi des objets de joaillerie, le journal du quidam. Et, de même qu'Eremita maintenait le secret en laissant croire qu'il tirait au pistolet, Taciturnus dissimule sa découverte à son compagnon.

2. Le secret. Il est signifié de multiples manières. C'est d'abord la résistance du coffret à être tiré à la surface ; c'est surtout la personnification du lac comme une mère dépouillée. La bulle qui remonte est « le soupir des abîmes, un soupir de profundis, un soupir des flots auxquels j'arrachais leur dépôt, un soupir du lac fermé, un soupir de l'âme renfermée à laquelle je dérobais son secret ». Cette symbolique, c'est encore la surprise de la découverte, le silence complet du lac, l'enveloppe du coffet ainsi que les multiples enveloppes qu'il renferme, le cachet et la fermeture avec clé intérieure, la particularité du papier et de l'écriture, l'incognito de l'auteur, l'attitude de Taciturnus, redoublant le secret dans son pseudonyme.

3. La temporalité. Frater indique seulemnt qu'il a trouvé, par le calcul, que l'expérience du quidam se rapporte à l'année 1751.

La pseudonymie a dans ces textes la même signification essentielle que dans l'avant-propos de L 'Alternative : faire voir l'écart toujours résurgent entre l'intérieur et l'extérieur, et par là récuser la thèse hégélienne de leur identité en portant l'accent sur la situation.

C. La Répétition

Cet ouvrage, « écrit en toutes sortes de langues » et « de manière que les hérétiques ne puissent le comprendre » , se présente différemment des deux précédents. N'en ayant pas l'ampleur dans les récits, les digressions et les descriptions, il a un objet plus restreint. Les thèmes et la manière l'apparentent pourtant aux précédents.

On peut mettre La Répétition en parallèle avec la 3ème partie des Stades. Climacus a déjà établi la comparaison. s'agit dans les deux cas d'une « expérience psychologique » , en l'occurence d'un récit d'amour brisé où les éléments autobiographiques ont une large part. Du point de vue de la démarche, les différences sont cependant nettes, à cause déjà du dédoublement du rôle de l'acteur principal. L'ouvrage comporte deux pseudonymes, tous les deux acteurs : Constantin, auteur du livre, et un jeune homme dont Constantin est le « muet confident ». Bien qu'ils se soient rencontrés à plusieurs reprises, ils demeurent étrangers l'un à l'autre. Constantin se tient dans une attitude d'observateur le jeune homme conserve l'incognito. Les thèmes du secret et de l'écart sont nettement signifiés la rupture du jeune homme avec la jeune fille, puis avec Constantin, l'absence temporaire de toute communication, l'envoi de lettres au confident muet.

A quel niveau de pseudonymie ranger alors les protagonistes ? Si l'on prend, comme il semble naturel, le schéma des Stades, il n'y a pas de réponse univoque (les deux acteurs seraient au dernier niveau, mais d'autre part Constantin, en tant qu'auteur du livre, serait à l'avant-dernier niveau). En vérité cette difficulté de classification, jointe à la différence du nombre de niveaux selon les œuvres, indique d'abord ce que n'est pas essentiellement la pseudonymie en abîme. La signification de celle-ci n'est pas de démontrer, mais de montrer ; son but n'est pas de procéder avec rigueur, mais de faire éprouver une forme de rapport à la vie : elle n'est pas de l'ordre du concept, mais de la situation. En conséquence, il n'y aura pas à chercher de correspondance stricte entre ce que nous appelons les niveaux de pseudonymie et ce que nous nommerons les degrés dialectiques. Dès qu'un pseudonyme est posé, la rupture avec la communication directe l'est aussi ; en conséquence, le nombre de niveaux de pseudonymie n'est pas lui-même cause d'une différence essentielle. De lui-même, ce nombre importe assez peu, sinon pourtant comme accentuation de la rupture. Ceci n'entraîne aucunement qu'il y aurait des pseudonymes superflus, du fait que, une fois posés, on n'en tient pratiquement plus compte. On remarquera que les pseudonymes en abîme ne se trouvent que dans les œuvres de récits et de dissertation ; on peut soutenir qu'ils sont alors le correctif de la proximité de l'expérience, et cette signification est particulièrement nette dans les écrits qui sont la transposition à peine déguisée de l'histoire des fiançailles de Kierkegaard (La Répétition ; Une histoire de la souffrance). C'est là d'ailleurs que la pseudonymie atteint sa plus grande complexité, là où il faut, à cause justement de la proximité et de l'acuité de l'expérience vécue, renforcer les artifices d'écriture ; la pseudonymie en abîme apparait ainsi comme le moyen le plus net, sinon le plus efficace, pour masquer l'expérience personnelle et la présenter sous une forme substitutive. Tout se passe comme si, pour signifier la validité pour tout homme de ces écrits, il était nécessaire d'user de l'enchaînement des pseudonymes comme d'un moyen renforcé de rupture par rapport aux particularités de l'expérience ; au contraire, les ouvrages à caractère nettement théorique n'ont pas, du fait de leur méthode, besoin de la multiplicité pseudonyme. Ce qu'on peut dès lors affirmer, c'est que la pseudonymie en « boîtes chinoises » est un procédé rhétorique pour rappeler et renforcer la rupture de l'écrit par rapport à la vie, cette rupture dont le principe est le fait même de la pseudonymie et qui, dans les écrits théoriques, est suffisamment reprise par le simple fait de l'étude conceptuelle. Il y aurait ainsi deux moyens principaux de conserver toujours présente la rupture, à savoir l'emboâtement des pseudonymes et l'analyse des concepts. Et ceci permet de tenir ensemble toutes les œuvres pseudonymes. [..]

Dans deux études brillantes, c'est aussi ce problème de la pseudonymie comme masque qu'a traité J. Starobinski, mais plutôt dans le cadre d'une « biographie spirituelle ». Kierkegaard est un penseur qui s'avance masqué. « S'il est vrai que le masque joue un rôle capital dans la pensée et la conduite de Kierkegaard, nous ne sommes pas quittes de l'opposition du dedans et du dehors, de l'externe et de l'interne ». L'idée de J. Starobinski, c'est que ce qui fait défaut, c'est le moi lui-même. En quête de soi, l'homme ne se trouve pas de centre et ne rencontre qu'un vide ou une nébuleuse. Irréel, ce moi ne peut prendre la forme que de faux visages. Mais cette conduite masquée devient intenable. Kierkegaard ne se résigne pas à ne plus espérer l'avènement de la « réalité authentique » de son moi. Il faut alors que l'être qui s'est lui-même caché se dévoile, afin d'accéder à l'authenticité. Ceci entraîne d'abord une critique des masques et de la dissimulation ; l'exhibition masquée se renverse en une critique des conduites masquées. Mais c'est seulement par un appel à l'infini que le moi peut être enfin affirmé. Les masques sont ainsi un moment d'un cheminement de soi à soi, le moment du passage par la fausse communication. « Que faire, sinon abandonner au niveau inférieur un faux moi : un double, un pseudonyme, un masque ? Le masque met en mouvement une opération spirituelle de passage ; il est l'autre, celui qui, après avoir été plus que le moi vide du début, est destiné à être renié et rejeté comme étant moins que le moi vacant de la fin. A ce moment, le masque se confond avec le « vieil homme » qui doit mourir ».

Mais qu'est-ce d'abord que cette authenticité du moi f 7 Le moi est une tâche où l'homme a d'abord à se reconnaître comme non-vérité afin de parvenir à sa réalisation et à sa fondation. Alors, cette opposition d'un moi vide initial et d'un moi vacant terminal pourrait bien être simplement Séduisante. En réalité, le mouvement dialectique est différent ; il peut d'ailleurs s'effectuer sans que la pseudonymie, qui ne se ramène pas à des masques, soit rejetée. est le parcours discontinu décrit par les pseudonymes ; ceux-ci, êtres fictifs et idéaux certes, actualisent pourtant, chacun à son niveau, les diverses formes de l'existence.

Pseudonymie et ironie

Kierkegaard s'est présenté comme un ironiste de l'époque moderne. C'est d'ailleurs par un travail sur l'ironie qu'il commença vraiment son œuvre; en vérité, ce n'est pas simplement dans ce livre que l'ironie est en question, mais c'est toute l'œuvre qu'elle traverse. Dans la production pseudonyme, l'ironie a une portée très précise. Elle n'est pas une méthode de pensée organisée avec rigueur et définie avec précision ; la pseudonymie elle-même n'en est pas vraiment une, ou plutôt elle n'en devient une que dans son rapport essentiel à la dialectique. L'ironie n'est pas non plus un procédé de communication.

Il est nécessaire d'opérer ici des distinctions entre la méthode dialectique, les genres d'écriture, les procédés de présentation et les styles. La méthode concerne la forme de la dialectique, la structuration de la démarche kierkegaardienne selon une dualité d'aspects et une hiérarchie de degrés. Dans l'œuvre pseudonyme, cette méthode prend corps dans les genres divers. Ceux-ci, en relation avec la multiplicité et la diversité des pseudonymes, sont très variés, et il est improbable que l'on puisse en établir une organisation systématisée. Alors que le cadre dialectique structure la totalité des formes d'existence, les genres ne présentent pas ce caractère de complétude ; il est vraisemblable que Kierkegaard eût pu en inclure d'autres sans que la structure même de la dialectique eût été remise en question. C'est que ces genres n'ont pas la même fonction que la méthode. Leur but n'est pas d'abord de permettre de penser l'existence, mais plutôt d'en présenter, en les accentuant, telles formes précises. Presque chaque ouvrage actualise un genre propre, et parfois plus d'un. A titre plus indicatif que catégorique, nous relèverons les genres suivants : la réflexion philosophique comme interrogation globale sur une forme déterminée de problème, l'analyse de concepts, la réinvention d'un thème ancien ou moderne, le récit et la nouvelle, le journal, la lettre, la prédication.

De ces genres, il convient de distinguer des éléments plus précis et particuliers qui sont des procédés d'argumentation ou plus généralement de présentation. Il s'agit là de ce que l'on peut nommer la rhétorique de Kierkegaard. La variété est ici plus grande encore que pour les genres, et il y faudrait à coup sûr distinguer des niveaux et parfois un ordre d'importance. De nouveau à titre indicatif, repérons quelques-uns de ces procédés. Kierkegaard se plaît à emboîter les pseudonymes ; il est familier de la parodie (romantisme, hégélianisme) ; il recourt fréquemment au passé culturel (reprise de mythes, emprunts à de nombreuses littératures) ; il utilise à titre de procédés des genres traditionnels (ébauche de dialogues, esquisse de scènes de théâtre) ; il se sert de contes brièvement notés, d'anecdotes, d'aphorismes ; il a généralement besoin d'un repoussoir pour affirmer sa pensée par un procédé d'opposition et de différenciation.

Le style est encore d'un autre ordre ; ni méthode, ni genre, ni procédé, il tient plutôt aux diverses relations de cet ensemble. Si, en conséquence, les styles sont divers, ils reçoivent pourtant une unité de par l'unité de méthode. Or l'ironie, c'est précisément un style ; et si elle n'est pas le style unique, elle est au moins une marque constante du discours ; cette marque fait que le discours comporte toujours un double aspect; l'ironie porte en soi l'ambiguïté dialectique. Aucune œuvre, et certainement pas les plus sérieuses, n'est soustraite à l'ironie.

Dans Le Concept d'Ironie constamment rapporté à Socrate, Kierkegaard étudiait l'ironie antique, mais aussi, en s'aidant d'ailleurs de critiques de Hegel, s'en prenait à l'ironie romantique, spécialement à Schlegel, Tieck et Solger. En tant que simple négativité et négativité infinie, l'ironie n'est alors que dissolvante. Socrate au contraire avait déjà découvert que l'ironie marque l'entrée dans la vie personnelle. C'est à partir de là que se noue la réflexion de Kierkegaard ; l'ironie, dans sa négativité même, est une première détermination de la subjectivité ; c'est une fonction d'éducation du moi que Kierkegaard lui reconnaît. « L'ironie délimite, achève, précise, apportant ainsi vérité, réalité et contenu; elle corrige et châtie, apportant ainsi de la tenue et de la consistance. L'ironie est une éducatrice sévère que seul craint celui qui ne la connaît pas, mais que l'on aime dès qu'on la connaît. Celui qui n'entend rien à l'ironie et qui n'a pas d'ouïe pour son chuchotement manque eo ipso de ce que l'on pourrait nommer le commencement absolu de la vie personnelle... Il lui manque le bain rénovateur de jouvence, le baptème de purification de l'ironie, qui sauve l'âme en la gardant de placer sa vie dans le fini, bien qu'elle y vive avec force et vigueur ». Alors l'ironie est principe de multiples manières. Elle marque, avec Socrate, le surgissement du thème de la subjectivité ; elle se trouve au commencement de la production de Kierkegaard ; elle est aussi un style qui commande une forme d'expression de toute l'œuvre ; elle est encore pour chaque individu le point d'entrée dans la vie personnelle.

Dans l'œuvre pseudonyme, l'ironie est là en acte avec des caractéristiques multiples. D'abord, elle est jeu. Kierkegaard s'amuse ; il s'amuse au jeu des pseudonymes et en vient même à s'oublier. Ainsi, tel pseudonyme de la 3ème partie des Stades (Frater Taciturnus), présenté comme celui qui a découvert au fond d'un lac le journal d'un quidam, apparaît en même temps comme l'auteur de ce journal et comme son compétent commentateur. Kierkegaard joue avec lui-même, avec le public, avec son lecteur. Il joue avec les mots danois, se flattant de porter certains termes populaires au niveau philosophique, comme Hegel jouait avec les mots allemands ; et alors le jeu est en même temps parodie. Kierkegaard multiplie les expressions en diverses langues étrangères. Tout ceci est une caractéristique constante. Au stade religieux, le jeu n'est jamais renié, mais retrouvé. Dans le sérieux d' Anti-Climacus, il y a encore un jeu de la composition, un jeu des concepts, la parodie de Martensen et même des sermons de Mynster. Pour être correcte, toute lecture doit faire sa place à la dimension du jeu.

En même temps que virtuose et amusante, l'ironie est agressive et provocante. Globalement, la provocation, c'est cette construction bizarre d'un esprit bizarre qu'est cette œuvre. Kierkegaard ne répugne pas à la raillerie, parfois très populaire jusqu'à en être pesante. Kierkegaard provoqua la feuille satirique « Le Corsaire » et polémiqua avec elle, qui le lui rendit bien. Surtout, il s'agit pour lui de détruire le système, mais d'abord en s'en moquant et en le parodiant. Ce qui importe en premier lieu, c'est d'ôter le respect devant cette énorme et austère architecture qu'est le hégélianisme ; en même temps, il faudra la contrefaire : certains pseudonymes s'y entendront. Cette provocation a un but pédagogique. Il ne s'agit plus d'une éducation de l'ironiste lui-même, mais de l'éducation des autres. C'est une pédagogie appliquée à la société, ce nouveau socratisme fait voir aux hommes qu'ils ne sont pas ce qu'ils croient être. L'ironie a valeur de catharsis. Enfin, l'ironie est une attitude individuelle. Une foule peut bien être insultante ou méprisante ; seul un individu peut être ironique, et la foule tournera en dérision l'ironiste. L'ironie n'a pas sa raison d'être dans sa manifestation agressive ou dans un jeu divertissant ; elle la trouve dans une position existentielle. L'ironie n'est dans le discours qu'autant qu'elle est dans la vie de l'ironiste. A sa pointe, l'ironie est réduplication en soi de sa parole. Ce que l'ironiste met en question, c'est d'abord lui-même. Dans le Point de Vue, se rangeant avec Socrate parmi les véritables ironistes, Kierkegaard a exprimé cornment cette dualité a marqué son oeuvre et sa vie.

[..]

Si la pseudonymie est d'abord une forme de communication, celle-ci, en tant qu'elle est appliquée, est liée à un contenu et à des thèses doctrinales qu'elle communique. C'est en ce sens que le pseudonyme supérieur, Anti-Climacus, analyse la communication dans son rapport au Christianisme. L'accent n'est plus posé sur la pseudonymie, mais sur ce qui en constitue le noyau, la communication indirecte. La réflexion de L'Ecole du Cristianisme procède en deux mouvements l'analyse de ce qu'est le Christ comme signe, puis celle des présuppositions du christianisme en ce qui concerne la communication. Le Christ est présenté dans l'Ecriture comme un « signe de contradiction » pour les hommes. Quel est, du point de vue de la communication, la signification de cette formule ? Anti-Climacus procède en deux étapes, en analysant ce qu'est le signe, puis ce qu'est le signe de contradiction. « Un signe n'est pas ce qu'il est immédiatement, puisque le signe est une détermination de la réflexion. Un signe de contradiction est ce qui attire sur soi l'attention qui s'y portant, en découvre la contradiction interne »6.2 L'analyse du signe ici renvoie à ce que, depuis lors, on a distingué comme un signifiant et un signifié articulés. Pour Anti-Climacus, le signe est une dualité ; il a d'une part une réalité immédiate, celle de l'élément matériel qui le constitue comme objet linguistique ; il a d'autre part une réalité médiate, c'est-à-dire de l'ordre de la réflexion, par quoi il renvoie à autre chose qu'à lui-même, à une réalité signifiée. Il y a signe de contradiction, c'est-à-dire contradiction dans le signe, lorsque, dans cette dualité articulée d'éléments d'ordre différent, signifiant et signifié se contredisent, mais subsistent pourtant dans cette contradiction, de sorte que le signe ne soit pas annulé et que la contradiction ne puisse non plus jamais être surmontée. Quelles conditions ceci requiert-il ? Si l'on explicite la pensée d'Anti-Climacus, on découvre que ce n'est possible que sur la base jamais être surmontée. Quelles conditions ceci requiert-il ? Si l'on explicite la pensée d 'Anti-Climacus, on découvre que ce n'est possible que sur la base des deux principes suivants : a. que la contradiction ne soit pas d'ordre théorique afin de ne pas enfreindre le principe de contradiction, b. qu'elle soit indépassable, c'est-à-dire absolue. Si, dans le message linguistique, il se rencontre des contradictions, ce seront toujours des contradictions internes au système des signifiés, des contradictions théoriques ; et celles-ci, ou bien invalideront le discours en le rendant incohérent, ou bien pourront être surmontées par une dialectique spéculative de type hégélien qui démontrera le caractère relatif de l'opposition ; c'est ainsi que l'on pourra chercher à construire un concept spéculatif de l'Homme-Dieu. Mais ici, la chose est toute différente; la contradiction interne au signe n'est pas de l'ordre du concept, logique ou spéculatif ; elle surgit dans une opposition entre ce que le signe est comme élément linguistique et ce qu'il signifie ; et c'est en cela que, par elle-même, elle retient l'attention. Du fait que cette contradiction, à la différence de la précédente, comporte le signifiant comme l'un de ces composants, on peut, pour la distinguer, la qualifier de contradiction réelle ; c'est qu'il faut encore remarquer qu'ici le signifiant n'a plus simplement le sens qu'il a pour la linguistique ; mais, outre sa fonction linguistique, il est un existant ; le signifiant, c'est ici le locuteur ou le messager lui-même. D'autre part, pour que la contradiction ne soit pas surmontable, il faut qu'elle soit absolue ; il doit y avoir une différence incommensurable, infinie, entre les éléments du signe. Dieu doit donc être présent dans le signe, mais aussi le non-Dieu. C'est ainsi une contradiction réelle ou existentielle absolue. La forme adéquate au signe de contradiction, c'est l'incognito, qui maintient la contradiction. Il consiste en effet « à ne pas revêtir le caractère de ce que l'on est essentiellement ». Il en résulte l'impossibilité de la communication directe et donc l'exigence de la communication indirecte. Voici le texte le plus topique sur ce point capital. La communication indirecte peut être l'art de redoubler la communication. Cet art consiste à se dépouiller de soi, le messager que l'on est, à se réduire à l'objectivité pure et à établir alors continuellement l'unité des oppositions qualitatives. C'est ce que quelques pseudonymes ont coutume d'appeler la communication par double réflexion. Il y a par exemple communication indirecte à ce que quelqu'un, qui n'est lui-même personne, combine la plaisanterie et le sérieux de sorte qu'il en résulte un nœud dialectique. Si quelqu'un s'intéresse à ce genre de communication, il lui faut par lui-même trancher le nœud... Mais la communication indirecte peut aussi se produire d'une autre manière, par son rapport avec celui qui la donne ; le messager intervient donc ici, ce qu'il ne fait pas dans le premier cas ; mais, chose remarquable, il intervient par une réflexion négative. Mais notre époque ne connaît pas d'autre genre de communication que celui, bien commode, de l'enseignement. On a complètement oublié ce qu'il en est d'exister. Toute communication relative à l'existence exige un messager ; celui-ci est en effet la communication rédupliquée ; exister dans ce que l'on comprend, c'est pratiquer la réduplication. Mais du fait qu'un messager existe dans ce qu'il communique, il ne résulte pas encore que l'on puisse appeler indirect ce genre de communication. En revanche, si le messager est dialectiquement déterminé, si son être propre est une détermination de la réflexion, toute communication directe est alors impossible. Tel est le cas de l'Homme-Dieu... En posant de nouvelles distinctions, ce texte précise le sens de la communication. Les distinctions sont internes à chaque genre, direct et indirect, de communication, qui revêt ainsi une double forme. Explicitons d'abord la double forme de la communication directe. Celle-ci est en premier lieu la communication par concepts ; elle est celle qu'utilise tout type de savoir pour transmettre des informations ; l'accent est alors posé sur l'objet, le contenu du message. L'autre forme n'est plus exactement au niveau du langage, mais d'abord à celui de l'existence ; c'est une communication personnelle où le je se trouve engagé. Anti-Climacus affirme qu'une communication rédupliquée n'est pas de soi indirecte ; elle peut aussi bien être directe ; c'est à la condition que l'être du messager ne soit pas, comme pour l'Homme-Dieu, inconnaissable et marqué d'une contradiction. Alors le signifiant, c'est l'être même du messager, qui se signifie dans ce qu'il dit. C'est le fait par exemple pour un maître d'exister en conformité avec ce qu'il enseigne. Une telle manière d'exister, c'est ce que Kierkegaard appelle aussi un « redoublement simple ». La même distinction entre le niveau du seul langage et celui de l'existence qui se signifie, se répète dans la communication indirecte. Tout d'abord, certains pseudonymes pratiquent un style de communication qui relève de l'humour. C'est une forme de communication qui se tient au niveau des signes linguistiques • le locuteur est « absent » , « réduit à zéro ». Seule existe la communication, entendue comme message. Si le niveau est le même que celui de la première forme de communication directe, le point de vue est différent. C'est celui de la dialectique qualitative. La contradiction qualitative, c'est que le pseudonyme présente, sans y être pourtant lui-même engagé, des positions existentielles antagonistes, des attitudes en direction de l'existence (sérieux et plaisant ; attaque et défense).

C'est là qu'est l'humour qui, de même que l'ironie, est un style et en même temps une position d'existence. Tout en étant souvent proche de l'ironie par ses éléments et son ambiguïté, l'humour en est nettement distinct. C'est dès Le Concept d'Ironie que Kierkegaard les met en rapport afin de les distinguer. Déjà l'humour n'a pas en lui l'agressivité provocatrice de l'ironie, bien qu'il ait lui aussi une portée pédagogique. C'est que les deux attitudes n'ont pas le même point d'impact. L'ironie est une attitude initale et générale qui a une fonction anthropologique de révélation de l'homme à lui-même. La complexité plus grande de l'humour tient à ce qu'il a une fonction d'éveil ou de réveil à un élément extérieur théologique. Bien entendu, l'humour n'a pas un sens uniquement dans un rapport à un élément théologique, mais c'est bien là qu'il a son principe. Aussi, alors que les pseudonymes pratiquent tous de quelque façon l'ironie, l'humour est propre à quelques-uns. Il consiste, selon la définition de l'un d'eux, « dans l'unité invisible de la plaisanterie et du sérieux » C'est cette invisibilité qui identifie l'humour. Déjà l'ironie signifiait une position de retrait par rapport à l'existence, même une sorte de neutralité; ici le retrait est plus profond et différent. L'humoriste est distant, et même infiniment distant, de ce qu'il communique. Il se trouve dans une position de réserve et s'exprime incognito. Ce dont il parle est en réalité indicible. Deux choses commandent en effet l'humour : la position devant l'inconnaissable et la relation de communication. L'humour a une fonction d'éducation; mais cette éducation ne peut être qu'indirecte, vu la transcendance et l'extériorité de l'objet. L'humour est ainsi le style propre à la communication du religieux, non pas un style religieux mais le style approprié à un discours à propos du religieux. A Socrate, il suffisait de l'ironie ; de certains pseudonymes est requis l'humour, comme attitude qui suppose une connaissance de ce qu'est le religieux et une sympathie unie à la crainte, mais attitude qui n'est pas une absolue adhésion au religieux.

La seconde forme de communication indirecte est la communication dialectique paradoxale. Elle est dialectique en ce qu'elle comporte le négatif, la contradiction absolue du paradoxe ; elle est aussi existentielle en ce que la communication est rédupliquée. La contradiction constitue la réalité du messager. Celui-ci est, comme signifiant, l'antagoniste de ce qu'il signifie ; il est inconnaissable et ne peut venir qu'incognito. Une telle existence, Kierkegaard la nomme un redoublement strict. Au sens éminent, c'est le Christ qui accomplit cette communication.

Les relations entre ces quatre formes de communication s'ordonnent selon le tableau suivant.


 

Communication directe

Communication indirecte


Langage

Savoir ordonné en concepts
Logique
Dialectique spéculative
Hegel

Présentation de types existentiels
Dialectique qualitative
« je poétique »
les pseudonymes


Existence

Affirmation subjective de soi
Redoublement simple

Socrate

Réalitée de l'Homme-Dieu
Incognito
Redoublement strict
« je personnel »
Christ

On peut dès lors expliciter les points suivants:

1. Entre le savoir spéculatif et le christianisme, l'opposition est complète, jusqu'à être une relation d'exclusion réciproque. Comme l'on sait que, pour Kierkegaard, la spéculation, c'est surtout le hégélianisme et que le problème, c'est le devenir chrétien, on voit le sens de l'opposition de Kierkegaard au hégélianisme.

2. La question du redoublement (ou réduplication) est capitale. D'abord, puisque le redoublement est un acte existentiel, les pseudonymes ne sont pas des êtres qui rédupliquent ce qu'ils disent, ou bien leur réduplication est simplement poétique, au niveau de l'écriture. Se redoubler, c'est vivre conformément à ce que l'on dit, c'est être sa parole. Le redoublement réel s'accomplit selon deux formes, socratique et christique. La différence entre ces deux formes tient à leur structuration. Le redoublement simple est une harmonie dans la conciliation; l'autre est aussi une harmonie, mais fondée sur une contradiction irréductible; la raison de cette irréductibilité, c'est que les éléments de la contradiction sont l'un immanent et l'autre transcendant. C'est à vivre cette contradiction dans l'harmonie que s'appliquera le je personnel à venir qui communiquera vraiment la vérité éthico-religieuse.

3. La méthode indirecte de recherche, la construction pseudonyme et la communication dialectique se situent toutes dans l'ordre du qualitatif et se déploient à un même niveau, celui de l'expression de l'existence dans le langage. C'est sur ce plan que s'organiseront les concepts et c'est de là que les diverses formes d'existence recevront leurs significations. C'est à ce niveau que se construit la pensée des pseudonymes, plus particulièrement celle des pseudonymes humoristes (Johannes de Silentio, Climacus, Vigilius Haufniensis, Frater Taciturnus).

4. La pensée de Kierkegaard pseudonyme (ceci est vrai surtout des pseudonymes humoristes) ne s'oppose pas à celle de Hegel par le niveau de recherche. Il s'agit pour les deux auteurs d'élaborer une expression conceptuelle se rapportant à une réalité, et non pas de proposer une description pathétique ou sentimentale. Certains pseudonymes sont eux aussi à leur manière des penseurs systématiques. Ce niveau de l'humour est défini comme un lieu d'observation et d'expérimentation des diverses formes d'existence, spécialement du religieux. Là est aussi la position de poète du religieux„de celui qui indique le religieux en y rapportant son art. Si, au système hégélien, on oppose un je, ce ne sera, à ce niveau, qu'un « je poétique » , un je qui est là comme un point, non pas comme une réalité existante. A ce niveau du discours, l'opposition véritable, ce sera l'opposition de deux méthodes dialectiques.

[..]

Au terme de ce parcours des textes sur la communication et la pseudonymie, la question est de voir la relation de Kierkegaard à ses pseudonymes et d'instituer un ordre à l'intérieur de l'œuvre. Dans son Journal, Kierkegaard s'est lui-même situé face à ses pseudonymes. Il n'est aucun d'eux, mais il se considère comme situé entre Climacus, qui pose « le problème » dans le Post-Scriptum, et Anti-Climacus, qui le résout, c'est-à-dire présente la tâche. « Je me détermine moi-même plus haut que Johannes Climacus, plus bas qu'Anti-Climacus ». 71 « Comme le Guadalquivir... se précipite quelque part sous terre, de même il y a un parcours, l'édifiant, qui porte mon nom. Il y a quelque chose d'inférieur (l'esthétique) qui est pseudonyme, et quelque chose de supérieur également pseudonyme, parce que, de ma personne, je n'y corresponds pas. Le pseudonyme s'appelle Johannes Anti-Climacus, en opposition à Climacus qui disait ne pas être chrétien. Anti-Climacus en indique l'extrême opposé c'est-à-dire être chrétien à un degré extraordinaire : pourvu que je parvienne moi-même à en être un tout simplement ». 72 Etranger à ses pseudonymes, Kierkegaard, comme poète du religieux-chrétien, produit des idéalités existentielles qui constituent un univers spécifique.

Ici le locuteur est absent et n'a point d'importance décisive pour l'intelligence de l'œuvre. 74 Quelles qu'aient pu être les causes, notamment psychologiques, qui ont amené Kierkegaard à se dissimuler, la pseudonymie, une fois devenue œuvre, trouve en elle-même son sens : un sens polémique contre la spéculation et aussi un sens affirmatif. C'est par là qu'elle signifie la « rectitude d'atmosphère ». On comprend ainsi le caractère multiple des pseudonymes puisqu'onne peut interroger de la même manière si le lieu et la forme de la recherche varient. Ce sont précisément les deux ouvrages (Alternative, Stades) qui décrivent les multiples possibilités de rexistence qui aussi comportent des pseudonymes multiples et emboîtés. La pseudonymie, c'est alors une question d'atmosphère et de variété de modes d'approche des questions existentielles ; il s'agit d'attirer l'attention sur le mode et le lieu de la question. Eremita, c'est déjà le signe d'une orientation religieuse. Où être certain de trouver le sérieux, et quel sérieux, dans un ouvrage édité par Hilarius? Vigilius Haufniensis, c'est, littéralement, le « veilleur de Compenhague » (or c'est Le Concept d'Angoisse qui introduit la question de la rectitude d'atmosphère, c'est-à-dire ce qui commande l'attitude de vigilance). Climacus, c'est l'échelle qui monte, et Anti-Climacus lui correspond dans un mouvement inverse; chacun est d'ailleurs utilisé à deux reprises, avec à chaque fois (ce qui n'est le cas pour aucun autre livre pseudonyme) le nom de Kierkegaard comme éditeur, manière encore pour l'auteur de signifier son rapport spécifique à eux, « indice pour qui a le sens et le souci de ces choses ». « Constantin Constantius, auteur pseudonyme de La Répétition, porte en son nom la répétition... Frater Taciturnus et Johannes de Silentio indiquent assez que la leçon essentielle est tue. Pour qui sait le grec, Anti-Climacus est un nom qui désigne aussitôt la nécessité du bond ».

Ce qui encore importe, c'est le rapport interne des pseudonymes ; il n'est déjà pas rare qu'ils se citent les uns les autres. C'est en fait le rapport entre Climacus et Anti-Climacus qui est capital. Entre eux deux, il n'y a pas simple symétrie, mais relation dialectique, comme le précise une esquisse des Papirer. « Nous sommes parents, mais non pas jumeaux ; nous sommes les frères ennemis. Il y a entre nous un rapport profond, un rapport fondamental; mais, malgré les efforts les plus désespérés de part et d'autre, nous n'irons jamais plus loin, jamais plus près qu'au contact qui nous repousse l'un de l'autre. Il y a un point et un moment où nous nous trouvons en contact; mais au même instant, nous nous écartons à la vitesse de l'infini... Le point que nous cherchons est celui où l'on est purement et simplement un vrai chrétien. Il y a là un contact, mais au même moment, nous nous séparons : Johannes dit des lui qu'il n'est pas chrétien, et je dis de moi que je le suis extraordinairement, comme il n'y en a jamais eu, mais, j'y insiste, dans le secret de mon intériorité ».

Si le locuteur se cache, ou bien encore est multiple et irréel, le destinataire aussi fait défaut. L'œuvre pseudonyme ne s'adresse à personne (Le Concept d'Angoise seul est dédié, à Poul Môller mort depuis six ans), ou bien elle s'adresse à tous ceux qui voudront l'entendre, et Régine devrait être le premier d'entre eux. Ambiguë et pédagogiquement trompeuse en cela, l'œuvre qui a continuellement en vu l'existence personnelle se présente comme un message sans personne qui le transmette ni peut-être personne qui l'écoute. Affirmant pour tous l'exigence de l'existence singulière, le penseur subjectif ne peut poser cette universalité qu'en se mettant lui-même et en mettant tous les autres, comme êtres concrets, hors circuit dans le discours, par le moyen de la pseudonymie.

Il s'agit maintenant de définir un ordre à l'intérieur de cette œuvre, reconnue par Kierkegaard, mais vis-à-vis de laquelle il se situe aussitôt en tiers. Pour faire apparaître cet ordre, nous nous guiderons sur les deux principes suivants : les indications explicites et, selon une indication elle-même explicite, la réalité objective de l'œuvre.

Deux textes analysent l'œuvre, posant du même coup les deux limites de toute analyse. D'après le Point de Vue, l'œuvre est dichotomique; la production signée (édifiante) et la production pseudonyme sont prises chacune en bloc, le Post-Scriptum constituant la charnière, le point critique. A l'opposé de cette insistance sur l'homogénéité de chaque ensemble, l'annexe du Post-Scriptum relève le caractère singulier de chaque livre, accentuant les différences. Ainsi ces deux lectures laissent-elles une large part d'indétermination pour une classification. On peut cependant préciser un ordre interne, et pour cela faire intervenir deux sortes de critères méthodologiques, à savoir la position de chaque pseudonyme dans le discours et la forme ou le genre de l'ouvrage.

Selon leur position, les pseudonymes se rangeront en deux groupes. Ce sont, d'un côté, les pseudonymes ironistes ou bien humoristiques dont le caractère est de demeurer à distance de l'objet dont ils traitent. Ils sont alors soit des observateurs ou expérimentateurs (Constantin Constantius, Frater Taciturnus), soit de véritables théoriciens (Johannes de Silentio, Johannes Climacus, Vigilius Haufniensis, auxquels on pourrait joindre Nicolaus Notabene). D'un autre côté on trouve, à des niveaux d'existence divers, les pseudonymes qui ont en commun d'être engagés dans l'expérience qu'ils retracent ou décrivent. Ce sont les individus esthéticiens (le jeune homme de L'Alternative, le séducteur, les convives du banquet), l'éthicien Wilhelm, le chrétien Anti-Climacus.

Si l'on considère maintenant la forme des ouvrages, on rangera ceux-ci en divers genres. l. Un livre est une réflexion d'ensemble (le Post-Scriptum); 2. Deux autres sont de forme nettement littéraire (Alternative, Stades) 3. Un ouvrage élabore une réflexion nouvelle à partir d'un récit (la Répétition); 4. Un autre est une analyse autour d'un thème emprunté et réinventé (Crainte et Tremblement) ; 5. Trois autres sont de structure très analytique (Miettes, Concept d'Angoisse, Maladie à la Mort) ; 6. Un opuscule appartient au genre du divertissement (Préfaces) ; 7. Enfin, l'ultime ouvrage est composé en forme de méditation (L 'Ecole du Christianisme).

On voit que ces deux critères les plus évidents ne se recouvrent nullement. Si on les combine, on aura une confirmation de la singularité de chaque ouvrage, signe que, à chaque fois, la recherche a son lieu propre et une spécificité de démarche. Dans plusieurs cas, un pseudonyme n'apparaât qu'une fois ; et s'il revient, ce n'est plus à la même place (Eremita, Constantin Constantius) ou c'est pour une recherche bien distincte (Climacus, Anti-Climacus). Il convient pourtant d'insister sur les marques communes de tous ces livres, sans quoi la pseudonymie comme unité est détruite. Aussi bien est-il requis de proposer un ordre provisoire. Si on laisse de côté, en tant qu'ouvrages plutôt anonymes que pseudonymes, d'abord les « Deux petits traités éthico-religieux » parus sous le nom de H.H., puis l'article « Une crise et la crise dans la vie d'une artiste » publié dans le quotidien «Faedrelandet» et signé «Inter et Inter» on peut établir, en fonction de la démarche effective, la distribution suivante.

1. Un livre pose « le problème » : le Post-Scripturn de Climacus.

2. Certains ouvrages présentent des « individualités existantes » : L'Alternative, Les Stades et, avec un caractère bien particulier, La Répétition, qui propose une manière nouvelle de philosopher.

3. Un autre groupe est composé d'ouvrages conceptuels jusqu'à être didactiques, certains étant d'ailleurs parfois une parodie du système hégélien les Miettes, Le Concept d'Angoisse, La Maladie à la Mort et, avec une nette singularité, Crainte et Tremblement.

4. On trouve en contre-point ou en Nota Bene à ces ouvrages théoriques un opuscule divertissant paru simultanément : les Préfaces de Nicolaus Notabene.

5. Le dernier ouvrage est surtout une méditation religieuse biblique L 'Ecole du Christianisme d'Anti-Climacus.

La correspondance déjà signalée entre les deux pseudonymes principaux de l'oeuvre, Climacus et Anti-Climacus, est fondée dans la démarche effective. Entre eux, il existe une relation de circularité. En effet, si Climacus, avec le Post-Scriptum, pose le problème, Anti-Climacus le résout ; il montre l'idéalité du christianisme et met un point final au problème en explicitant, avec le thème du Christ comme modèle, la signification paradigmatique du paradoxe absolu. L 'Ecole du Christianisme est alors une œuvre capitale pour la pseudonymie. Si Kierkegaard avait hésité à publier cet ouvrage sous un pseudonyme (il avait aussi hésité pour d'autres), il n'est cependant pas possible de considérer comme fortuit son caractère pseudonyme. On notera déjà que ce livre fut, comme tous les autres écrits pseudonymes, accompagné d'un discours (La Pécheresse), ce qui maintint jusqu'au bout la correspondance entre les deux grandes divisions de la production. Ce serait ainsi aller contre toute raison que de refuser de ranger L Ecole du Christianisme dans la production pseudonyme et ce serait une grave méprise que de la situer dans la production directe. Si en revanche on prend la pseudonymie comme un élément irréductible, on verra alors que le fait même que L'Ecole du Christianisme s'apparente effectivement à l'œuvre édifiante, que sa 3ème partie est d'ailleurs composée de discours religieux, ce fait-là est lui-même à replacer et à comprendre, « pour qui a le sens et le souci de ces choses », dans le cadre de la pseudonymie. L 'Ecole du Christianisme accomplit et achève le parcours de l'existence. Ainsi le parcours entier de l'existence se déroule-t-il dans la pseudonymie, qui ainsi n'a pas besoin de se référer constamment à l'Œuvre édifiante. On ne saurait en déduire, d'une manière inverse, que l'œuvre édifiante n'effectue pas, de son côté, tout ce parcours : ce serait une question à traiter pour elle-même. On n'en conclura pas davantage, bien au contraire, que les discours ne soient d'aucune importance pour la compréhension des écrits pseudonymes. Mais la production pseudonyme est aussi une totalité spécifique à saisir en elle-même.

Il est enfin un point capital à noter dans la structuration de cette totalité. Dans le dernier livre, le religieux-chrétien est exposé à l'état pur, de la même façon que Pesthétique l'était dans le premier ouvrage. Là encore, on découvre une correspondance tout à fait remarquable : le début et la fin de la production marquent les limites extrêmes de l'existence. Alors, le titre du premier ouvrage (Enten-Eller) ne pourrait-il pas, à la fin, se traduire ainsi : ou bien le Journal du Séducteur — Ou bien les sept méditations bibliques qui achèvent L 'Ecole du Christianisme ?







XVIII - Polinimia e pseudonimia

La pseudonimia o meglio polionimia (polinimia) kierkegaardiana non è accidentale. Se il nome è uno averne tanti significa non averne nessuno ovvero nascondere il proprio nome in mezzo a tanti. Nella polinimia il nome è nascosto agli occhi del male.

I testi di K. publicati autonomamente e specificatamente dedicati all'autoriflessione sugli scritti pseudonimi sono, o dovrebbero essere, essenzialmente questi:

  • Confessione publica (
  • Sguardo su uno sforzo contemporaneo nella letteratura danese (Henblik til en samtidig Stræben i dansk Litteratur), appendice al cap. II, Sez. II, Parte II, della Postilla conclusiva non scientifica alle Briciole di filosofia
  • Una prima e ultima spiegazione (En første og sidste Forklaring, 1846), seconda appendice firmata Kierkegaard alla Postilla conclusiva non scientifica alle Briciole di filosofia
  • Sulla mia attività di scrittore (1851)
  • Il punto di vista sulla mia attività di scrittore (postumo 1859)

Elementi della biografia degni di nota sebbene non conclusivi.
- Padre anziano. Quando nasce Søren Aabye (1813-1855), ultimo di sette figli, il padre Michael (1756-1838) ha 56 anni.
- Padre che maledice Dio
- Madre violentata
- Ossessione per la masturbazione
- Rinuncia al matrimonio

Gli pseudonimi appaiono come i personaggi di una narrazione.

I personaggi delle opere di Platone sono persone reali che diventano personaggi ideali. Sono idealizzazioni di persone. In K. gli pseudonimi sono personaggi ideali che non sono mai stati persone reali. Sono personificazioni di idealtipi. La stessa esistenza di cui K parla per primo non è l'esistenza reale delle persone ma è una vita puraente immaginata. Solo in questo modo K ne può parlare. Per K. dell'esistenza reale non c'è nulla da dire. La sua è una semplice rivendicazione dell'esistenza astratta. Camminare nella stanza con il padre che gli descrive ciò che immagina e ciò che vuole che il figlio procura al bambino una confusione sulla natura dell'esistenza reale.

Lo pseudonimo è sempre un matronimico, ma come interpretarne il significato? Come esito della paranoia? dell'amore per il padre? dell'identificazione alla madre? Gli pseudonimi - la madre - tengono il contatto con la realtà attraverso dei fantasmi.

I testi di K. che hanno per oggetto la propria produzione letteraria sono numerosi. I riferimenti alla propria produzione letteraria in K. sono numerosi. Solo in N. troviamo un analogo interesse per se stesso in quanto autore.

Come nota Borso nell'introduzione alla sua traduzione italiana, ovunque parli della sua attività di scrittore Kierkegaard non nomina mai la sua dissertazione, come se essa non facesse parte del corpus letterario del filosofo. Qual è il motivo di tale esclusione? A ragione, Borso afferma che Sul concetto di ironia non viene annoverato né tra la produzione indiretta né tra quella diretta perché in un certo senso è proprio quest'opera a fondare questa divisione: "il motivo dell'esclusione di Sul concetto di ironia dal novero deve essere questo: Sul concetto di ironia è fondante della comunicazione indiretta, ne è la teoria, e in quanto tale il suo posto è precisamente liminare". [4. D. Borso, "Premessa", in Cl, 9-10]

Kierkegaard elabora una complessa teoria della comunicazione basata sulla distinzione tra una comunicazione indiretta (o impropria, pseudonima) e una comunicazione diretta (o propria, a suo nome). La comunicazione indiretta è la via privilegiata di comunicazione del soggetto chiuso in se stesso: la riflessione che caratterizza l'individuo, la chiusura in sé, il monologo, l'interiorizzazione del conflitto tra elementi opposti - libertà e necessità — e l'impossibilità di comporli in una sintesi, è in ultima analisi quel ripiegamento in sé che Kierkegaard stesso ha subito e voluto ad un tempo. Guardare in se stessi significa scoprire la molteplicità del proprio essere, e al contempo cercare di restituire al mondo una certa immagine di sé, un'immagine ingannevole perché frutto di una demoniaca creazione della propria personalità. In questo atto di introspezione, lontano dall'unità e dalla trasparenza, l'io si spacca, e i mille frammenti del sé riflettono la realtà esterna, gli eventi, in modi sempre diversi. Nel tentativo di emanciparsi non solo dalla potenza divina, ma anche da una realtà contingente avvertita come necessitante, il gioco di riflessi si moltiplica all'infinito, finché gli pseudonimi — frammenti dell'io — si trovano "l'uno dentro l'altro come le scatole di un gioco cinese" [5. SKS2, 16/EE1, 62]. Nella chiusura demoniaca, l'io, rapportandosi unicamente a se stesso, riflettendo unicamente su se stesso, scopre la sua molteplicità: come scriverà, quasi un secolo dopo, un autore che farà ampissimo uso di pseudonimi (o eteronimi [6]), il portoghese Fernando Pessoa, "ognuno di noi è più di uno, è molti, è una prolissità di se stesso" [7]. In questo processo di riflessione [9] e rifrazione, il sé analizza se stesso, scopre se stesso, produce se stesso: l'interiorità è un processo creativo in fermento, sempre più in contrasto con un'esteriorità statica, che deve fare i conti con la propria finitezza.

Nel tentativo costante di fuggire dal proprio sé, può accadergli di esprimere involontariamente, in maniera non libera, ciò che cercava cosi accuratamente di nascondere. Il demoniaco in quanto "chiusura" è sempre in rapporto dialettico con il suo opposto: la "rivelazione". Come può l'individuo, che è chiuso in se stesso, comunicare? Paradossalmente riesce a farlo, ma sempre in modo indiretto. La scrittura è per il demoniaco la perfetta forma di espressione: è una forma di comunicazione indiretta ed è sempre indiretta, perché viene a mancare l'interlocutore. In altre parole, viene a mancare uno dei tre termini fondamentali affinché si abbia una comunicazione propriamente diretta, e una volta che l'equilibrio sia stato spezzato, l'inganno prende vita. Se nel processo di comunicazione si distingue tra il contenuto che dev'essere comunicato, il comunicante e il destinatario del messaggio [8], nella comunicazione demoniaca quello che viene a mancare è proprio l'ultimo dei tre elementi, e la comunicazione avviene pertanto solo entro lo spazio chiuso del sé.

La scrittura è comunicazione indiretta, "in incognito", talvolta persino involontaria. Ancora di più, e in senso più profondo (e non nel senso meramente letterale della formula "in incognito"), la pseudonimia è espressione di un "rivelarsi nascondendosi". L'individuo che riflette su se stesso e nell'introspezione scopre la propria libertà, la molteplicità di possibilità non realizzate, si apre a queste possibilità attraverso la finzione poetica. Questa molteplicità è la rappresentazione sulla scena artistica di un soggetto frammentato, angosciato di fronte all'abisso delle infinite possibilità che si staglia dinanzi a lui. Scrivere è rivelarsi e al contempo nascondersi, e in quest'arte Kierkegaard è maestro indiscusso. Per realizzarsi nella scrittura, per comunicare indirettamente se stesso, Kierkegaard ha messo in atto quel processo d'introspezione che costituisce il primo momento del metodo impiegato dallo psicologo per comprendere l'essere umano in quanto esistente concreto. Il secondo momento consiste poi nella creazione poetica: è appunto nell'elaborazione poetica di ciò che ha contemplato che lo psicologo kierkegaardiano realizza le possibilità irrealizzate, al fine di comprendere ogni possibilità d'esistenza ed esplorarne il contenuto. Così accade che pseudonimi creino altri pseudonimi, e che queste creazioni poetiche vivano nella finzione dell 'opera ciò che Kierkegaard considerò sue proprie possibilità che mai riuscì o volle tradurre in realtà. La scrittura è quindi parte di un processo creativo che va al di là della mera produzione letteraria e artistica, e l'uso della pseudonimia è profondamente radicato da un lato nella chiusura, nella riflessione e nell'introspezione, e dall'altro nella varietà della produzione poetica. Un intimo legame sussiste tra il concetto di demoniaco in quanto chiusura e l'utilizzo da parte di Kierkegaard della cosiddetta comunicazione indiretta — ovvero l'impiego di pseudonimi al fine di ingannare per condurre alla verità. E sarà lui stesso a spiegare ne Il punto di vista della mia attività letteraria che dal punto di vista totale della produzione religiosa, la produzione estetica è un inganno e sta qui il significato più profondo della 'pseudonimia'. È un inganno e questo è qualcosa di ripugnante. Tuttavia, aggiunge poco oltre, non ci si deve lasciar ingannare dalla parola 'inganno'. Si può ingannare un uomo per la verità e si può ingannarlo, come faceva il vecchio Socrate, per portarlo alla verità. In fondo non c'è che un modo per portare alla verità un uomo, ch'è preda della fantasticheria: ingannandolo [9]. Il verbo "ingannare", at bedrage, secondo l'Ordbog over det danske Sprog [10], è infatti anche sinonimo di atforfore (sedurre), e atfriste (indurre in tentazione). L'inganno non è soltanto un'alterazione della realtà, ma assume forme che attraggono e seducono il lettore in molti modi, così come molteplici sono i nomi che il filosofo danese darà a se stesso, perché "un nome è in letteratura ciò che un abito è nella vita e lo si può cambiare a seconda delle occasioni, a seconda di ciò che si vuole affermare. [11 ]

Il problema della comunicazione e, nello specifico, l'uso di pseudonimi, riconduce al complesso rapporto tra filosofia, psicologia e letteratura nella sua opera. È difficile distinguere il filosofo dal teologo, lo psicologo dal romanziere, o dall' autore di pungenti articoli giornalistici. Nel suo caso è indispensabile tenere a mente che le etichette non valgono: Kierkegaard è come un attore che indossi maschere diverse e di volta in volta si avvicini al suo pubblico con atteggiamenti differenti, come il maestro va a prendere il discepolo là dove si trova al fine di condurlo per mano verso la verità. Non è quindi mia intenzione quella di fornire un ritratto del "vero" Kierkegaard, giacché ciò presupporrebbe la possibilità di afferrare l'individuo dietro la maschera, piuttosto il mio proposito è quello di analizzare i caratteri della chiusura, allo scopo di comprendere l'aspetto demoniaco che ciascun individuo reca in sé, nella sua separazione dalla realtà, e il problema dell 'esteriorità vissuta, consapevolmente o meno, come inganno: da un lato come pretesa verità, dall'altro come spazio chiuso dal quale si sente l'esigenza di uscire per trovare un mondo che le dia un senso, un senso che sia per sé e per altri a un tempo. [1?]

Quello descritto dagli pseudonimi è l'atteggiamento dello stesso Kierkegaard e, come ha visto giustamente Nordentoft, "le ricerche biografiche su Kierkegaard hanno abbondantemente dimostrato che dappertutto nella produzione pseudonima ci sono motivazioni personali in gioco. [50]

Il legame tra l'autore Kierkegaard e i suoi pseudonimi è talmente stretto da trascendere il semplice rapporto tra un autore e un mero nom de plume: mentre il filosofo conduce una continua e inesausta analisi di sé, dei suoi stati d'animo, con precisione scientifica li ricrea poetizzandoli nelle personalità corrispondenti agli autori delle sue opere. Uno studio scientifico costantemente animato dalla passione dell'interiorità e creazione poetica sono due momenti fondamentali e inseparabili. L'analisi che Kierkegaard conduce su di sé "appare poeticamente trasfigurata nei quattordici volumi delle sue opere e giace miseramente nuda di fronte al lettore nei diciotto volumi dei suoi diari. [52]

Scrivere su Kierkegaard senza Kierkegaard, senza il pesante fardello della sua biografia, vera o presunta tale che sia, sembra un'impresa impossibile. Perché, se c'è un autore la cui opera è inscindibile dagli eventi che hanno costellato la sua vita, questi è proprio il pensatore danese. Tuttavia, come ha rilevato Roland Barthes nel suo saggio La morte dell'autore, quella dell'autore è una "figura moderna" [4] Il linguista francese fa notare come, nel processo di lettura, noi continuiamo [69] a cercare la spiegazione dell'opera nell'uomo che l'ha prodotta, come se, attraverso l'allegoria più o meno trasparente della finzione, fosse sempre la voce di una e un'unica persona, l'autore, che ci fa le sue 'confidenze'. L'opera di un autore sarebbe una sorta di "emanazione" della sua personalità: e come ci spiega lo stesso Kierkegaard in un passo del suo diario, egli scriveva a causa della sua malinconia, o "gravezza" (Tungsind) [5], creava pseudonimi perché la sua malinconia gli impediva di dare del "tu" a se stesso: La mia malinconia — scrive Kierkegaard — ha per molti anni lavorato a far sì che io non potessi dare del "Tu" a me stesso nel senso più profondo. Fra la malinconia e il mio "Tu" c'era tutto un mondo di fantasia. E questo mondo fantastico che ora in parte io ho cavato da me con i miei pseudonimi. Come colui che non ha una casa felice, gironzola fuori più ch'è possibile e volentieri farebbe a meno della casa, così la mia malinconia mi ha tenuto lontano da me stesso, mentre io, scoprendo e vivendo poeticamente, ho percorso tutto un mondo di fantasia. Come colui che ha avuto una grossa eredità terriera, non finisce mai di prenderne coscienza . .. a questo modo sotto la pressione della malinconia io mi sono rapportato al possibile [6] [70]

Innanzitutto, sia Enten-Eller, sia '"Colpevole?' — 'Non colpevole?"' sono manoscritti ritrovati, entrambi strappati a forza da luoghi chiusi, nascosti: il primo da un secrétaire, il secondo da uno scrigno sepolto nel fondo di un lago. Sono scritti postumi, opere frammentarie, e questa forma frammentaria e postuma è tanto essenziale quanto il contenuto dell'opera. Gli autori "A" e "quidam" sono pseudonimi paradossalmente senza nome, personaggi immaginari dotati di una loro precisa identità, che riflette diversi aspetti della personalità dell 'autore Kierkegaard. L'immagine del vecchio secrétaire usato, in cui le carte sono riposte nel cassetto più remoto, e sigillato a tal punto che Victor Eremita deve distruggere l'intero mobile pur di aprirlo, e la descrizione suggestiva delle rovine del castello di Soborg, di un lago che va scomparendo, e però nasconde ancora le tracce di un'individualità sepolta, si richiamano l'un altra.

Tra il 15 e il 20 febbraio 1843, presso la tipografia Bianco Luno di Copenaghen, viene data alle stampe Enten-Eller Un frammento di vita, un'opera che, sebbene constasse di due volumi, fu concepita in soli undici mesi, nel periodo a cavallo tra i due anni precedenti la pubblicazione, tra la città di Berlino, dove Kierkegaard si era recato per ragioni di studio, e quella di Copenaghen, sua città natale. L'intreccio di autori e personaggi che si sviluppa in Enten-Eller è molto complesso: l'opera è divisa in due parti, di cui la prima contiene le carte di A, il giovane esteta, mentre la seconda contiene le carte di B, il giudice Wilhelm. In entrambe le sezioni, ciascun autore assume un ruolo definito, che consiste nel presentare e nel difendere una certa visione di vita. Søren Kierkegaard non si dichiara né autore, né editore di quest'opera. Il nome del filosofo danese scompare: i veri artefici dell'opera sarebbero i due anonimi "A" e "B", mentre l'editore sarebbe un misterioso Victor Eremita, colui che ha permesso che queste carte, fino ad allora celate al resto del mondo, vedessero la luce e fossero offerte al grande pubblico. Tra le sue carte, A include la trascrizione di un diario, di cui nega di essere l'autore, così come, al termine della sua seconda e ultima lettera, il giudice include una predica di un pastore dello Jylland. [75] [..]

5 gennaio. Mezzanotte?

LA TRANQUILLA DISPERAZIONE

Divenuto vecchio, Jonathan Swift fu rinchiuso nel manicomio che egli stesso aveva fondato da giovane. Si racconta che si mettesse spesso davanti allo specchio, con l'atteggiamento di una donna vanitosa e sensuale, se non proprio con le stesse intenzioni. Si studiava e diceva: Povero vecchio!

C'erano una volta un padre e un figlio. Un figlio è una sorta di specchio dove il padre rivede se stesso; e allo stesso modo il padre è, per il figlio, lo specchio che riflette la sua immagine nel tempo a venire. Era per loro raro, tuttavia, considerarsi da questo punto di vista, perché il loro rapporto quotidiano si basava sul brio di una gioiosa e vivace conversazione. Solo di rado era successo che il padre si fermasse davanti al figlio con volto rattristato, lo osservasse e dicesse: povero ragazzo, vivi in una tranquilla disperazione. Non aggiungeva mai altro; come andasse intesa la frase e quanta verità ci fosse. E il padre si riteneva colpevole della tristezza del figlio, e il figlio credeva d'esser lui la causa della sofferenza del padre. Ma non scambiarono mai una parola sull'argomento.

Poi il padre morì. Il figlio vide e udì molte cose, fece tante esperienze, fu allettato da diverse tentazioni, ma uno solo era il suo desiderio, una sola la cosa che lo muoveva: il ricordo di quelle parole misteriose, e la voce di suo padre nel pronunciarle.

Poi anche il figlio invecchiò; ma, cosi come l'amore ha mille trovate, la nostalgia e il rimpianto gli insegnarono non a strappare un messaggio al silenzio dell'eternità, ma a imitare la voce del padre, fino al punto che la somiglianza smise di essere un'illusione. Egli non si studiava allo specchio, come il vecchio Swift, perché lo specchio non c'era più, ma si consolava in solitudine udendo la voce di suo padre: povero ragazzo, vivi in una tranquilla disperazione. Il padre era l'unico ad averlo capito, eppure non sapeva se l'avesse veramente capito; il padre era stato il suo unico confidente, ma alla confidenza con lui era indifferente se il padre fosse vivo o morto.

Le champ de l'hétéronymie est un champ clos suspendu au réel, un espace intermédiaire ni réel ni imaginaire que tisse l'ensemble des êtres de fiction. À l'inverse de Kierkegaard Oil les pseudonymes sont hétérogènes les uns aux autres, autant que le sont entre elles les sphères d'existence qu'ils illustrent, les hétéronymes forment chez Pessoa une totalité organisée se déployant ni véritablement comme un être, ni comme une chimère, mais comme une ombre.

Perché questa coscienza della sua diversità? Quali sono state le cause che hanno fatto di Kierkegaard un uomo differente dagli altri? Una risposta ultima è umanamente difficile da trovare. C'è un testo del suo Diario, che costituisce un vero e proprio punctun dolens per gli studiosi kierkegaardiani. Il brano, scritto attorno al 1843, dice così: «Dopo la mia morte, non si troverà nelle mie carte (e questa è la mia consolazione) una sola spiegazione di ciò che in verità ha riempito la mia vita. Non si troverà nei recessi della mia anima quel testo che spiega tutto e spesso, di ciò che il mondo tiene per bagattelle, fa degli avvenimenti di enorme importanza per me e che anch'io considero futili appena tolgo quella nota segreta che ne è la chiave» . - IV A 85. Seguiamo qui il modo tradizionale di citare il Diario. Il numero romano indica il volume della seconda edizione integrale danese (Satnlede Vaerker, Copenaghen in cui si trova il testo; la lettera indica il tipo di opera (per il Diari sarà sempre l'A); il numero arabo indica la pagina. La traduzione italiana utilizzata è quella di Cornelio Fabro (Morcelliana, Brescia 1980). [12]

Brandes, paragona il rapporto con il padre di JS Mill e di Kierkegaard. Anche N. e il padre. Immaginazione e gesuiti nota interessante.

la dottrina degli stadi fa sorgere dei problemi. É stato spesso notato che i tre stadi posti da Kierkegaard assiomaticamente, senza alcuno sforzo non diciamo di deduzione, ma di giustificazione, e si è aggiunto che l'antihegeliano Kierkegaard non ha resistito alla tentazione non solo di costruire una triade, ma di metterla in qualche modo in un cammino dialettico. [nota. è la tesi di Adorno, Kierkegaard. La costruzione dell'estetico, tr. A. Burger Cori, Parma, Guanda, 1993, p. 220 [p. 123]

MP

Bibliografia

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SV1 - Søren Kierkegaards Samlede Værker, ed. Anders Bjørn Drachman, Johan Ludvig Heilberg e Hans Ostenfeldt Lange, København, voll. 1-14, 1901-06
SV2 - Søren Kierkegaards Samlede Værker, ed. Árni Ibsen e Jens Himmelstrup, København, Nordisk Forlag, voll. 1-15, 2 ed. 1920-36
SV3 - Søren Kierkegaards Samlede Værker, ed. Peter Preisler Rohde e T. Frandsen, København, voll. 1-20, 3 ed. 1962-64,
SKS - Søren Kierkegaard Skrifter, ed. Niels Jørgen Cappelørn, Joakim Garff, Johnny Kondrup, Tonny Aagaard Olesen, Steen Tullberg, København, Gads Forlag, voll. 1-55, 1997-2013; accessibile integralmente anche all'indirizzo: sks.dk

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- Sul concetto di ironia in riferimento costante a Socrate, a cura di D. Borso, Milano, Rizzoli, 2002
- Dalle carte di uno ancora in vita, a cura di D. Borso, Brescia, Morcelliana, 199
- Diario, terza edizione, 12 voll., a cura di C. Fabro, Brescia, Morcelliana, 1980-1983
- Enten-Eller. Un frammento di vita, voll. I-V, a cura di A. Cortese, Milano, Adelphi, 1976-89
- Le grandi opere filosofiche e teologiche, a cura di C. Fabro, Milano, Bompiani, 2013
- L'istante, a cura di A. Gallas, Genova, Marietti, 2001
- Dell'autorità e della rivelazione (Libro su Adler), a cura di C. Fabro, Padova, Gregoriana Editrice, 1976
- La malattia per la morte, a cura di E. Rocca, Roma, Donzelli, 1999
- Il riflesso del tragico antico nel tragico moderno, a cura di L. Liva, Genova, il nuovo melangolo, 2012
- Scritti sulla comunicazione, 2 voll., a cura di C. Fabro, Roma, Logos, 1979-1982
- In vino veritas, a cura di L. Liva, Torino, Ananke, 2010

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