Timeline

(Linea del tempo, ovvero, più prosaicamente, diario intellettuale di MP)


Mia suprema aspirazione è scrivere per me stesso, ma scrivere ( liberandosi completamente della presenza d'altri ) è impossibile.


Antipatie

21.10Non ho letto nessuno di questi libri ※ e probabilmente non ne leggerò nessuno, ma sono incuriosito dalle ragioni che portano a scrivere un libro malevolo. Intendiamoci qui non si tratta di mettere in discussione un'idea, ma di denigrare l'immagine di una persona. È questo che non capisco. La spiegazione psicanalitica è troppo semplice, la spiegazione commerciale altrettanto. C'è, ci dev'essere un piacere proprio dello scrivere contro un'immagine autorevole, della stessa natura di quello che si mostra sui social verso alcune figure istituzionali antipatiche.


Sulla relazione tra UBI e profitti

Molti borghesi, magari con un lavoro ben pagato e dotati di qualche rendita, si chiedono perchè dei miliardari, come Bill Gates, Elon Musk, Mark Zuckerberg, Richard Branson, sostengano la necessità di un reddito di cittadinanza (UBI) tradendo l'etica del lavoro e l'appartenenza di classe. La risposta l'ha già data Keynes, ma la ripeto. Bill Gates, Elon Musk, Mark Zuckerberg, Richard Branson possiedono delle grandi imprese industriali che producono beni di largo consumo ed hanno bisogno di acquirenti per i loro prodotti. I loro profitti sono legati ai redditi dei lavoratori, se questi diminuiscono oltre una certa misura anche i loro profitti diminuiranno. Inoltre sanno, o sperano, che il denaro necessario per implementare UBI sarà preso dalle tasche degli stessi lavoratori, magari quelli con un reddito più alto, o da quelle dei redditieri, appunto quelli che non comprendono le prese di posizione dei vari Bill Gates, Elon Musk, Mark Zuckerberg, Richard Branson

Messa nera

20.10

Black Mass: Apocalyptic Religion and the Death of Utopia di John Gray propone una tesi discutibile: il millenarismo religioso è all'origine dell'utopismo di destra e di sinistra che ha condizionato negativamente la politica del XX secolo. I movimenti rivoluzionari moderni sono una continuazione della religione con altri mezzi.

Tesi non nuova, ci aveva già lavorato sopra anche Jacob Taubes. Gray la declina in modo forse un pò troppo disinvolto, ma intrigante. Una citazione come antidoto alle certezze.

Notoriamente, Strauss riteneva che molti dei più grandi pensatori del passato avessero una filosofia segreta molto diversa da quella palesemente esposta nei loro scritti. Questo suo punto di vista ha indotto alcuni critici ad attaccarlo come teorico degli insegnamenti sui quali si fondavano le politiche di disinformazione praticate dai neoconservatori durante l'amministrazione Bush. 40

L'idea che l'opera di Strauss ratifichi l'inganno è discutibile. Dire che i grandi filosofi scrivono in codice è una cosa, sostenere che l'inganno è essenziale in politica è un'altra. Strauss ha sempre insistito sul fatto che tra la filosofia e la pratica esista un grande divario, scrivendo che «il filosofo cessa di essere tale quando l'inevitabilità di una soluzione diventa più forte della coscienza del carattere problematico della soluzione». 41

Mentre Strauss è noto come difensore dell'attuale regime americano, potrebbe essere con maggior precisione descritto come uno dei suoi più spietati critici. Alla stregua di Schmitt, Strauss era un antiliberale. Nel discorso corrente della politica americana, i neoconservatori sono nemici del liberalismo in tutte le sue forme. Ma il neoconservatorismo è esso stesso una versione fondamentalista del liberalismo e, come mostrano le sue analisi di Hobbes e di Schmitt, Strauss considerava il liberalismo come un sintomo del fallimento del «progetto moderno». Il suo lavoro non sostiene nessun particolare punto di vista politico ed è compatibile con una molteplicità di posizioni diverse. 42 Tuttavia, se c'è un movimento politico contemporaneo di cui questo pensatore profondamente scettico avrebbe diffidato e che certo avrebbe condannato, questo è il neoconservatorismo.

Se Strauss non può essere ritenuto responsabile della condotta di un movimento politico che rivendica la sua autorità, ciò non vuol dire che il suo pensiero non lo abbia influenzato. La sua convinzione che gli scritti filosofici spesso contengano un significato recondito, differente, se non opposto, al loro senso manifesto, rischia di divenire l'autorizzazione a un modo di pensare privo di ogni disciplina. Strauss non è riuscito a fornire alcun metodo di interpretazione tramite cui si possa verificare l'identificazione di un pensiero nascosto, e molte delle sue asserzioni risultano altamente improbabili, se le si giudica secondo gli standard disciplinari comunemente accettati. Ad esempio, Strauss interpreta Platone non come un pensatore utopistico, ma come un critico dell'utopismo volto a mettere in luce l'impossibilità di uno Stato ideale, ma, come eminenti studiosi della classicità hanno dimostrato, tale tesi non trova riscontro nei testi. 43

Il punto è che la teoria di Strauss consente praticamente qualsiasi interpretazione si proponga. Si può qui fare un paralelo con l'assunto della scuola decostruzionista secondo cui i testi non avrebbero un significato insito. In entrambi i casi, l'indagine razionale è sostituita da un giudizio arbitrario, e, per quanto si sia potuto credere che Strauss intendesse recuperare un modo classico di pensare, in realtà il suo metodo ha parecchio in comune con il pensiero postmoderno. In pratica Strauss interpretava i testi facendo appello a intuizioni soggettive la cui autorità sembrava dipendere dalla pretesa di possedere uno speciale dono di penetrazione. E proprio la pretesa di avere un accesso privilegiato alla verità ha fatto cadere alcuni suoi seguaci in disastrosi errori. Così com'è stato applicato al governo, tale atteggiamento ha contribuito a produrre la guerra irachena.

Un discorso privo di senso aritmetico

19.10Quando si discute di reddito di cittadinanza (UBI) ritengo si debba partire da una premessa condivisa: la correttezza aritmetica del ragionamento deve prevalere sempre. Ovvero qualsiasi ragionamento nel quale sia coinvolto un calcolo deve essere aritmeticamente corretto, anche se si tratta di principi giuridici. Non si può negare l'aritmetica per legge.

Esistono, sono un fatto, delle condizioni nelle quali è impossibile mantenere l'uguaglianza aritmetica, ma non riguardano il discorso sul reddito di cittadinanza. Sono altra cosa e come tali vanno trattate. La Legge è la fonte dell'ineguaglianza, ma il discorso sul reddito di cittadinanza riguarda l'uguaglianza.

Che il reddito di cittadinanza sia misura funzionale al perseguimento del progetto sociale delineato in Costituzione, volto ad assicurare un'esistenza libera e dignitosa a tutti, e particolarmente alle persone economicamente e socialmente più fragili, si è già detto [cap. II, § 12]. Resta da chiarire quale reddito di cittadinanza.

In merito la Costituzione della Republica italiana non è chiara. Mantiene, nell'articolazione del testo, un margine di ambiguità, che consente di costruire un discorso tendente ad eludere la necessità della correttezza aritmetica nel ragionamento sull'uguaglianza.

Posta la condizione dell'universalità, il discrimine che si pone è tra universalità assoluta e selettiva. Lungo questo discrimine, corre la frattura principale che attraversa il discorso sul reddito di cittadinanza. Dei presupposti teorici di questa frattura si è già detto. E necessario ora vedere, alla luce della Costituzione italiana, quale tipo di universalità sia a essa più conforme: quella che, rapportando il reddito di cittadinanza allo status di diritto universale dell'uomo, mira a garantirne il godimento per la più ampia platea di beneficiari possibile, senza altra condizione che non sia la cittadinanza stessa, intesa nel senso più inclusivo possibile (universalismo assoluto); o quella che, invece, configurandolo come ultima rete di protezione per contrastare povertà ed esclusione, lo destina alle sole persone (cittadini e non) prive dei mezzi necessari per vivere liberamente e dignitosamente (universalismo selettivo).

Dalla premessa si può dedurre facilmente quello che penso. La distinzione fra universalismo assoluto e selettivo è priva di senso. Lo è in generale e maggiormente ※ nel caso specifico del reddito di cittadinanza.

Per dare una risposta in termini di costituzionalità, bisogna avere chiaro il parametro costituzionale: la lettura originalista e sistematica della Costituzione — e particolarmente degli articoli 2, 3, II comma, 38, I comma — ha condotto a ritrovarvi, forte e chiara, un'aspirazione alla protezione universale dall'oppressione del bisogno, che si rende concreta nel riconoscere, in capo alle persone economicamente e socialmente più deboli, il diritto all'esistenza quale condizione imprescindibile di cittadinanza .

Cerchiamo di interpretare le parole. la lettura della Costituzione ha condotto a ritrovarvi un'aspirazione alla protezione universale dall'oppressione del bisogno. Sembrerebbe che nella Costituzione si legga soltanto un'aspirazione. Come si concretizza questa aspirazione?

Alla luce di questa lettura del parametro costituzionale, apparirebbe senz'altro secundum constitutionem un reddito teso a sostenere, in modo universale ma selettivo, (tutte) le (sole) persone in condizione di debolezza.

Quello che ci viene qui proposto come interpretazione coerente della Costituzione è il discorso dell'universalismo selettivo, cioè dell'universalismo non universale.

il limite della fattibilità economica [15]. Limite che — come si dirà — già incide pesantemente sulla possibilità di concretizzazione del reddito universale selettivo, ma che pare divenire insormontabile quando si parla di reddito universale tout court [16]; soprattutto se si vuole assicurare, insieme all'universalità, un livello adeguato di erogazione reddituale, tale da garantire almeno il minimo vitale [17]

Se invece l'adeguatezza della misura viene sacrificata sull'altare dell'universalità, assunta come obiettivo prevalente, allora il problema che si pone non è tanto quello della fattibilità economica, quanto della legittimità costituzionale. Una disposizione normativa praeter constitutionem, che miri a estendere una provvidenza a sostegno di un diritto costituzionalmente garantito (il diritto ad avere assicurata un'esistenza libera e dignitosa) oltre la sfera dei beneficiari individuabili sulla base della Costituzione stessa (i deboli), diventa contra constitutionem se, per garantire l'estensione della provvidenza (a tutti), va a intaccare il nucleo di tutela costituzionalmente previsto. Altrimenti detto, se, in un contesto di risorse economiche scarse, l'estensione universale del reddito di cittadinanza a prescindere dalle condizioni reddituali e patrimoniali fosse tale da incidere pesantemente sul quantum della misura, rendendola insufficiente a garantire un'esistenza libera e dignitosa a coloro che si trovino sotto la soglia di povertà, essa sarebbe da considerare costituzionalmente illegittima sia per irragionevolezza intersoggettiva, trattando in modo eguale situazioni ragionevolmente distinguibili (bisognosi e non bisognosi); sia per irragionevole bilanciamento, andando a intaccare irrimediabilmente il contenuto minimo essenziale del diritto costituzionalmente protetto delle persone in condizioni di debolezza [18].

Premesso che:

  • Il paradosso del sorite mi dice che è impossibile selezionare in un gruppo di uomini più o meno bisognosi colui che ha bisogno senza compiere un arbitrio, piccolo o grande che sia, così come è impossibile discernere chi è calvo da chi non lo è contando i capelli.
  • La psicologia mi dice di non confondere il bisognoso con il meritevole, perché capita, a causa della nostra inclinazione morale, che il bisognoso non meritevole diventi facilmente meno bisognoso e viceversa.

Sorge la questione aritmetica:

  • L'aritmetica mi dice che se voglio distribuire equamente una quantità x di pane ad un numero y di persone devo semplicemente dividere x per y cioè in parti uguali.

L'obiezione, sopra riportata dalla Chiara Tripodina, dice che, in una situazione di scarsità di cibo, dividendo x per y, una parte, cioè gli affamati, sarà danneggiata perchè l'altra parte riceverà del pane senza avere fame.

L'aritmetica non dice, né lo può dire, a chi appartenga il pane distribuito, ma le possibilità sono solo due: 1) appartiene ad un fornaio venuto da chissà dove e non conteggiato in y - e allora l'obiezione regge - 2) oppure appartiene ad un fornaio conteggiato in y - e allora l'obiezione non regge. La Costituzione italiana dice che appartiene ad un fornaio conteggiato in y.

Se il fornaio appartiene ad y la quantità distribuita agli affamati sarà x meno la quota del fornaio (q). Quindi per compensare la mancanza sopravvenuta può essere aggiunta ad x la quota del fornaio e allora si dividerà x+q per y e così via per iterazione.

In sostanza l'obiezione si deve leggere così: il fornaio propone uno pseudologismo ingannevole con il fine di ridurre la quantità di pane che è tenuto a distribuire. Se l'argomento non è convincente allora il fornaio propone agli affamati di scegliere lui a chi distribuire il pane secondo una sua propria aritmetica.

Universal Basic Services e Universal Asset Policies

L'Institute for Global Prosperity, presso la London’s Global University, ha elaborato una proposta di welfare basata sulla fornitura da parte dello Stato di beni e servizi (alloggi gratuiti, cibo, trasporti, internet) che potrebbe ricordare per alcuni aspetti quella descritta da Ernesto Rossi nel libro Abolire la miseria. La proposta, il cui costo è stato calcolato, per UK, in 42 miliardi, secondo i suoi sostenitori sarebbe una valida alternativa al reddito di cittadinanza (UBI).

The authors of the report also argue their recommendations would be more affordable response to potential disruption to the labour market from technological automation than a universal basic income, which would see cash payments given to all UK citizens. They said focusing on more comprehensive service provision rather than handouts would also mean there remains a strong incentive on citizens to find work.

Una seconda alternativa al reddito di cittadinanza, sempre inteso come UBI, sarebbe rappresentata dall'assegnazione di un capitale iniziale. La formulazione originale di questa proposta è quella data da Thomas Paine in Agrarian Justice, ma può essere declinata in forme anche molto diverse.

Entrambe le proposte contengono alcune intuizioni interessanti, che potrebbero essere implementate in altre condizioni, ad esempio l'idea di mettere alla prova i giovani dotandoli di un capitale da impiegare in una nuova attività, ma in entrambi i casi, sia dal punto di vista del costo che dell'uguaglianza, i difetti superano i pregi.

BDSM come attività ludica

18.10Uno studio recente riprende e approfondisce l'ipotesi che la pratica BDSM sia, dal punto di vista sociale, una legittima attività ludica e di svago con importanti ricadute sul benessere personale. Le implicazioni sulla valutazione della stigmatizzazione che accompagna la pratica BDSM in quanto associata alla devianza sessuale sono evidenti.

This simple exploratory study is the first to examine empirically whether BDSM could qualify as a legitimate leisure experience similar to other common leisure pursuits. [..] The theoretical implications of BDSM as leisure are significant, [..] In other words, if BDSM is understood primarily as a legitimate leisure experience with important personal benefits, similar to engaging in skiing, hiking, photography, or painting, then stigmatization associated with sexual deviance might be decreased from the recognition and value of such common leisure benefits.


Forse, i poveri non capiscono quello che accade

Come è noto Macron vuole introdurre, come da programma elettorale, la flat-tax sulle rendite mobiliari, con una redistribuzione verso l'alto stimata in 4,5 miliardi di euro per stimolare gli investimenti. In Italia siamo più bravi e la flat-tax per i redditieri esiste già da tempo, ma ritorno in investimenti zero.

Secondo Le Canard enchaîné del 18 ottobre i ministri dell'economia Bruno Le Maire e delle finanze Gérald Darmanin hanno ricevuto dalla Direction de la législation fiscale (DLF) una simulazione dell'impatto della riforma sulle cento famiglie più ricche di Francia.

Un appello publicato dal quotidiano Liberation affinché i dati siano resi noti è stato sottoscritto da centoventi parlamentari, prevalentemente di sinistra. L'opinione publica sembra contrariata e anche l'ex presidente François Hollande, da Seul dove si trova per una conferenza post-presidenziale, ha detto che è la capacità di mobilizzarsi per il proprio avvenire ad essere messa in causa. Ovvero, sono i poveri e le classi medie che devono muoversi prima che sia troppo tardi, se ne hanno ancora le capacità.

Si dans un pays l’idée s’installe qu’il y a une fiscalité allégée pour les riches et alourdie pour les plus modestes ou les classes moyennes, alors c’est la capacité qu’il a à se mobiliser pour son avenir qui se trouve mise en cause.

Forse, i poveri non capiscono e si fidano troppo dei rappresentanti del popolo.

In effetti il problema è il marxismo-leninismo in sé, la sua idea che un "partito d'avanguardia" abbia il diritto o sia in grado di guidare le masse ottuse [..] Le istituzioni del dominio riproducono sempre se stesse, questa è un'ovvietà sociologica. Mezzo secolo prima, Bakunin aveva già predetto come sarebbe finita [..] Bakunin si riferiva alle persone che circondavano Marx, prima ancora che Lenin nascesse, e affermava che nella moderna società industriale i membri dell'intellighenzia per loro natura tendono a diventare controllori sociali, non perché hanno il controllo del capitale o delle armi, ma perché possono controllare, organizzare e gestire quella che chiamiamo "conoscenza".

Che cosa abbiamo fatto per meritarci questo?

Non ci ho capito molto. Intendo dire di come funziona la legge elettorale con la quale si dovrebbe andare al voto nella prossima primavera. Una cosa, però, l'ho capita: dopo il voto liberi tutti. Indipendentemente da quale sarà il partito più votato, il prossimo governo si farà, se si farà, con i parlamentari che ci stanno, quale che sia il loro partito di appartenenza. Più che un Rosatellum mi sembra un Verdinellum.

Le conseguenze di questa legge elettorale sul sistema dei partiti sono un'incognita, ma potrebbero essere devastanti. I grandi partiti personali - di Berlusconi, di Grillo, di Renzi - perderebbero di senso e potrebbero rinascere al loro posto tanti piccoli partitini ad personam e una grande balena bianca...


Gli esseri umani non sono uguali fra loro. L'uguaglianza è una finzione politica necessaria alla convivenza civile nella quale alcuni credono ed altri no. Se è così allora sarebbe opportuno che gli uomini si dividessero secondo le idee nelle quali credono, senza cercare di imporre agli altri la propria idea.


Discorso etico e discorso propagandistico

Il discorso è, almeno alla sua origine, stupore, evocazione, ma ben presto si trasforma, nel bambino e non solo, in una tecnica per ottenere qualcosa.

Noi parliamo tra noi anche allo scopo di produrre o modificare comportamenti, nostri e altrui.

Il discorso propagandistico è quello che vuol far credere qualcosa per ottenere qualcos'altro come effetto del discorso.

il discorso propagandistico [..] si può definire come un discorso che mira ad ingenerare nell'ascoltatore persuasione - cioè atteggiamenti che prima o poi dovranno tradursi in determinati atti particolarmente significanti per colui che fa propaganda

Se ammettiamo che ogni discorso è fatto per ottenere qualcosa, allora ogni discorso è propaganda se sfrutta la credulità altrui, viceversa è coercizione se sfrutta la pura forza.

Il discorso conoscitivo partecipa di ambedue le qualità: è propaganda quando evoca lo stupore originario del discorso e diventa discorso coercitivo quando pone l'esistenza di relazioni necessarie alle quali il discorso non può sfuggire.

Fa eccezione il discorso dell'analista, che dovrebbe essere, quando è, la negazione dell'esistenza del discorso. Ma fa eccezione anche il discorso etico

Ecco, qui sta il problema: poiché, definito il discorso etico come appartenente alla classe dei discorsi valutativi-normativi, diventa assai difficile distinguerlo dal discorso propagandistico in generale. Anch'esso, infatti, mira ad ingenerare nell'ascoltatore persuasione [..]

Il discorso etico è risposta. È discorso che risponde con un altro discorso al discorso originario. Il discorso etico è l'idea che sia possibile una risposta dell'ordine del discorso stesso. Quindi l'opposto del discorso dell'analista che non risponde mai, perché afferma l'impossibilità della risposta, e con essa l'inutilità del discorso come propaganda e coercizione.

Coordinare si può anche in Italia

Ho già manifestato più volte la mia ammirazione per le capacità tecniche e organizzative della cultura francese sul world wide web, ragione per la quale non è necessario che mi ripeta. Non voglio proporvi il penoso confronto fra Gallica il sito web della Bnf e quello della Bncf o sbn, che dir si voglia. Voglio invece segnalare un fatto che riguarda la presenza dell'università italiana in rete. Mi riferisco alla publicazione delle tesi dottorali e delle riviste che con sempre maggiore frequenza sono rese disponibili con accesso libero.

Ho notato che molte di queste riviste utilizzano lo stesso template (Open Journal Systems). Quindi si potrebbe immaginare di attivare un coordinamento per creare un contenitore unico sul modello di quelli presenti da tempo in Francia ※. Ultima osservazione, il template ha qualche limite e potrebbe essere migliorato.

Poi ci sono le università che publicano decine di pagine nelle quali si parla di accesso libero, ma non publicano nessuna rivista open access...

La presenza della rete rende inutili, di fatto, le riviste culturali così come erano state concepite originariamente. Sono come i manoscritti di fronte agli incunaboli. Continuare a riproporre l'impostazione della rivista cartacea anche online mi sembra una mancanza di fantasia, uno spreco di risorse e soprattutto incapacità di comprendere la novità del medium e adeguarvisi.

L'ISEE favorisce il lavoro nero

Ho scoperto, con un certo disappunto, che anche Dario Di Vico non sa, o fa finta di non sapere, cosa sia il reddito universale garantito altrimenti detto reddito di cittadinanza. La disinformatia messa in atto dai politicanti italiani, M5S in primis, che equipara UBI ad un sussidio assegnato con la prova dei mezzi, ha colpito ancora.

A dire il vero il commento non appare dei più ispirati già di suo, visto che canta il peana dei voucher, ma la chiusa è assolutamente memorabile, come se il cervello fosse andato direttamente in fico.

I dati del lavoro sommerso gettano anche una luce sinistra su eventuali misure di reddito universale, garantito a tutti. Il rischio di creare ulteriori sperequazioni balza fuori con evidenza: i 3,7 milioni di lavoratori irregolari lo percepirebbero tranquillamente.

Ebbene sì, il reddito universale spetta per definizione anche ai ricchi ed agli evasori, che poi spesso si identificano nella stessa persona. Quindi lo percepirebbero anche i lavoratori in nero, come tutti gli altri cittadini del resto. Nessuna sperequazione. Ma è bene chiarire che: evasione fiscale e reddito di cittadinanza non hanno nessuna relazione concettuale fra loro.

Se poi Di Vico intende dire che le misure contro la povertà, basate sull'ISEE, varate dal Governo Gentiloni possono favorire i lavoratori irregolari e quindi il diffondersi del lavoro in nero, questo sì che è vero!

Non è tutto Macron quello che luccica

Mercoledì 11 ottobre il parlamento francese in commissione ha approvato l'introduzione di una flat tax sui redditi da capitale con un prelievo forfettario unico del 30% che include un'imposta sul reddito al 12,8% e un prelievo per contributi sociali del 17,2%.

Michel Sapin, socialista come Emmanuel Macron, e già ministro delle finanze sia sotto la presidenza di François Mitterrand che di François Hollande, ha fatto notare, durante il programma "Questions d'info" sur LCP, che l'aliquota minima degli scaglioni più bassi per i redditi da lavoro è più alta (14%) di quella sui redditi da capitale (12,8%) che dovrebbe essere introdotta con la nuova legge, ponendo un problema di costituzionalità, ed ha concluso sarcasticamente:

Vous n'avez une fortune que financière, 12,8 %, vous trimez toute votre vie vous êtes à 14, 20, 25, 35 et même 45 %", a-t-il conclu.

Ovvero: se vivete di rendita pagate il 12,8 % di tasse, se sgobbate tutta la vostra vita pagate il 14, 20, 25, 35 e anche il 45 % ... il 45% se siete fortunati...

Il discorso d'odio

Il discorso d'odio come male-d'essere e libertà di parola come cura

Il fine della psicoanalisi è la liberazione dalle azioni (i sintomi) attraverso la liberazione della parola (le associazioni libere). Secondo questa formula i sintomi sono l'effetto di parole incomprese, che si chiarificano solo affiorando alla coscienza nell'espressione.

Ciò significa che dietro ogni azione umana può esserci un logos, c'è una parola, che può essere verbalizzata o rimanere inespressa e determinare quindi un'azione della quale non si conosce la ragione.

Il discorso d'odio è una parola, che è nello stesso tempo sintomo, cioè espressione di un'altra parola che ci è sconosciuta e per questo si manifesta in un'azione, il male-d'essere. Il discorso d'odio, che è fatto di parole, cela una parola come sua ragione.

Secondo questa interpretazione la psicoanalisi afferma che: ci si può liberare dal discorso dell'odio conoscendo la parola che ne è all'origine, cioè attraverso la completa liberazione della parola.

Questo è anche il fine ultimo che giustifica il primo emendamento della Costituzione americana. La libertà di parola è terapeutica, svela la parola che si manifesta come male-d'essere.

Tutte le persone hanno diritto to petition the Government for a redress of grievances. di fare petizioni al Governo affinché ponga rimedio alle rimostranze, dice il primo emendamento. Il discorso d'odio è una petizione che chiama in causa l'autorità; per questo motivo è un diritto costitutivo della cittadinanza democratica.

Limitazioni al linguaggio dell'odio

Si possono fare cose con le parole. Il discorso d’odio non è un “semplice” discorso, è un'azione, che intende limitare, ed a volte effettivamente limita, la libertà altrui. In questo senso anche il discorso che richiede la limitazione giuridica del discorso d'odio è un discorso d'odio.

Il problema si pone perché il discorso, e in particolare il discorso d'odio, può causare un danno. La limitazione della libertà di parola è l'esempio di un danno che tutti subiamo per il semplice fatto che la parola possa essere causa di un danno. Si deve porre quindi la domanda: Quale danno siamo disposti a subire perchè sia mantenuta la libertà di espressione per tutti? O viceversa: Qual'è la limitazione della libertà che siamo disposti a subire pur di limitare la possibilità di ricevere un danno dal linguaggio dell'odio?

La repressione giuridica è la risposta adeguata al discorso dell'odio? La censura e la repressione del discorso d'odio nella Republica di Weimar avrebbero cambiato la situazione in Germania nel 1933? O, forse, non erano le ragioni che sostenevano il linguaggio dell'odio che andavano comprese alla radice? Dopotutto il logos si era espresso chiaramente per chi avesse voluto prendersi cura di analizzare le sue parole. Ma nessuno lo ha fatto. Aius Locutius parla solo quando nessuno lo ascolta.

È semplicemente un problema di «pieno» e di «vuoto»

Ernesto Galli della Loggia è l'editorialista con il quale mi trovo più frequentemente in sintonia. Una rottura che va producendosi sotto i nostri occhi ma senza che noi ce ne rendiamo conto. Si tratta solo di un’impressione... No, non è solo un'impressione... Il declino degli Stati europei è un fatto, del quale prima si prende coscienza e meglio è per tutti noi. Una questione, in un certo senso democraticamente banale, come quella catalana ha dimostrato la debolezza, vorrei dire l'inconsistenza, della classe politica europea; ed ha dimostrato una volta di più quanto la forma Stato, coniugata in termini westfaliani, rappresenti oggi una vera e propria zavorra per l'UE.

Dall'altra parte abbiamo le nuove nazionalità in ascesa, se così possiamo chiamarle, che usano la debolezza dell'élite politica per condizionare la vita publica europea dal suo interno. La recentissima nomina dell’ex cancelliere tedesco Schröder a presidente di Rosneft (il maggiore produttore russo di petrolio), dopo la sua virtuale messa a libro paga del Cremlino già da anni, dà un’idea dei metodi spregiudicati che Putin è disposto a usare per estendere e consolidare l’influenza russa. Meno recente, ma altrettanto grave dal punto di vista dell'indipendenza della governance europea, è il caso dell’ex presidente della Commissione José Manuel Barroso ingaggiato dalla banca statunitense Goldman Sachs.

Questi fatti di per sé non significherebbero nulla, se non fosse che Schröder e Barroso sono entrambi socialisti e sono stati per decenni ai vertici della politica europea. Non si tratta solo di porte girevoli, è la credibilità dell'istituzione in quanto tale che viene messa in discussione. Se gli Stati sono deboli e l'élite politica è accaparrabile da chiunque disponga di decisione e mezzi nella misura necessaria è naturale si crei un vuoto, che richiama un riempimento, che non troverà ostacoli. Nessuno in Europa è più disposto a combattere per lo stipendio di Jean-Claude Juncker e Wolfgang Schäuble.


Strano caso è ironico... Si intuisce un retropensiero vagamente populista nel trafiletto di Luigi Ippolito dedicato alle disavventure londinesi del povero Osei Tutu II, considerato fra i dieci più ricchi sovrani africani, proprietario di miniere d’oro e piantagioni di cacao, e una della figure tradizionali più influenti del Ghana. Gli africani sono poveri, ma le loro élite sono ricche e criminali


Unire architettura moderna ad architettura antica è sempre difficile. Da evitare ogni volta che sia possibile. Intervenire sull'architettura antica al di fuori del semplice ripristino filologico è sempre sconsigliato. D'altra parte i musei sono diventati parchi di divertimento e seguono logiche economiche diverse dalla conservazione dell'esistente. Spendere otto milioni di euro per costruire un ponte di ferro e vetro tra la pinacoteca di Brera e palazzo Citterio è un'operazione economicamente ed architettonicamente stupida, ma funzionale alla logica della cultura di massa.

Benedetto Croce filosofo è un abbaglio

Benedetto Croce filosofo è un abbaglio. Ma, come sia stato possibile questo abbaglio e come abbia offuscato le menti di una intera nazione per mezzo secolo è tutto da spiegare.

L'idea che la filosofia sia scienza, mutata dall'idealismo tedesco, consente a Croce di riproporre indefinitamente il gioco delle tre tavolette su ciò che è scienza e ciò che non lo è.

A che affaticarsi, con complicati ragionamenti e con pesante fraseologia, a sfondare un uscio aperto, cioè a dimostrare che la Sociologia non può trovar posto tra le scienze filosofiche, non rappresentando un momento originale dello spirito umano e non mettendo capo a concetti ultimi, rigorosi, necessarii? Chi di questa verità, che implica l'idea stessa della filosofia, non è convinto, deve essere pregato ripensare non già sul che cosa è sociologia, ma sul che cosa è scienza rigorosa cioè filosofia.

Ma, la filosofia non è scienza.


Il problema della democrazia è l'aritmetica.

sembra che nei regimi democratici tutte le questioni politiche e umane si risolvano con la regola della maggioranza, è facile rappresentare la democrazia come qualcosa che ha a che vedere con problemi di aritmetica


Ogni relazione è una forma di memoria. Le immagini fissano degli istanti che altrimenti ci sfuggirebbero.


L'albero dei soldi.

Sembra, dico sembra, che il primo ministo inglese Theresa May oltre alla Brexit, della quale in Italia si parla sin troppo, abbia in questo periodo anche un altro problema, del quale in Italia non si parla affatto: il Credito Universale.

L'Universal Credit è una delle riforme del welfare introdotte dal governo conservatore presieduto da David Cameron con il Welfare Reform Act 2012. La riforma si proponeva di razionalizzare e quindi ridurre le spese per il welfare, introducendo un unico beneficio previdenziale in luogo di sei, semplificando in questo modo gli adempimenti burocratici e diminuendo di conseguenza il personale addetto.

Ma sembra che il Credito universale non funzioni e la sua estensione a tutte le regioni della Gran Bretagna sia osteggiata non solo dalle associazioni caritative, che vedono crescere il numero delle persone che si rivolgono alle banche alimentari e dalle associazioni dei proprietari di immobili, che vedono crescere il tasso di morosità tra gli inquilini, ma anche dagli enti locali, sui quali la riforma ha fatto ricadere i costi per il personale, tanto che anche l'ex premier conservatore John Major si è espresso per una sua revisione.

Dico questo perché a Matteo Renzi non venga in mente, se vuole riformare il welfare, di seguire l'esempio inglese, come ha fatto con il jobs act.


Il QE ha beneficiato gli anziani ricchi a scapito di giovani e poveri.


Si può affermare che, secondo Nozick e Locke, ciascun uomo ha un titolo valido che gli consente di vedersi allocare una certa quantità di risorse naturali per il solo fatto di esistere.


La Costituzione italiana - al pari di altre espressioni verbali della volontà popolare - richiede una procedura molto complicata per consentire al singolo cittadino di poter affermare quegli stessi diritti che essa stessa enuncia; creando in questo modo una radicale distinzione tra diritti reali e diritti enunciati.


Esiste una relazione tra stato di salute di una popolazione e distribuzione del reddito. Le nazioni con la distribuzione del reddito più equa hanno una popolazione più sana rispetto alle nazioni con una distribuzione più ineguale del reddito.


La produttività della spesa publica può essere migliorata incidendo su questi punti:

  1. - interessi sul debito publico
  2. - sistema pensionistico concepito male
  3. - eccessivo costo della politica
  4. - inefficenza e corruzione della publica amministrazione
  5. - spese militari (Cfr. Germania e Giappone)
  6. - costo delle nuove tecnologie mediche
  7. - istruzione e ricerca scientifica

La tassazione diretta delle spese personali per il consumo è una delle idee più antiche, ma meno sperimentate nella storia della tassazione.


La volontà del popolo

Qual'è la legalità? Quella espressa dal popolo o quella espressa dalle corti e dai parlamenti? La legittimità delle corti e dei parlamenti nasce dal popolo ed al popolo deve ritornare ogniqualvolta l'operato di corti e parlamento sia fonte di conflitto. Quindi onestà vorrebbe che in Spagna ogni decisione fosse lasciata al popolo indicendo nuove elezioni politiche. Poi un referendum dovrebbe stabilire definitivamente se la Spagna e la Catalogna sono ancora una monarchia. Se l'Europa fosse una democrazia questo sarebbe l'iter che l'Europa dovrebbe prescrivere per risolvere il conflitto che oppone castigliani e catalani. Ogni altra soluzione non è legittima, perchè non è idonea a rendere manifesta la reale volontà del popolo.

Questo prescrive la teoria della democrazia. La democrazia è uno strumento di soluzione dei conflitti sociali, che si fonda sulla volontà del popolo, non sulle corti e sui parlamenti ed ancora meno sulla polizia e sull'esercito.

In una situazione di conflitto non contano nulla le volontà dei cittadini Felipe VI, Mariano Rajoy e Carles Puigdemont se la volontà del popolo non ha modo di esprimersi liberamente e di manifestarsi in modo chiaro ed evidente a tutti attraverso una maggioranza.

In una monarchia costituzionale il re non ha il diritto di schierarsi né con Mariano Rajoy, né con Carles Puigdemont, ma deve, se vuole adempiere al suo dovere, preservare con gli strumenti che gli sono attribuiti le condizioni nelle quali la volontà del popolo si possa manifestare liberamente ogni volta sia necessario. Deve fare e può fare solo questo: Deve incarnare la volontà popolare. Se il popolo vuole la republica egli la deve volere prima del popolo! Solo rendendo la sua carne alla volontà del popolo può essere Re.

Questo dice la teoria. Non è la teoria che preferisco. C'è un punto critico in questa teoria: la maggioranza...

Esiste una seconda teoria, che si dice sia stata espressa per la prima volta da un tal Trasimaco e si può rendere più o meno in questi termini: Chi ha l'esercito prende tutto. Non si tratta in realtà di una vera e propria teoria, ma della pura e semplice constatazione che nell'immediato la forza prevale su tutto. L'argomentazione sottesa è la stessa che ci porta a pensare che domani sorgerà il sole. Si tratta di evidenze tali che ci inducono facilmente nell'errore di pensare che si tratti di costanti indipendenti. Non è così. Esistono i cigni neri.

La teoria che preferisco è la terza, che prende in considerazione non la minoranza in quanto tale, il più debole secondo gli antichi, ma l'altro in generale, sia esso minoranza o maggioranza. Trattandosi della teoria più evoluta e razionale è anche la più semplice da esprimere e la più complessa da realizzare.


Europa degli Stati o Europa delle Nazioni

Condivido totalmente l'analisi del professor Francesco Passarelli sulla situazione catalana ed i suoi risvolti sull'Unione Europea con una precisazione. Le istituzioni statali stanno diventando un doppione delle istituzioni europee (o viceversa) e quindi sono percepite sempre di più come un costo al quale non corrisponde nessun servizio. Le regioni con una tradizione di indipendenza come la Catalogna, la Scozia, etc. sono quelle dove, anche in conseguenza della crisi economica, questa percezione è maggiore.

Mi sembra evidente che il problema non sia la spinta a trasferire le competenze statali alle macroregioni economiche, ma la mancata presa di coscienza dell'esistenza del problema. In parole povere o si fa l'Europa, e allora si deve dare spazio alle nazionalità regionali, riducendo il peso degli Stati, o si trova un modello federativo fondato sugli Stati nazionali nel quale l'Europa conti meno e costi meno.

Mantenere l'ambiguità esistente, di una burocrazia europea sempre più economicamente invasiva, ma senza responsabilità politiche, e di apparati statali sempre più inutili, ma capaci di condizionamento politico, non produce nessun vantaggio competitivo.

Mala tempora currunt

Mercoledì 4 ottobre 2017 - Il presidente della Generalitat de Catalunya, Carles Puigdemont ha risposto oggi con una dichiarazione istituzionale al messaggio di Filippo VI. Il messaggio è piuttosto lungo ed articolato, in parte in catalano ed in parte in spagnolo e quindi mi è difficile comprenderlo nelle sue sfumature, ma l'impressione che ne ho avuto è netta: o Puigdemont è un incosciente o crede realmente in quello che dice. Se Puigdemont crede in quello che dice e se dovesse esserci uno scontro armato, la persona che ha parlato ieri non ha nessuna possibilità di rimanere sul trono.

Notizie a pagamento con Google

Come per le banche, che verranno spazzate via dalle app senza colpo ferire, il problema dell'editoria giornalistica non è notizie gratis o notizie a pagamento, è la trasformazione del mercato. L'articolo di John Gapper è interessante e mostra come, ancora una volta, sia il medium e non il contenuto a determinare la domanda. Mi spiego: la televisione ha spazzato via il cinema, internet spazzerà via la televisione e con il bundling Google e gli altri padroni del software spazzeranno via gli editori di notizie a pagamento. Eppure il contenuto è sempre lo stesso, cambia solo lo strumento attraverso il quale il contenuto è veicolato.

Di solito, alla fine il consumatore ottiene quello che vuole. Gli editori di giornali a pagamento farebbero bene ad assaporare la loro vittoria, questa settimana, perché fra non molto il mercato li metterà di fronte a un’altra battaglia.


Lo so che cito poco gli editoriali de La Repubblica, ma il sito web del Corriere della Sera è impaginato meglio...


Matteo Renzi ha lanciato un'Opa ostile sul Pd, ha preso il controllo del partito come se fosse un'azienda, ma adesso è costretto a gestirlo come un'azienda, e dovrà produrre utili per gli azionisti che lo hanno sostenuto.


Collegare la penna al cervello prima di scrivere!

... potrà arrivare il giorno nel quale al posto del portafoglio basterà un codice per pagare. E tutto sarà tracciato. Scenario un po’ alla Orwell, ma che consentirà, forse, di ridurre l’enorme volume di economia in nero che ancora si nasconde dietro i pezzi da 100, 50 e 20 euro.

Già che ci siamo riduciamo anche l’enorme volume di economia in nero che ancora si nasconde dietro i pezzi da 10, 5 e 2 euro. Mah!... mi sorge un dubbio, chi la traccia l'economia in nero?... Sono mica quelli che le tasse le pagano in Irlanda e Lussenburgo?

Mercoledì 4 ottobre 2017 E.V.

Pierluigi Battista definisce una provocazione decisamente ridicola la decisione di attribuire una connotazione neutrale alla sigla che indica il punto di rifermento della cronologia storica comunemente utilizzata in Occidente.

Ora per esempio le autorità scolastiche del Sussex stanno decidendo di cassare la sigla BC che tradizionalmente organizza il calendario a partire dalla nascita di Gesù Cristo per sostituirla con un più neutro, incolore, indeterminato BCE. E cioè nei libri di scuola non dovrebbe più apparire «prima di Cristo» che appunto viene indicata con la sigla BC, ma Prima dell’Era Comune (e direttamente Era Comune per designare il Dopo Cristo). E tutto questo per non «offendere» gli scolari che appartengono ad altre religioni, anzi in particolare a una: alla religione musulmana, perché le organizzazioni inglesi della comunità ebraica non intendono scatenare la guerra santa sulla suddivisione tradizionale del tempo del calendario.

Debbo confessare che sono stupito da questa presa di posizione. Sembra ormai accertato che Cristo non abbia potuto nascere nell'anno zero, quindi la connotazione prima o dopo Cristo non ha nessun valore storico. Ha, se vogliamo, ma non credo che la chiesa si spenderebbe per questo, un valore politico, che è proprio la motivazione per la quale sarebbe logico utilizzare una connotazione più neutra. L'unico vero motivo che potrebbe giustificare ancora l'utilizzo della sigla BC (ma non la sigla AD) è proprio la sua perdita di significato e l'imbarazzo nella scelta di una sigla alternativa, poiché gli acronimi disponibili in questo caso si moltiplicherebbero con un'ovvia conseguente confusione.

Peraltro sembra che l'espressione era volgare - vulgaris aerae - sia stata utilizzata dall'astronomo Giovanni Keplero nel 1616, ovvero quattrocento anni fa. Si tratta pertanto di un uso ormai consolidato nella tradizione e non di una novità. Da qui il mio stupore.


Siccome in democrazia c'è una maggioranza che prende tutto e una minoranza che perde tutto, allora in democrazia chi divide perde...


Un discurso para la guerra

L'aria che si respira in Spagna non è delle migliori.

Aquellos que creen que policías, fiscales y jueces no pueden solucionar por sí solos problemas políticos graves, o los que estiman que repetir que la ley hay que cumplirla no sirve de mucho si la legitimidad del sistema político está cuestionada, deben saber que hoy el rey les ha repudiado. Su apoyo a la monarquía, o su tolerancia a la presencia de un rey en la jefatura del Estado, se ve sometido desde hoy a una prueba difícil de aceptar. La confrontación en el conflicto catalán está asegurada y sería estúpido pretender que vaya a limitarse al campo institucional o a los tribunales. Estamos dando pasos hacia un horizonte que nunca pensamos que llegaría.

Questi non sono Trump e Pak Doo-Ik, se l'Europa non li ferma combinano guai.


Dai commenti al discorso di Felipe VI sembra che l'unica cosa che non sia riuscito a dire sia - Le faltó decir "Votad al PP o a Ciudadanos" - vota Partido Popular o Ciudadanos. Meno scherzoso questo commento intraducibile: Este payaso vividor ve en peligro su finca del nordeste de la península ibérica y reacciona como era de esperar. Vete, borbón, y llévate contigo la caspa, la incultura y los bloqueos informativos. Sois tal para cual. Que disfruten contigo y tú con ellos. Adiós, basura.. In gioco c'è effettivamente la corona. Non della Catalogna, ma di tutta la Spagna. para cuando referendum Monarquía o Republica???. Poteva evitare... In Italia ne sappiamo qualcosa di quelli che vogliono andare a tutti i costi allo scontro...


Si un homme qui se prend pour un roi est fou,
un roi qui se croit un roi ne l'est pas moins

Martedì 3 ottobre 2017; Il discorso di Felipe VI mi consente di cercare qualche verifica di una teoria che ho esposto nei frammenti di filosofia della cronaca. Mi sono più volte chiesto se all'inizio di una guerra le parole, in questo caso anche l'atteggiamento poichè abbiamo un video, di chi ha il comando possono dare delle informazioni sull'esito dello scontro? Io ritengo di si. In alcune circostanze dal modo di porsi di fronte allo scontro è possibile intuire chi avrà la vittoria, quella finale, sostanziale.

Ho rivisto il discorso di re Juan Carlos ed ho rivisto più volte il discorso di Felipe VI. Non mi occuperò di mimica facciale, non ne ho la competenza, e neppure analizzerò compiutamente il discorso. I servizi di intelligence hanno sicuramente degli analisti più bravi di me. Sarebbe comunque molto interessante se qualcuno lo facesse. Qui mi limiterò ad una impressione a caldo ed azzarderò una previsione, che servirà come ipotesi di verifica del metodo a posteriori.

La lunghezza del discorso di Felipe VI è stata il doppio del discorso di re Juan Carlos. Ci sono ripetizioni di concetti, desiderio di convincere, segno di insicurezza. C'è un nemico, al quale si cerca di addossare tutte le colpe ed a cui si cerca di incutere timore attraverso minacce, segno di debolezza. Nel discorso di re Juan Carlos non appaiono nemici, notatelo. Nell'immediato la mia prima impressione è stata quella di un uomo che ha paura. Questo è un pessimo presagio. Discorso divisivo. Non prevedo uno scontro leale da parte di Felipe VI. L'esito ultimo sarà in ogni caso la fine dell'aristocrazia spagnola.

Non so se ci sarà una nuova República Catalana, per saperlo è necessario ascoltare l'ordine di combattimento di Carles Puigdemont i Casamajó...

Diritto all'autodeterminazione dei popoli

Dopo i referendum in Kurdistan e Catalogna la citazione è volutamente ironica e, in un certo qual modo, sorprendente.

Affermato nella Carta Atlantica (14 agosto 1941) e nella Carta delle Nazioni Unite (26 giugno 1945; art. 1, par. 2 e 55), il principio di autodeterminazione dei popoli è ribadito nella Dichiarazione dell’Assemblea generale sull’indipendenza dei popoli coloniali (1960); nei Patti sui diritti civili e politici e sui diritti economici, sociali e culturali (1966); nella Dichiarazione di principi sulle relazioni amichevoli tra Stati, adottata dall’Assemblea generale nel 1970, che raccomanda agli Stati membri dell’ONU di astenersi da azioni di forza volte a contrastare la realizzazione del principio di autodeterminazione e riconosce ai popoli il diritto di resistere, anche con il sostegno di altri Stati e delle Nazioni Unite, ad atti di violenza che possano precluderne l’attuazione.

Forse a Bruxelles leggono la Trecani.


Potere al popolo

Anche questa citazione è umoristica

Sarebbe inoltre il caso di riprendere l'idea avanzata da Pierre Leroux nel 1848, ossia costituire un Tribunale popolare competente nel giudicare casi politici, quelli relativi alla libertà di stampa, gli attentati alla sicurezza dello Stato o i fatti di corruzione nei quali sono coinvolti i politici. Numerosi «casi» hanno riguardato la politica, contribuendo a screditarla con l'idea che sia «tutto marcio». Detto questo, non è positivo che i responsabili politici non possano comportarsi più tanto facilmente come se fossero al di sopra delle leggi? Invece di allarmarsi gridando a un «governo dei giudici» , perché non sostenere l'idea di rafforzare la politica sottoponendola al giudizio dei cittadini, quando ciò è sfortunatamente necessario? Di fronte al rischio di manipolazione dei processi politici, già evocato dal liberale Benjamin Constant negli anni '20 dell'Ottocento, e in considerazione del fatto che la politicizzazione della magistratura è un problema reale, il ricorso al sorteggio fornirebbe la migliore delle garanzie di imparzialità. Del resto, questo Tribunale popolare potrebbe assumere un ruolo nel processo di responsabilizzazione dei magistrati, evocato da diversi attori, e potrebbe risultale interessante riprodurlo su scala regionale nell'obiettivo di decentralizzare l'istituzione.

Il silenzio del re

Aldo Cazzullo è l'unico commentatore che si è accorto del silenzio del re.

Colpisce anche il silenzio del re. Suo padre Juan Carlos salvò la giovane democrazia dall’intentona di Tejero, giudicata oggi — come tutti i golpe che non riescono — un golpe da operetta, che fu invece un rischio serio, come ha raccontato proprio Cercas in Anatomia di un istante. Oggi Felipe è chiamato a salvare l’unità della nazione. E il solo modo in cui può farlo è favorire l’apertura di un processo costituente, promuovendo l’elezione a suffragio universale di un’assemblea che scriva un nuovo patto federalista.

Da molte parti leggo invece che in Catalogna hanno perso tutti. No, non è così. Dire che hanno perso tutti è continuare a non capire che cosa sta accadendo. Ed è bene che non passi questa interpretazione qualunquista.

Ha perso prima di tutti Felipe VI, che ha perso il trono, se mai lo ha avuto visto che ha lasciato che una persona insignificante come Rajoy glielo togliesse, ha perso Mariano Rajoy, ha perso il PSOE che si è reso invisibile, ha perso Jean-Claude Juncker e con lui tutta l'Europa, hanno perso gli organismi internazionali che avrebbero dovuto essere presenti, ha perso se si vuole anche Carles Puigdemont, che ora dovrà gestire una transizione complicatissima, ma un vincitore c'è, un vincitore vero, il popolo catalano.

Accade molto raramente che il popolo dia prova della sua forza in modo così chiaro. Il popolo quando viene chiamato ad esprimersi non vota, fa le rivoluzioni. E rivoluzione significa cambiamento, ma anche ritorno su sé stessi, per questo i cambiamenti introdotti dalle rivoluzioni si possono accettare, ma anche reprimere nel sangue. Non ci sono alternative.

Non tutto di una rivoluzione può mai essere lavato con il sangue. Per questo motivo in Catalogna tutti i perdenti dovrebbero riconoscere chi è il vero vincitore ed agire di conseguenza.

Gli spagnoli non hanno più un re

domenica 1 ottobre 2017 - Certamente Felipe VI ricorderà per sempre questo giorno perché oggi si è giocato il trono di Spagna. Comunque vadano le cose la monarchia spagnola non sarà più la stessa. Avrebbe potuto parlare ai catalani, come ha fatto la regina Elisabetta II d'Inghilterra agli scozzesi. Avrebbe potuto presentarsi al popolo con le insegne militari e impedire questo scempio della democrazia come aveva fatto suo padre re Juan Carlos. Non lo ha fatto. Perché non è un re.

In realtà Felipe VI avrebbe, per qualche ora ancora, un'ultima carta, piuttosto infida, ma degna di un re: parlare agli spagnoli ed esprimersi a favore dell'indipendenza della Catalogna. Si tratterebbe solamente di una dichiarazione, che però farebbe cessare di colpo ogni contesa e riaprirebbe il dialogo. In questo momento solo Felipe può fare questo. Poi le carte passeranno ad altri.


Il governo rappresentativo è semplicemente una forma di governo in cui pochissimi individui finiscono per avere molto più potere politico di tutti gli altri, anche se i voti sono nominalmente uguali.


Contro la doppia cittadinanza

Nel dibattito a distanza fra Ernesto Galli della Loggia e Mario Calabresi sullo jus soli credo che la ragione stia nel mezzo. La cittadinanza non è una regimental che si può indossare secondo le convenienze. Finché esisteranno le nazioni si è cittadini di un solo paese. Qui ha ragione Galli della Loggia. Le guerre lo dimostrano.

C'è un'eccezione, alla quale indirettamente allude Galli della Loggia quando si riferisce agli Stati Uniti e che Calabresi non afferra, gli abitanti delle colonie hanno diritto alla cittadinanza del paese occupante. Ma se l'Italia non è una colonia ha ragione Calabresi, non si può essere cittadini italiani e statunitensi.

Domenica scorsa Ernesto Galli della Loggia ha messo in evidenza sul Corriere della Sera perplessità e dubbi sullo Ius soli, mettendo al centro le difficoltà culturali dell’integrazione dei musulmani — che sarebbero comunque solo un terzo dei beneficiati dalla legge — oltre che la possibilità di mantenere una doppia cittadinanza (non si capisce perché sia lecito e pacifico poter avere il passaporto italiano e quello statunitense ma sospetto mantenere quello marocchino o senegalese).

Posto quindi come dato che si può essere cittadini di un solo paese, allora si può iniziare a discutere sulle condizioni alle quali la cittadinanza può essere concessa. Le condizioni proposte da Galli della Loggia mi sembrano razionali, ragionevoli e costose.

tre condizioni dovrebbero essere poste per ottenere la cittadinanza italiana da parte degli immigrati: l’obbligo di abbandonare la cittadinanza precedente; la conoscenza della lingua italiana in entrambi i genitori del giovane candidato, non già solo in uno di essi come nel testo attuale (genitore che poi finirebbe per essere quasi sempre il genitore maschio: mentre la conoscenza dell’italiano anche nella madre costituirebbe un indizio assai significativo di superamento della condizione d’inferiorità della donna tipica di molte culture diverse dalla nostra); infine l’obbligo di accertamenti sull’ambiente familiare ad opera dei servizi sociali sotto l’egida di un apposito ufficio presso ogni prefettura.

Però devo confessare che qualcosa mi sfugge in queste discussioni. Le trovo inutili, come inutile trovo la legge che si vuole approvare. Altro sarebbe chiedersi che cosa rappresenta la cittadinanza in un mondo sempre più cosmopolita. Forse è da qui che dovrebbe iniziare il confronto delle idee.

Il diritto alla memoria

Credo bene abbia fatto il Corriere della Sera a firma Gian Antonio Stella a portare all'attenzione di tutti il diritto alla memoria. I fatti non hanno scadenza.

Che scadenza ha la memoria d’un delitto? [..] Emanuela Valente, la giornalista e blogger che ha creato e coltiva «inquantodonna.it» per tenere viva la memoria di tutte le poverette che sono state uccise, ha ricevuto recentemente una lettera che l’ha lasciata basita. La firma l’avvocato Germana Cauci. E dice tutto già nell’oggetto: «Cancellazione da ogni sito Web delle notizie e informazioni riguardanti la persona di Cristian Vasili Lepsa».

Cristian Vasili Lepsa è stato condannato per l'omicidio di Elena Catalina Tanasa. In corte d'appello, constatata l'efferatezza del delitto per Cristian Vasili Lepsa è stata stabilita una pena di trent'anni di carcere.

Cristian Vasili Lepsa, però, non si arrende. E ricorre in Cassazione dicendo d’aver colpito la vittima per errore perché si era messa in mezzo a una rissa tra lui e il presunto rivale e lamentando il «mancato espletamento di perizia psichiatrica (…) essendo i fatti espressione di una gelosia patologica e abnorme, tale da escludere o comunque scemare grandemente la capacità di intendere e volere». Un raptus. Solo un raptus: aveva pure lasciato a casa la mazza da baseball… E che fa la Suprema Corte? Gli dà ragione: non era un omicidio volontario ma preterintenzionale… Anzi, non manca una bacchettata ai giudici d’appello: non hanno operato «il necessario discrimine tra la gelosia che, in se stessa, ancorché morbosa, non costituisce un futile motivo, bensì uno stato emotivo e passionale, e la considerazione della vittima come proprio possesso…». Pena ridotta: 17 anni. È il 9 settembre 2014.

Su questo fatto si devono fare due considerazioni. La prima: Non c'è diritto all'oblio per l'omicida. Il diritto di ricordare e di esporre l'omicida al riconoscimento è parte della pena, che non può e non deve essere cancellata. Ci sono delitti che non possono essere dimenticati, ma anzi devono essere ricordati. Dopo Auschwitz esiste un diritto alla memoria.

La seconda: La Corte di Cassazione continua a stupire. Qualcosa evidentemente non funziona. E mi fermo qui. Il Consiglio superiore della magistratura ed il Legislatore forse dovrebbero cominciare a fare qualche riflessione.

Il neoliberismo come dottrina salvifica

Il neoliberismo è un'ideologia o dottrina salvifica, secondo cui si può ottenere la libertà solo al prezzo di sottomettersi alle ferree leggi del mercato.

Bella definizione. Una religione dai rimedi miracolosi.

Inappropriabilità della terra

Le concept d'inappropriabilité de la Terre est précisément le principe à partir duquel il est possible de repenser notre être au monde et de justifier au plan le plus fondamental le tournant que nous devons prendre collectivement, si nous voulons rester au moins partiellement maîtres de notre destin.

La terra, l'aria, l'acqua sono beni limitati la cui proprietà deve essere soggetta a limitazioni. Lapalissiano... o no?

Siamo tutti catalani

Il silenzio degli intellettuali europei e delle istituzioni comunitarie su quanto sta accadendo in Spagna fa pensare. Non esistono più gli intellettuali e non esistono ancora istituzioni che si possano dire a pieno titolo europee. Una considerazione per chiudere il discorso. Se vi promettono la Madonna e poi arriva la guerra non vi dovete stupire.


Ammesso che una maggioranza abbia il diritto di plasmare le leggi di una comunità secondo le proprie preferenze, si deve anche ammettere il diritto della minoranza a trasferirsi in un luogo dove poter diventare diventare maggioranza e plasmare a sua volta il diritto secondo i propri gusti. Perché non ammettere allora la possibilità della minoranza di avere una propria legislazione senza doversi allontanare dal proprio territorio?

Date alcune contingenze storiche - le migrazioni - appare inevitabile che si creino spontaneamente comunità con diversa legislazione che coesistono su un medesimo territorio.


Di Maio sa che i sindacalisti, come e forse più dei politicanti, sono invisi al popolo, e affonda il coltello nel burro. Ma a forza di escludere, da chi pensa di essere votato?

La disuguaglianza non è immorale, ma è un problema

Il libro di Kekes è una critica dell'egualitarismo, considerato come espressione egemonica del liberalismo. Una delle ipotesi fondamentali dell'egualitarismo - dice Kekes - è che le persone siano fondamentalmente buone. Forse Kekes sbaglia, l'egualitarismo moderno, che parte da Hobbes, si fonda sul presupposto che le persone non siano buone, ma per convivere debbano accettare la condizione di considerare gli altri eguali a sé stessi nelle pretese. Naturalmente tutti sappiamo, dentro di noi, di non essere in nessun modo uguali, ma questo è un altro problema e non se ne può tenere conto qui.

The fundamental producer of income inequality is freedom. Individuals have different aptitudes and attitudes. Not even universal free public education, even were it well-done, could equalize the ability of individuals to add value to the economy. Besides, some people want to teach, others want to run hedge funds. In an open society, rewards are set not by political power but by impersonal market forces, the rewards of which will differ dramatically but usually predictably.

La libertà è la causa fondamentale della disuguaglianza di reddito. No, lo dimostrano i governi autoritari

La disuguaglianza è immorale? Si può rispondere a Frankfurt che nessuno pensa che la disuguaglianza sia immorale, ad eccezione dei bigotti, ma la disuguaglianza è un problema politico, non è un problema morale. Sostenibilità economica della diseguaglianza.

Per l'autore, la creazione di una società giusta significa alleviare la povertà e migliorare la vita, non ridistribuire la ricchezza a rendere le persone uguali. Si può obiettare che per alleviare la povertà è evidentemente necessario ridistribuire almeno una parte della ricchezza, è una questione di semplice logica, non ci sono altri mezzi.

La contrapposizione uguaglianza - disuguaglianza può essere affrontata anche dal punto di vista della psicologia individuale. C'è sempre una motivazione psicologica nel proporre una giustificazione dell'uguaglianza o della disuguaglianza, come quando si parla di morale.

L'uguaglianza di opportunità, paradigma filosofico sul quale sono stati versati fiumi d'inchiostro, non è mai esistita e va ripensata.

La seconda domanda non è retorica. Come si può volere l'uguaglianza e non essere d'accordo sul reddito universale? Dire di volere l'uguaglianza non è volere l'uguaglianza. In questo caso dire non è un fare

Per concludere devo menzionare l'articolo di Michael Walzer publicato sulla pagina domenicale del Sole 24 ore, dove, prendendo spunto dall'anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, ritorna sulla vexata quaestio dell'incompatibilità fra libertà ed uguaglianza. Del lungo ed articolato ragionamento del filosofo comunitarista mi limito a sottolineare alcuni passaggi.

La mia posizione - dice Walzer - richiede un ulteriore ragionamento: proprio come la non libertà politica dà luogo a nuove gerarchie sociali ed economiche, così le gerarchie prodotte dal liberismo danno luogo a nuove forme di non-libertà

La gerarchia è la negazione della libertà e - dice Walzer - sia la rivoluzione che il laissez faire producono gerarchie politiche ed economiche. Quindi negano la libertà.

Dal punto di vista della libertà economica, il vantaggio della tassazione redistributiva è che presume che la libertà produca disuguaglianza, e la ammette, dopodiché interviene a correggere quella stessa disuguaglianza che ha reso possibile. È una specie di regolazione a posteriori.

La libertà economica produce disuguaglianza e di conseguenza non-libertà. Quindi un sistema liberale deve prevedere una regolazione a posteriori della disuguaglianza per mantenere viva la libertà complessiva. In pratica, dice Walzer: Un’economia regolamentata può produrre non già una società di eguali, ma una società più egualitaria. Viceversa la rivoluzione, cioè la limitazione della libertà politica, non è mai compatibile con l'uguaglianza.

Non penso, però, che valga un’affermazione simmetrica riguardo la sfera della politica. I limiti alla libertà politica non sono, o almeno non sono mai a lungo, compatibili con alcun tipo di uguaglianza. [..] Una versione limitata della libertà economica è compatibile con l’uguaglianza, ma una libertà politica che ci permette di lottare per le necessarie limitazioni non può, essa stessa, essere limitata. Il diritto all’opposizione mette tutti i regimi politici, compresi quelli di sinistra, a rischio. La mia tesi, oggi, è molto semplice: questo è un rischio che va sempre corso. La pretesa di qualunque regime di sinistra che ogni opposizione sia controrivoluzionaria e vada repressa è un rifiuto di questo rischio. Dobbiamo riconoscere che si tratta di un rifiuto volto alla dominazione e non all’uguaglianza.

Questa è una dimostrazione sia della necessità del capitalismo che della redistribuzione egualitaria a posteriori per la conservazione della libertà.

Rendiconti parlamentari dell'Assemblea Costituente

Assolutamente da segnalare. La nascita della Costituzione. Le discussioni in Assemblea Costituente A cura di Fabrizio Calzaretti.

Internet delle cose e nuovo feudalesimo

In un articolo publicato su The Conversation e tradotto su Business Insider Joshua Fairfield mostra quali potrebbero essere le conseguenze dell'estensione del diritto di proprietà intellettuale per effetto dello sviluppo tecnologico

Una persona - dice Fairfield - può acquistare una scatola piena di componenti elettronici che funziona come uno smartphone, ma l'azienda che l'ha costruito e ve lo vende sostiene di essere ancora proprietaria del software che vi ha venduto e, visto che lo possiede, può controllarlo a suo piacimento. Questo tipo di contratto sta distruggendo il concetto di proprietà come si è venuto formando nell'epoca moderna.

La tesi, un pò provocatoria, di Fairfield è che questa mutazione del concetto di proprietà non è che un ritorno al modello feudale dei rapporti di potere. Tesi che condivido ed ho sostenuto in termini di mutamento sociale in atto.

Nel sistema feudale dell’Europa medievale, il re possedeva quasi tutto e i diritti di proprietà dipendevano dal rapporto con il re. I contadini vivevano su una terra concessa dal re a un signore locale e i lavoratori non avevano nemmeno i propri attrezzi per l’agricoltura o per altri mestieri come la carpenteria e la forgiatura dei metalli.

John Deere ha già detto agli agricoltori che non sono loro i veri proprietari dei trattori, ma solo della licenza del software – e quindi non possono riparare da soli le proprie attrezzature agricole e neppure portarle in un negozio di riparazioni indipendente.

Gli strumenti tecnologici stanno cambiando le regole della proprietà, stanno creando un mondo dove poche persone posseggono tutto e possono usarlo per controllare tutti gli altri. Insomma, la proprietà non muore, ma sta certamente cambiando natura. Quello che sta morendo è il concetto liberale di proprietà, limitata al corpo ed a venerdì 29 settembre 2017ciò che ad esso è collegato.

La sinistra deve attraversare il deserto

In Francia e in Grecia sono al comando due personalità (Emmanuel Macron e Alexis Tsipras) che in altri momenti storici avrebbero potuto essere socialiste ma che nelle condizioni attuali hanno anzi contribuito a radere al suolo i partiti socialisti veri e propri.

Anche in Italia abbiamo avuto e forse avremo ancora al governo un socialista capace di radere al suolo il partito al quale faceva riferimento, si chiama Silvio Berlusconi.

Ma c'è un'altra osservazione di Paolo Mieli che merita di essere sottolineata. I partiti di sinistra avanzano se si ripromettono esplicitamente di restare in eterno all’opposizione

Socialdemocratici e catto-comunisti sono una delle grandi contraddizioni della politica del XX secolo, che forse è bene scompaia per sempre. Per troppo tempo i partiti di sinistra ed i sindacati sono stati utilizzati come comodi ascensori sociali da persone che con la classe lavoratrice avevano ben poco da spartire. La sinistra, se vuole ritornare ad essere presentabile, deve attraversare il deserto, rinunciare per molto tempo all'idea di governare, rifarsi una verginità e imparare la cultura dell'opposizione. Dopotutto in una vera democrazia non si governa solo dai banchi della maggioranza...


Il genocidio, la pulizia etnica sono il portato dell'idea di nazione. Le ritroviamo ogniqualvolta dei contrasti economici portano un gruppo etnico a cercare spazio ai danni di un altro gruppo etnico. Non si può sostenere l'idea di nazione e nello stesso tempo condannare il genocidio.


La comparazione di eventi storici diversi non ha per lo storico nessun valore. Nolte in quanto storico non ha nessun titolo per comparare Auschwitz ed i Gulag, mentre un sociologo sarebbe tenuto a farlo.


La storia è stata sostituita dalla cronaca. Il revisionismo storico è attuato attraverso i media senza alcuna relazione con i fatti, che in fin dei conti non interessano a nessuno.


Il libro Come George W. Bush ha creato l'ISIS non è ancora stato scritto.


Il modo di pensare di Heidegger è animistico e si presta a grossolani fraintendimenti quando il prodotto del pensiero così ottenuto sia utilizzato al di fuori dell'epoché fenomenologica.


Non si può impedire alla vittima di perdonare il proprio assassino, ma non si può nemmeno impedire alla vittima di richiedere una punizione dello stesso ordine e grado.


Tasse basse per le imprese

Cosa significa tasse basse per le imprese? Che diminuisce il costo dei prodotti? No, certamente no. Che le imprese diventano più competitive? No, certamente no. Significa solo che gli utili vengono tassati meno, e quindi quando ci sono, se ci sono, andranno più facilmente ed in misura maggiore agli azionisti. Che li investiranno! No, certamente no. Se un'impresa vuole investire avrebbe più convenienza, se le tasse sono alte, a non distribuire utili. Se distribuisce utili investe certamente meno di quanto potrebbe. Eppure oggi i governi vogliono tutti ridurre le tasse alle imprese. Ma chissà perché?

Dal 1° gennaio 2017 l’Italia ha tagliato dal 27,5% al 24% l’Ires, l’imposta sul reddito delle società. Mentre in Gran Bretagna dal 1° aprile l’aliquota ordinaria sui redditi d’impresa è scesa dal 20% al 19%, con la prospettiva di scivolare al 17% nell’aprile del 2020. E ieri negli Stati Uniti l’amministrazione Trump ha annunciato una riforma fiscale il cui piatto forte è un drastico taglio della corporate tax, dal 35% al 20%. Non sono tre casi isolati: come attesta uno studio dell’Ocse, “Tax Policy Reforms in Oecd”, in tutto il mondo sviluppato è scattata una competizione a chi abbassa di più le tasse. L’obiettivo è chiaro: diventare attrattivi per le grandi multinazionali straniere, con una ricaduta positiva sulla crescita economica.

Questa è una non notizia perché già adesso le grandi imprese di tasse ne pagano veramente poche e sono la causa, seppure indiretta, della crisi economica. Quindi pensare che diminuendo le tasse alle imprese si favorisca la crescita economica è come pensare che favorire le cause della crisi aiuti a superare la crisi ovvero che la deregolamentazione della finanza favorisca la stabilità dell'economia. Sono due idee difficili da contrastare perché chi le propone è ovviamente interessato e chi non è interessato da questi provvedimenti, ma ne subisce le conseguenze, non ha gli strumenti politici, economici e culturali, per opporvisi.


Nella musica, come nella filosofia, nulla di nuovo, tutto si ripete. Bravo Joaquín Rodrigo a riscrivere Gaspar Sanz, ma che dire di Bedrich Smetana. Straordinaria la musica scritta da Asger Hamerik per il duetto tra Freddie Mercury e Montserrat Caballé in Barcellona, e così via...


La Corte di Cassazione si espone nuovamente al ridicolo. Persino Enrico Mentana, che è uomo di esperienza, ne ha parlato come di una sentenza che grida vendetta. Quando le sentenze contraddicono il buon senso nel nome del rispetto di una norma è il Legislatore che viene messo in questione. A buon intenditor poche parole.

UDINE - Il figlio che uccise quattro anni fa, era adottivo, quindi l'assassino non può essere condannato all'ergastolo: è quanto ha stabilito la Corte di Cassazione accogliendo il ricorso della difesa [..] L'uomo era tornato a casa verso le 4, completamente ubriaco e se l'era trovato davanti, l'aveva accoltellato perché cercava di difendere la madre dalla sua furia. "La morte è avvenuta per effetto di una sola coltellata, inferta all’esito di una lotta corpo a corpo, mentre il figlio tentava di disarmarlo", ha detto Roberto Mete, difensore dell’imputato. Il ragazzo era stato formalmente adottato dalla coppia in Moldavia. E ora si svolgerà un nuovo processo. [..] "Sulla disparità ancora presente tra figli naturali e adottati dovrà eventualmente pronunciarsi la Corte Costituzionale: fino a che la legislazione vigente è questa è doveroso che i tribunali la applichino" ha detto l'avvocato Mete". "In Cassazione c'è stata unità di vedute - ha concluso - tanto che lo ha riconosciuto anche la Procura generale, che ha chiesto l'accoglimento di queste nostre istanze".

Nei fatti, la Corte di Cassazione, come ogni giudice investito di una scelta fra norme in contraddizione, avrebbe dovuto rinviare la decisione alla Corte Costituzionale, invece ha preso una decisione che non le competeva.


Lunedì 25 settembre 2017 - Esiste una relazione tra il successo del partito di estrema destra AfD alle elezioni politiche in Germania e la ☛ posizione di Joe Biden, ex vicepresidente democratico degli Stati Uniti e senatore di lungo corso, che si è espresso contro il reddito universale di base? Si esiste, è la dimostrazione che la sinistra progressita sé-dicente non ha capito nulla di quello che sta accadendo.


Le passage que je viens de citer est tiré des Eléments de philosophie de Melchiorre Gioia, dont la seconde partie est une véritable traité de sémiotique appliquée. L'idéologie, en tant que sémiotique, doit guider la conduite des hommes au milieu d'un univers de phénomènes, c'est-à-dire de signes, d'indices. L'observation de ces indices, appliquée au présent, c'est la méthode même des sciences d'observation; appliquée au passé, c'est la méthode par excellence de l'histoire et de la jurisprudence; appliquée au futur, c'est la méthode des sciences statistiques, et donc de la prévision dans les sciences sociales.

Parmi les sciences sociales, fondées sur la méthode analytique, il faut compter la psychologie, pourvu qu'elle ne soit considérée comme une science purement introspective. C'est une des thèses de l'ouvrage le plus connu de Giandomenico Romagnosi, Che cos'e la mente sana?. Romagnosi polémique contre les nouvelles "philosophies transcendentales", c'est-à-dire, d'un côté contre le criticisme kantien, dont il voit bien les implications idéalistes; de l'autre contre l'idéologie subjective d'un Maine de Biran. On ne peut connaitre l'esprit par la pure observation intérieure; analyse doit être portée sur les signes extérieurs, sur la conduite individuelle et sociale, sur les témoignages de l'histoire, réalisant ainsi un passage ininterrompu de l'univers visible des nations à l'univers invisible de l'esprit (Romagnosi 1832:221-22). L'esprit humain, en effet, est une stratification d'expériences sémiotiques subjectives, et en même temps historiques; c'est - comme dit Romagnosi - un ensemble de "traditions accumulées, résumées, choisies et transmises" dans les signes (ibid. :225) .

Chi paga il costo della tutela della proprietà?

La tutela del diritto di proprietà ha un costo che non può essere fatto pagare indistintamente a tutta la società, ma deve essere pagato da chi ne trae il maggior beneficio. Questo è un principio generale molto semplice, che non può essere negato. Chi consuma deve pagare ciò che consuma. Questo vale per tutti coloro che pensano che la proprietà sia senza costi.


Assistons nous au retour des enclosures au travers des conflits sur la propriété intellectuelle?

Sur le fond, le problème de la propriété intellectuelle n'a pas beaucoup évolué depuis la controverse entre Diderot et Condorcet. Le premier insistait pour dire que les auteurs étaient les propriétaires de leur textes. Dans sa célèbre Lettre sur le commerce de librairie publiée en 1764, il défend l'idée d'un auteur vivant de ses propres œuvres et partageant le fruit de son travail entre lui et son éditeur. Face à la tentation royale d'accorder le privilège de publier les fables de La Fontaine aux descendants de l'auteur et non aux libraires, comme cela était le cas jusqu'a présent, Diderot défend en réalité une vision très moderne de la propriété intellectuelle. Il y affirme la suprématie du createur et de l'éditeur sur l'héritier. Il identifie l'écriture à une œuvre de création personnelle qui mérite d'être protégée. Condorcet défend une autre conception. Pour lui, les privilèges de la création littéraire ne sont rien au regard des principes de diffusion universelle du savoir. Propriété et universalité du savoir se trouvent clairement opposées. [Laïdi, 2003, p. 120]


Chi paga il costo del mantenimento dei diritti di proprietà? C'è un costo diretto, quello diciamo fiscale, e c'è un costo indiretto, quello di chi perde un diritto che magari prima aveva. Il ristoro di questi due costi alla comunità che ne subisce le conseguenze spetta, logica vuole, a chi usufruisce dei diritti di proprietà.

Ma, i diritti di proprietà non sono tutti della stessa natura e quindi non si può considerare tutti i diritti di proprietà allo stesso modo.

Dal costo dei diritti di proprietà andrebbero dedotti i vantaggi che, in determinate circostanze, la loro presenza determina; ad esempio incentivando il lavoro e l'innovazione.

Si pone allora il problema di come separare il diritto di proprietà che procura un vantaggio alla comunità da quello che rappresenta solo un costo o un'inefficienza. Evidentemente la tutela del primo non può essere della stessa natura del secondo. In pratica, diritto di proprietà che tutela Topolino deve avere per chi lo detiene un costo più alto di quello che tutela la proprietà di un albero di frutta.


Esistono ormai numerosi software in grado di simulare la scrittura.

La vicenda ha inizio nel 2005, quando un team di ricercatori del Massachusetts Institute of Technology realizzò un programma chiamato SCIgen, capace di combinare stringhe di testo generate casualmente per generare articoli di informatica. I ricercatori volevano dimostrare la facilità con cui si possono realizzare falsi studi scientifici, ma come ha scoperto il francese Cyril Labbé, dell’Università Joseph Fourier di Grenoble, SCIgen è stato utilizzato negli anni seguenti per realizzare autentiche frodi scientifiche.

Sono utilizzati per scrivere articoli su grandi quotidiani, sostituendo il lavoro dei giornalisti, ma anche fraudolentemente articoli scientifici publicati su riviste specializzate. Poiché sono difficilmente distinguibili dalla scrittura come prodotto umano immagino che le leggi sul copyright si estendano anche a questi testi prodotti dalle macchine. A rigore dovrebbero seguire le leggi sui brevetti, non quelle sul copyright, comunque suppongo ci sarà una rivendicazione di proprietà da parte di qualcuno. Il problema è: di quale tipo di proprietà si tratta in questi casi? Se si concede che sia logico tutelare questo tipo di proprietà allora si deve di conseguenza concedere che la tutela di questo tipo di proprietà sia soggetta ad un costo sotto forma di tassazione.


Effetti linguistici della molteplicita delle definizioni di un termine


La (lo studio della) storia crea risentimento


il cambiamento divenne un'impresa privata

Nel XIX secolo, con l'evoluzione del capitalismo, il progresso, inteso come cambiamento a vantaggio di tutti, diventa un'impresa privata a vantaggio di pochi. Come sia stato possibile questo mutamento di paradigma è la domanda alla quale occorrerebbe dare una risposta. È interessante notare come, parallelamente a questo mutamento di paradigma, l'idea di progresso sia stata svalorizzata nel discorso filosofico.

L'effetto di un cambiamento incessante è quello di indebolire il consolidamento. [..] Per afferrare appieno il problema del cambiamento ricordiamo che nei circoli politici e intellettuali, a cominciare dalla seconda metà del XVII secolo e soprattutto durante l'Illuminismo settecentesco, c'era la crescente convinzione che, per la prima volta nella storia, per gli esseri umani fosse possibile dare compiutamente forma al loro futuro. Grazie agli sviluppi della scienza e della tecnologia era possibile pensare al cambiamento come "progresso", un miglioramento di cui avrebbero beneficiato tutti i membri della società. Il termine progresso divenne sinonimo di un cambiamento costruttivo che avrebbe portato qualcosa di nuovo nel mondo, a vantaggio di tutti. I campioni del progresso sostenevano che se anche il cambiamento avesse condotto alla scomparsa o alla distruzione dei valori, dei costumi e degli interessi costituiti, la grande maggioranza di questi era comunque matura per la pensione, perché al servizio dei Pochi, mentre i Più venivano tenuti nell'ignoranza, nella povertà e nella malattia.

Un elemento importante di questa prima concezione moderna del progresso consiste nel fatto che il cambiamento fu soprattutto un fattore di autodeterminazione politica per chiunque potesse essere ritenuto responsabile delle proprie decisioni. Questa visione del cambiamento fu sostanzialmente travolta dal fenomeno della concentrazione del potere economico in atto nella seconda metà del XIX secolo. Il cambiamento divenne un'impresa privata inseparabile dallo sfruttamento e dall'opportunismo, e dunque un elemento fondamentale, se non l'elemento fondamentale, della dinamica del capitalismo. L'opportunismo prevedeva una ricerca incessante di ciò che potesse essere oggetto di sfruttamento; vale a dire, virtualmente, qualsiasi cosa: dalla religione alla politica fino al benessere degli uomini. Pochissimo, se non nulla, restava tabù, poiché a mano a mano il cambiamento diventava l'oggetto di strategie premeditate per massimizzare il profitto.

Hobbes, regole ed uguaglianza

Chi vuole giocare a tennis deve accettare le regole del tennis. Chi vuole vivere in una comunità politica deve accettare le regole di quella determinata comunità politica. Ma, dice Hobbes, esiste una regola prepolitica che stabilisce l'uguaglianza fra gli uomini. Ogni comunità politica che non includa fra le proprie regole l'uguaglianza dei propri membri può essere sostenuta solo dalla forza o dall'inganno, fatto salvo il caso, assai remoto ma possibile, dall'assenso libero. La possibilità di scegliere senza costrizione la comunità politica alla quale aderire e quindi le leggi alle quali sottostare è condizione preliminare per qualsiasi società libera. Al di fuori di questo ogni discorso sulla libertà politica è vuoto.

Ma la vera novità [della concezione hobbesiana] è rappresentata dal tentativo di comprendere la società politica come una forma di associazione governata da regole. Leggi e accordi operano nella società politica in modo analogo ai criteri che guidano le attivita dei matematici o dei partecipanti a un gioco:

«Legge civile» è per ogni suddito l'insieme delle norme che, oralmente, per iscritto, o con qualche altro segno sufficiente a manifestare la volonta, lo Stato gli ha ordinato di applicare per distinguere il diritto dal torto; vale a dire cio che è contrario alla norma da ciò che non lo è 71.

Se si sviluppano queste analogie, molte delle apparenti incongruenze della filosofia di Hobbes diventano intelligibili. Se le regole sono un elemento centrale della società, allora è comprensibile che Hobbes abbia dedicato ai problemi connessi alla chiarezza del linguaggio una trattazione approfondita. Inoltre ogni sistema di regole, che governi il comportamento degli operatori di borsa o dei giocatori di tennis, richiede un organismo preposto all'interpretazione delle regole, alla formulazione di nuovi regolamenti e alla punizione delle infrazioni. La posizione del sovrano hobbesiano, come autore delle regole e dispensatore ultimo di definizioni, è analoga a quella del «Board of the Stock Exchange» o alla «Lawn Tennis Association» degli Stati Uniti. Infine, la coerenza logica nell'ordinare nomi e significati, fortemente sottolineata nella filosofia di Hobbes, è ovviamente essenziale: una regola non può essere in contraddizione con un'altra. In un sistema di regole, la razionalità non ha nessuna delle caratteristiche trascendenti della «retta ragione», ma è invece equivalente alla coerenza o al principio di non contraddizione.

[lo scopo delle regole] era quello di rendere governabili uomini la cui bontà di comportamento era politicamente rilevante solo nel grado in cui si ripercuoteva sul fatto di attenersi alle regole. Come riconosce lo stesso Hobbes, un sistema di regole non ha alcun potere di rigenerazione. Un giocatore non osserva le regole nell'aspettativa che questo lo renderà un uomo migliore o addirittura un giocatore migliore. Il rispetto delle regole diventa quindi una specie di tautologia. Voler giocare a tennis, ad esempio, significa che desideriamo impegnarci in una forma di attività definita dalle regole del tennis. Ciò è simile alla partecipazione alla società hobbesiana, dato che in entrambi i casi ci si accorda per rispettare un sistema di regole. 73 Ma le regole non tendono a rendere gli uomini hobbesiani morali in un senso che non sia quello politico, cioè tautologico. Da questo punto di vista, la natura delle regole è sorprendentemente analoga alla concezione hobbesiana della verità come proprietà linguistica.

Se un insieme di regole rappresenta un sistema chiuso, il suo ambito non coincide con l'intera gamma delle possibili attività umane. Le regole del gioco delle carte valgono soltanto per coloro che accettano di partecipare al gioco; e quando non stanno giocando, non sono piu vincolati da esse. In modo analogo, le leggi e gli accordi della societa hobbesiana intendevano riferirsi soltanto a un certo numero di attivita, lasciando un ampio spazio alla discrezionalita individuale. «In tutti i generi di azioni trascurate dalle leggi gli uomini hanno la liberta di comportarsi nel modo che la loro ragione suggerirà come il più vantaggioso per loro stessi»" 75. E facile scorgere in questa frase l'anticipazione della teoria liberale della società formulata al- l'inizio del diciannovesimo secolo. Il rapporto tra Hobbes e i primi liberali emerge considerando il modo in cui egli tento di utilizzare l'idea di un sistema di regole per riconciliare due dei principali postulati del liberalismo, l'individuo motivato dall'interesse e l'idea di uguaglianza. Se «ogni uomo è naturalmente portato a cercare di promuovere il proprio interesse» e se, nello stesso tempo, «uomini che si considerano uguali non entreranno in un accordo volto a garantire la pace, tranne che in condizioni di parità», com'era possibile conciliare queste due esigenze apparentemente in conflitto?

La soluzione hobbesiana è tanto ingegnosa quanto foriera di conseguenze. Come abbiamo osservato in precedenza, quando ciascun individuo entra a far parte volontariamente di un sistema di regole, gli viene assicurata una fondamentale uguaglianza rispetto a ogni altro. Questa idea è riflessa nella seconda legge di natura di Hobbes, la quale prescrive che ciascuno dovrebbe accontentarsi «di avere tanta libertà nei confronti degli altri quanta se ne concede agli altri nei confronti di se stessi» 76. Ciò significa che un uomo non può possedere piu diritti di un altro e implica anche l'uguaglianza di trattamento in base al sistema di regole a cui tutti sono ugualmente soggetti.

Quibus

Chiunque ritenga che l'individuo produca le sue idee senza alcun intervento esterno è necessariamente materialista, poiché è costretto ad attribuire al corpo, e quindi alla materia, la produzione del pensiero. Viceversa chi ritiene le idee esistenti materialmente - in qualsiasi forma si voglia immaginarle - al di fuori del corpo si dice sia un idealista.

Ne segue che l'idealista ritiene che il pensiero non sia molteplice, ma necessariamente unico ed esterno ai corpi. Si deve quindi ipotizzare l'esistenza di corpi passivi ed un intervento esterno per permettere alle idee di individualizzarsi nei corpi. Il ché è contraddittorio perché renderebbe la materia un ente astratto.

Il materialista invece ritiene che il pensiero sia individuale e molteplice, legato alla contingenza del fatto materiale che lo ha prodotto ed alle sue leggi. Ma se le leggi che regolano la materia, per quanto varie e complesse possano essere, sono determinate ricadiamo in una concezione idealista del pensiero, poiché le leggi della materia sono esse stesse le leggi del pensiero che producono.


L'errore e quella qualità dell'essere che noi definiamo intelligenza sono strettamente correlati. Se sono in grado di commettere errori nella soluzione di un problema, allora e solo allora, posso essere definito intelligente.

Cosa significa questo?

Che l'errore e non la verità è il correlato necessario dell'intelligenza. Se sono in grado di risolvere tutti i problemi in maniera corretta, cioè vera, sarei Dio, ma non sarei intelligente.


Il problema è che la classe politica sé-dicente di sinistra è sostanzialmente composta da borghesi che non hanno più, se mai hanno avuto, gli stessi interessi della classe lavoratrice, che è oggi sostanzialmente composta da sottoproletari.

Considerazioni politiche

Venerdì 22 settembre 2017. Ho estratto alcuni stralci dall'intervista di Abraham Yehoshua publicata oggi sull'HuffPost. Yehoshua si riferisce alla condizione dei palestinesi nello Stato di Israele introducendo il concetto di Stato binazionale come alternativa alla proposta ormai equivoca di due popoli, due Stati.

Due o più governi su un unico territorio è anche l'idea della quale ho scritto più volte in queste pagine ed ho immaginato come condizione politica per il futuro dell'umanità. Israele, lo testimoniano le parole di Yehoshua, può diventare il laboratorio dove si sperimentano queste nuove possibilità politiche.

il fatto che tutti, da Netanyahu ad Abu Mazen, continuano a far riferimento a "due Stati", significa che c'è qualcosa che non va, che non funziona. Significa che 'due popoli, due Stati' è diventato un mantra che viene ripetuto per mettersi a posto la coscienza [..] Da democratico, penso che ogni cittadino debba essere uguale di fronte alla Legge e godere degli stessi diritti sociali e civili. E questo può avvenire solo in uno Stato binazionale". [..] oggi l'unica alternativa allo status quo è lo Stato binazionale". [..] Io credo che si possa guardare ad altre esperienze per modulare le forme di uno Stato binazionale: potrebbe essere una confederazione di cantoni, potrebbe essere una Repubblica presidenziale nella quale esistano due Camere: una che rappresentasse le istanze e le esigenze di ciascuna comunità nazionale e altra come rappresentanza di tutti i cittadini. [..] Il sistema a cui tendere non si definisce su basi demografiche, ma può reggersi su un sistema di Cantoni con una loro autonomia codificata. Ragioniamoci insieme, io dico. E guardiamo in faccia la realtà: la scusa dei due Stati ci sta portando verso l'apartheid".


Indubitabilmente la migliore forma di governo è la monarchia, a condizione che il re periodicamente venga messo a morte.


Aver mantenuto in vita le province ed anzi averle moltiplicate creando le citta metropolitane è vergognoso, è osceno. O aboliamo sul serio le province o aboliamo le regioni.


La Spagna si sta giocando la Catalogna. Si deve ritenere sempre legittimo l'esercizio del diritto alla secessione anche quando non espresso nella costituzione. Il diritto alla secessione è precostituzionale, è un diritto fondamentale dell'uomo, è il diritto di scegliere da chi essere governato. Una costituzione scritta che voglia dirsi democratica può solo regolamentare il diritto di secessione, non può negarlo. Ma nei fatti la secessione è sempre un atto di forza.


Sorge un dubbio e si pone una domanda. L'Istat ha conteggiato correttamente nel calcolo dell'inflazione l'aumento delle tariffe telefoniche dovuto al passaggio alla fatturazione a 28 giorni. E se si, come? Dove si vede (o non si vede) questo aumento dell'inflazione?


Non volevo citare, poi non ho resistito perché l'osservazione di Vincenzo Latronico è pertinente, ma non riguarda solo il M5S, riguarda tutti i partiti. Orwell forse si riferiva ai comunisti, ma se conoscete qualche simpatizzante della Lega avrete la stessa sensazione.

il tratto ideologico dominante del M5S sembrerebbe proprio questa capacità altissima di tollerare la dissonanza – di vedere ciò che ci piace o ci rispecchia, ignorando o svalutando tutto ciò che sembra contraddirlo. George Orwell lo chiamava bispensiero.

C'è un altro aspetto, speculare, della questione, che riguarda tutti coloro che hanno avuto delle aspettative e si sono sentiti traditi. Traditi da questo o quel partito e alla fine traditi dall'idea stessa di democrazia.


C'è una deriva fascista della democrazia. Ma, non ci si difende dal fascismo con il fascismo.


UBI causa inflazione?

Distribuire denaro dall'elicottero come hanno fatto in questi anni la Fed e la Bce causa inflazione? Stando ai dati statistici sembrerebbe di no. Alcuni invece temono che UBI potrebbe essere causa di inflazione. Questa è una delle critiche più comuni alla proposta di distribuire un reddito universale di base. Ma ecco un esperimento in corpore vili per dirimere la questione.

Nel 2003 il Messico ha lanciato un programma di assistenza alimentare noto come Programa de Apoyo Alimentario destinato a villaggi rurali particolarmente poveri. Al programma è stato associato un esperimento randomizzato destinato a stabilire se vi fossero differenze negli effetti inflattivi della distribuzione di prodotti alimentari o di denaro.

L'ultimo paper relativo all'esperimento rilasciato nel luglio 2017 ha confermato che l'effetto inflattivo della distribuzione di aiuti in denaro è minimo (+0,2%), mentre è più consistente l'effetto depressivo sui prezzi della distribuzione diretta di generi alimentari (-4%).

Si potrebbero fare molte altre considerazioni sull'opportunità o meno di distribuire aiuti in denaro o in prodotti alimentari, ma mi fermo qui.

La pena di morte è davvero inutile?

Premesso che il problema della pena capitale può essere considerato, hic et nunc, solo in astratto poichè in Europa il tema non ha oggi alcuna attualità a causa della perdita di legittimità degli Stati nazionali è sbagliato chiedersi: deve esserci o no la pena di morte?.

A questa domanda si può rispondere

Così chiedendosi si ignora in toto il fatto che c'è una pena di morte che esiste ed esisterà sempre: è quella inflitta dagli assassini alle loro vittime.

La questione pertanto non può esser posta, in forma corretta, se non chiedendosi: poiché la pena di morte inflitta dai delinquenti esiste, come si può pensare che la pena di morte inflitta dallo Stato (adempiute alcune condizioni essenziali: una società più giusta, che da un lato riduca drasticamente l'emarginazione e la miseria e dall'altro aumenti l'efficacia nella ricerca degli autori dei crimini) non avrà effetti positivi sul crimine?

Ovvero in altri termini

se la deterrenza è provata, ogni manifestazione di tolleranza verso i carnefici privati è una manifestazione di ostilità publica verso le future vittime

Questa è, riassunta brevemente, l'argomentazione posta da Andrea Chiti-Batelli a giustificazione della legittimità della pena di morte.

Se gli Europei respingono con orrore la pena di morte, e ne fanno addirittura il metro per ammettere uno Stato nell'Unione Europea, ciò è dovuto [..] a un'evoluzione - o piuttosto involuzione - dei rapporti di forza, e quindi della «legittinità» dello Stato, involuzione conseguente a due guerre mondiali

È l'uso politico della pena di morte in Europa a rendere impossibile la sua applicazione. È la diffidenza verso lo Stato che non consente di usare uno strumento come la pena capitale

La concezione economica della pena

Gli esponenti della teoria economica della giustizia non adducono alcuna giustificazione della pena di morte, tranne la deterrenza.

Mishan Se la pena di morte è giusta o no resta una questione aperta. La conclusione dell'analisi economica è che il crimine rende e può essere controllato riducendo i vantaggi ed accrescendone i costi. Ma mentre i risultati empirici sembrano confermare la tesi che la pena capitale sia inefficace, essi non possono decidere se è cosa buona o cattiva.

Secondo la teoria economica esiste sempre un rapporto costi benefici nella motivazione di qualsiasi azione e quindi anche dell'atto criminale.

[nella teoria economica] le pene sono considerate "segnali", allo stesso modo dei prezzi. Nell'economia "legale" a prezzi più elevati corrisponde una domanda ridotta. Qualcosa di simile avviene anche nel campo illegale: maggiori pene riducono i profitti conseguenti agli atti criminosi: con l'aumento dei costi (pene aggravate) i delinquenti potenziali vengono dissuasi dalle loro attività.
Certo è possibile che il futuro delinquente, o per cattiva informazione o per errore, sottovaluti il rischio, o che, in casi estremi, lo dimentichi o non ne tenga conto.

Si potrebbe quindi affermare che: se la pena capitale viene usata a scopo dissuasivo, viene usata a favore dei vivi. Cioè, i vivi usano i morti a proprio favore, siano essi vittime o assassini giustiziati. L'essere umano, in questo caso, verrebbe usato in modo strumentale. Ciò non ha molto senso.

L'errore di quasi tutti coloro che si occupano del problema, e in particolare dei fautori della pena di morte, consiste nel credere, più o meno implicitamente, che l'effetto deterrente - grande, piccolo o nullo che esso debba considerarsi - sia, per dir così fisso, abbia cioè una intensità unica, che non possa variare, per la presenza o meno di fattori diversi.
Tra questi, oltre al carattere pubblico dell'esecuzione, vanno messe a mio avviso in primo piano le forme di tale esecuzione e la maggiore o minore penosità di esse. È probabile che quanto più lenta e penosa è la morte del reo - specie se mostrata in televisione - tanto maggiore sia l'effetto deterrente (e tanto minore in caso contrario: l'iniezione letale, praticamente indolore, è con ogni probabilità la meno deterrente).

Per fare un esempio, che scelgo di proposito fra i più raccapriccianti: vi è stata, in Italia, nell'immediato dopoguerra, una saponificatrice - si chiamava Cianciulli - che faceva, col grasso delle sue vittime, del sapone. L'esecuzione capitale più efficace, in questo caso, e cioè immergere la condannata nell'acqua bollente fino al collo, consentendole di respirare in modo da prolungare l'agonia e con essa le sofferenze, non sarebbe il tipo di esecuzione più efficace?

Speculando ai limiti È ancora da chiedersi se sui futuri criminali possa aver un particolare effetto un'applicazione della pena di morte fondata, per quanto possibile, sul principio del taglione o, come direbbe Dante, sul contrappasso: uccidere il reo nello stesso modo in cui egli ha ucciso.

Sulla pubblicità della pena di morte

Ciò che io propongo - e che mi farà considerare un pazzoide o un sadico, o entrambe le cose - è la pubblicità delle esecuzioni capitali [..] in altri termini, se si può sostenere che la pena di morte ha effetto deterrente, questo è dovuto non tanto al fatto che l'opinione publica prende coscienza dell'avvenuta esecuzione, ma al fatto che essa possa esser vista da ognuno.

Si può ragionevolmente ammettere che un adeguato effetto deterrente vi sia solo ove l'esecuzione capitale non sia un'esperienza astratta, ma una vista e un'impressione diretta. Per questo in passato, non senza qualche fondamento le esecuzioni erano pubbliche.

Da qui la propensione del Chiti-Batelli per l'uso dei moderni media, ed in particolare della televisione, per veicolare la publicità dell'esecuzione.

E i mezzi di comunicazione di massa consentirebbero altresì di prevenire l'obiezione di molti, secondo cui l'assistere alle esecuzioni, o il vederle «in diretta», produrrebbe sui più uno choc troppo devastante e avrebbe pertanto un effetto controproducente, imbarbarirebbe i costumi, inciterebbe al crimine, o nella migliore delle ipotesi, sarebbe per i più solo oggetto di un sadico divertimento.

La televisione accrescerà la deterrenza, e consentirà di mostrare esecuzioni capitali quante volte si vuole: questo, se provato, è l'essenziale.

Resta allo stato, il margine di dubbio circa l'effettiva esistenza e portata della deterrenza, e il suo effetto supplementare rispetto alle altre pene. E questo renderebbe indispensabile, per chi seguisse il mio ordine d'idee, il ricorso alla prova dell'esperienza prima di pronunziar un giudizio definitivo.

La mia contro obiezione, a chi obietta, contro la pena di morte, che il principio etico dovrebbe imporre di considerare l'uomo sempre come fine e mai come mezzo è che, risparmiando l'assassino, di necessità di considera mezzo e non fine la futura vittima - donde l'indispensabilità di una scelta.

Pena di morte ed ergastolo

Uno degli argomenti, anche se non tra i più importanti, in favore della pena di morte è relativo al carattere deterrente variabile rispetto all'età del condannato, delle altre pene, alternative rispetto a questa, e restrittive della libertà personale. L'ergastolo o una condanna a trent'anni, è pena pur sempre terribile per un ventenne o trentenne. Lo è enormemente meno per un settantenne o ottantenne. Vi sarà dunque ingiustizia oggettiva in condanne ad egual pena per rei dello stesso crimine, ma di età diversa, ed effetto deterrente ugualmente molto differente per i possibili delinquenti futuri, in ragione della loro età.
Si può obiettare che una tale sperequazione sussiste anche per la pena di morte: ma in questo caso l'effetto deterrente sui terzi non varierà molto, e resterà sostanzialmente stabile, indipendentemente dall'età.

Divagazioni sull'istruzione publica

L'obiettivo nascosto di Bourdieu è il concetto di uguaglianza di opportunità. Bourdieu vuole dimostrare che l'istituzione scolastica non è il luogo dell'uguaglianza di opportunità. Non è lo strumento attraverso il quale il merito viene dimostrato (una volta per tutte) ma è solo un mezzo per mantenere la distinzione di classe abolita dalla Rivoluzione dell'89.

Per la società è dannoso che una persona poco dotata, ma sostenuta dall'eredità culturale, prenda il posto di una persona più dotata, ma non sostenuta dall'eredità culturare.

Les éritiers fornisce la base empirica su cui si reggono le successive analisi di Bourdieu sull'istituzione scolastica.

l'influenza dei fattori sociali della differenziazione [..] si esercita nell'ambiente studentesco, ma non nelle forme di un determinismo meccanico. Ad esempio, non bisogna credere che il patrimonio culturale favorisca automaticamente e nelle stesse forme tutti coloro che lo ricevono. [..] D'altra parte, l'eredità culturale, se utilizzata razionalmente, favorisce il successo scolastico [e inoltre] l'appartenenza ad un ambiente colto e informato sulle gerarchie intellettuali o scientifiche permette di relativizzare l'influenza della scuola, che al contrario su altri pesa con un'autorità e un prestigio eccessivi.

Il discorso di Bourdieu, basato su presupposti rigidamente sociologici, prende in considerazione esclusivamente le diversità culturali esistenti fra i diversi ambienti sociali, evidenziando l'affinità dell'istruzione scolastica con la cultura delle élites. Naturalmente esiste anche un'altra possibilità, che non ci deve spaventare, quella che realmente le classi sociali più povere e disagiate siano anche geneticamente e non solo culturalmente meno dotate intellettualmente.

I difensori dell'esame possono legittimamente argomentare che esso, a differenza di un sistema basato sui privilegi di nascita, dà a tutti uguali possibilità. Ciò significa dimenticare che l'uguaglianza formale assicurata dall'esame non fa che trasformare il privilegio in merito, in quanto permette che l'influenza dell'origine sociale continui ad esercitarsi, ma attraverso canali più nascosti.

Il sistema educativo deve [..] produrre soggetti selezionati e gerarchizzati una volta per tutte, e per tutta la vita.

Volere, all'interno di questa logica, tener conto dei privilegi e delle situazioni di inferiorità di origine sociale e pretendere di gerarchizzare gli individui secondo il loro merito reale, cioè secondo gli ostacoli sormontati, significherebbe condannarsi [..] o alla competizione organizzata per categorie (come nella boxe) oppure, come per la stima dei meriti nell'etica kantiana, alla valutazione delle differenze algebriche fra il punto di partenza [..] e il punto di arrivo [..]

Le classi privilegiate trovano nell'ideologia che si potrebbe definire carismatica (in quanto valorizza la grazia o la dote) la legittimazione dei loro privilegi culturali che vengono così trasfigurati da eredità sociale in dote individuale o in merito personale.

Un sistema sociale in cui la valutazione scolatica delle capacità individuali attraverso il diploma e la certificazione dello Stato si trasforma in merito socialmente riconosciuto è molto discutibile, per la sua somiglianza con la pedissequa riproduzione di un sistema sociale feudale fondato sulle differenze di casta.

Dopotutto anche il feudalesimo nasce come meritocrazia dei migliori e dei più fedeli.

In che modo selezionare i più capaci (i migliori) se non attraverso il sistema scolastico. Quale significato hanno i titoli di studio se non essere l'ipostasi delle capacità.

Il ruolo delle scuole di istruzione superiore è la 'distinzione'. La distinzione non è il denaro, è qualcosa di più e di diverso.

Sarebbe però ingenuo pensare che basti la gratuità [della scuola] a risolvere tutti i problemi. Ben più sottili meccanismi di selezione sociale e culturale, del tipo di quelli analizzati nel 1964 da Pierre Bourdieu e Jean-Claude Passeron in Les Héritiers sostituiscono spesso la selezione finanziaria. In pratica, il sistema francese delle grandes écoles finisce per riservare una quota di spesa publica superiore a studenti che appartengono ai ceti privilegiati, e una quota inferiore agli studenti universitari, che appartengono in genere a ceti più modesti. [..] il contrasto tra i discorsi ufficiali sulla meritocrazia republicana e la realtà (il denaro publico che amplifica il margine di disuguaglianza determinato dalle origini sociali) è particolarmente acuto.

Nel 1872 Émile Boutmy ha creato Science-Po conferendogli una chiara missione:

Contraintes de subir le droit du plus nombreux, les classes qui se nomment elles-mêmes les classes élevées ne peuvent conserver leur hégémonie politique qu’en invoquant le droit du plus capable. Il faut que, derrière l’enceinte croulante de leurs prérogatives et de la tradition, le flot de la démocratie se heurte à un second rempart fait de mérites éclatants et utiles, de supériorités dont le prestige s’impose, de capacités dont on ne puisse pas se priver sans folie.

Costrette a subire il diritto dei più numerosi, le classi che si definiscono da sé classi elevate non possono mantenere la loro egemonia politica se non invocando il diritto del più capace. È necessario che, dietro il bastione cadente delle loro prerogative e della tradizione, il flusso della democrazia si scontri con un secondo bastione, fatto di meriti riconosciuti e necessari, la cui superiorità si impone sul prestigio, di capacità di cui non ci si può privare a meno che non si sia folli

Il commento di Piketty

Proviamo a prendere sul serio questa dichiarazione incredibile: significa che le classi elevate, per un istinto di sopravvivenza, smettono di essere inattive e inventano la meritocrazia, senza la quale il suffragio universale rischia di spossessarle. Proviamo anche a metterla in relazione con il contesto storico del tempo: la Comune di Parigi è appena stata repressa, ed è stato ripristinato il suffragio universale maschile. La rivendicazione di Boutmy ha comunque il merito di fare appello a una verità di fondo: dar senso alle disuguaglianze e legittimare la posizione dei vincitori è una questione d'importanza vitale, che a volte gustifica ogni tipo di approssimazione.

In Francia, nell'istruzione primaria e secondaria, si ritrova la stessa redistribuzione al contrario: gli studenti delle scuole e dei licei più sfavoriti hanno diritto a insegnanti meno esperti e meno preparati, dunque a una spesa publica media più bassa per giovane rispetto agli studenti delle scuole e dei licei più favoriti.

Alle volte trovare qualcuno che abbia pensato le tue idee ti fa sentire meno solo.

Potrebbero esservi motivi per ripensare l'intera struttura dell'istruzione universitaria negli Stati Uniti, un sistema progettato quando gli studenti di solito lasciavano l'università per una carriera che sarebbe durata tutta la vita presso un unico datore di lavoro. Abbiamo bisogno di diplomi di laurea più modulari e di un'istruzione universitaria alla quale si possa accedere per tutta la vita, in modo che gli studenti possano scegliere e ricevere quel che desiderano quando ne hanno bisogno.


Si può supporre che una buona parte di coloro che si ergono a difensori dei ricchi si ritengano in qualche modo privilegiati dall'infanzia.


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MP