I limiti della tolleranza






159 - Se si vuole vivere nel mondo e fra gli uomini è doveroso e necessario che, essendo l'individualità un prodotto della natura, non si respinga incondizionatamente nessuna individualità, nemmeno la più miserevole e ridicola, ma la si accolga piuttosto come qualcosa di semplicemente dato, che dev'essere cosi com'è in base a un principio eterno e metafisico.** Altrimenti si commette ingiustizia e si autorizzano gli altri a lottare per la propria sopravvivenza. Un uomo non può in nessun modo modificare la sua reale individualità, il suo carattere morale, la sua energia conoscitiva, il suo temperamento, la sua fisionomia; se condannassimo senza appello questa sua individualità, non gli lasceremmo altra scelta che combatterci come nemico mortale, dato che vogliamo concedergli il diritto all'esistenza soltanto a condizione che egli sia diverso da com'è. E per questo che, per poter esistere, dobbiamo a nostra volta lasciar esistere ognuno con l'individualità che gli è data, quale che essa sia, e possiamo soltanto mirare a utilizzarla nei limiti consentiti dal suo modo di essere; oppure possiamo evitarla, senza però sperare in un suo cambiamento né condannarla per com'è. Questo è il senso del detto: «Vivi e lascia vivere ».

** Anche gente così strana ci dev'essere J.W. Goethe, Faust

Arthur Schopenhauer, Scritti postumi, volume III, a cura di Giovanni Gurisatti, Adelphi, Milano, 2004, In-folio II (1826)

Siamo obbligati alla tolleranza, sembra dire Schopenhauer. Poichè, dove la tolleranza viene meno sorge, inevitabilmente, il bisogno di riconoscimento della propria e dell'altrui individualità, con quel che segue.

I maître à penser del secolo appena trascorso hanno rivalutato l'intolleranza. Con la giustificazione dell'intolleranza verso gli intolleranti sembra che stia venendo meno anche la comprensione della motivazione ultima della tolleranza.

Larvatus prodeo

Larvatus prodeo, je m'avance masqué: la formule est constamment citée, mais a été interprétée en sens trés différents. Quelle que soit l'interprétation qu'on lui donne, la proposition se réfère à la métaphore di théâtre du monde, qui est déjà importante chez Montaigne et Charron. Tous deux citent à ce propos una phrase de Pétrone: Mundus universus exercet histrioniam, le monde entier joue la comédie. Tant Montaigne que Charron insistent sur la particularité du sage dans ce théâtre: il est celui qui ne s'identifie pas à son rôle ou son masque, mais en prend intérieurement ses distances. Il faut jouer dûment notre rôle, mais comme rôle d'un personnage emprunté. Du masque et de l'apparence, il ne faut pas faire une essence réelle, ni de l'étranger le propre, écrit Montaigne. Et Charron, particulièrement intéressant puisque Descartes a reçu un exemplaire de De la Sagesse à la fin de 1619 à Neuburg, confirme: Le dire général, universus mundus exercet histrioniam, se doit proprement et vraiment entendre du sage, qui est autre au dedans qu'il ne montre au dehors. La formule cartésienne se lit en premier lieu dans le droit fil de semblables conseil

Il ne faut pas jouger d'un sage par les choses qu'il dit, attendu qu'alors il ne parle que par emprunt, c'est-à-dire par le voix commune.

MP

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