Timeline

Non si riflette abbastanza sull'importanza dell'evoluzione psicologica personale e delle condizioni sociali dell'individuo nella formulazione delle teorie scientifiche in ambito psicologico, sociologico, politico, economico, etc. La biografia psico-sociale, cioè l'ideologia personale, si riflette sulla nostra visione del mondo e sulle nostre concezioni scientifiche.

Cosmopolitismi

Inizio con qualche considerazione generale. Un modo come un altro per tourner en ronde [cincischiare].

La seconda modernità, quella nella quale viviamo, è caratterizzata da conflitti che derivano dallo scontro, reso inevitabile dalla caduta delle barriere geografiche, tra visioni del mondo incommensurabili. Il cosmopolitismo universalista, che sogna una «comunità mondiale della specie umana», come la immaginavano Immanuel Kant, Karl Popper e molti altri è esposto all'accusa di imperialismo ed è anche paradossalmente l'ultimo travestimento dell'utopismo chiliastico. Come alternativa Ulrich Beck propone una qualche forma di tolleranza costituzionale:

Gli stati cosmopoliti possono teoricamente essere fondati sul principio dell'indifferenza nazionale dello stato. È un concetto che evoca il modo in cui, nel Seicento, la pace di Vestfalia pose fine alla guerra civile di religione, chiamata guerra dei Trent'anni, mediante la separazione della chiesa dallo stato. In modo simile, la separazione tra stato e nazione può essere la soluzione ad alcuni problemi e conflitti globali del XXI secolo. Ad esempio, proprio come lo stato laico ha infine reso possibile la coesistenza pacifica di più religioni, così lo stato cosmopolita potrebbe creare le condizioni affinché più identità nazionali e religiose possano coesistere in virtù del principio della tolleranza costituzionale. [ ⚛ pp. 264-265]

Tolleranza e costituzione sono termini apparentemente incompatibili. Il collettivo non tollera differenze. La tolleranza, come dice Popper, è una questione individuale. Posso essere tollerante, ma solo con chi è tollerante con me e posso anche scegliere di non esserlo se le differenze dell'altro individuo non mi piacciono.

Come - fortunatamente - molti altri, io sono un appassionato sostenitore della libertà e della tolleranza, e più specificamente della libertà individuale e della tolleranza delle differenze individuali. [Popper, 2009, p. 387]

Come ci si dovrà comportare con un partito che ha come programma il cambiamento della costituzione?

Alla domanda se un simile partito abbia il diritto di pretendere di essere tollerato, le teorie della democrazia e della tolleranza forniscono, ritengo, una risposta chiara. La risposta è: no. Non dobbiamo tollerare neppure la minaccia d'intolleranza; e non dobbiamo tollerarla se la minaccia si fa seria [Popper, 2009, p. 435]

Ovvero, la tolleranza ha un limite nell'intolleranza.

la tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi. In questa formulazione, io non implico, per esempio, che si debbano sempre sopprimere le manifestazioni delle filosofie intolleranti; finché possiamo contrastarle con argomentazioni razionali e farle tenere sotto controllo dall’opinione pubblica, la soppressione sarebbe certamente la meno saggia delle decisioni. Ma dobbiamo proclamare il diritto di sopprimerle, se necessario, anche con la forza; perché può facilmente avvenire che esse non siano disposte a incontrarci a livello dell’argomentazione razionale, ma pretendano ripudiare ogni argomentazione; esse possono vietare ai loro seguaci di prestare ascolto all’argomentazione razionale, perché considerata ingannevole, e invitarli a rispondere agli argomenti con l’uso della violenza. Dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti.

Tutti i ragionamenti di Popper sembrano essere svolti in funzione della giustificazione dell'intolleranza verso gli intolleranti.

Ma a parte l’intolleranza, vi sono ancora altre follie che noi non dovremmo tollerare; soprattutto quella follia che fa sí che gli intellettuali seguano le ultime mode; quella follia che ha spinto molti scrittori a adottare uno stile oscuro e che vuole impressionare, quello stile criptico che Goethe ha criticato in modo cosí radicale nel Faust (per esempio la tavola della moltiplicazione delle streghe). Questo stile, lo stile delle parole grandi e oscure, delle parole pompose ed incomprensibili, questo modo di scrivere non dovrebbe affatto essere ammirato e neppure tollerato dagli intellettuali. Esso rende possibile quella filosofia che è stata descritta come relativismo; una filosofia che porta alla tesi che tutte le tesi sono intellettualmente piú o meno difendibili. Tutto è accettabile! Cosí il relativismo porta all’anarchia, alla mancanza di leggi, e al dominio della violenza. [Popper, 1989]

La tolleranza postula invece l'idea che l'altro possa avere ragione. Se non siamo disposti ad ammettere che l'altro potrebbe avere ragione viene meno ogni possibile tolleranza delle idee altrui. Ma viene meno anche ogni possibilità di comprendere l'altro che non sia uguale a noi. Insomma non mi pare che in Popper vi sia un reale interesse verso la diversità che genera la tolleranza.

Etica del decentramento

La noetica d'Ibn Rushd in quanto psicologia di un soggetto decentrato non può che condurre ad un'etica del decentramento.

Le monopsychisme averroïste est incompatible avec l'éthique averroïste de la contemplation. Le paradoxe de l'«averroïsme éthique» c'est que pour être éthique il lui faut cesser d'être averroïste - paradoxe que l'on peut formuler ainsi: c'est dans l'aristotélisme albertiste que la revendication averroïste où culmine la philosophie péripatéticienne trouve sa «vérité» et son manifeste, non dans la noétique d'Ibn Rushd. C'est par la version albertiste de l'averroïsme que la psychologie, science du vivant animé, communique avec la théologie: en tant qu'elle est, dans sa partie suprême, science de l'homme, et plus précisément, selon les termes mêmes d'Aristote, «science de la partie fondamentale et la meilleure de de l'homme».

Questioni di imputabilità

Quando si valuta il comportamento di una persona colpevole di un reato occorre distinguere se l'azione è stata commessa per ottenere un guadagno economico, o no.

Nel primo caso non ci sono dubbi sulla volontarietà dell'azione. Un reato che comporta un interesse economico è sempre volontario dal punto di vista psicologico, anche se possono esserci dubbi sulla sua volontarietà dal punto di vista sociale. Il povero che ruba un pezzo di formaggio al supermercato non è del tutto libero, ma è condizionato dalla sua situazione sociale.

Nel caso, invece, dell'azione criminale che non ha una motivazione economica neppure remota, cioè non determina in alcun caso un guadagno per la persona che la commette, si deve supporre, sempre, l'esistenza di un'alterazione della facoltà di giudizio.

Nell'ordinamento giuridico l'imputabilità, fondata sulla volontarietà dell'atto, è, o dovrebbe essere, determinata dal tipo di motivazione psicologica che determina l'azione. Ma, su questo argomento, sia nella giurisprudenza, che nell'applicazione della legge, regna molta confusione. Il caso di Adam Kabobo ne è un esempio.

Mada «Adam» Kabobo

Si chiama Mada Kabobo ma dice di chiamarsi Adam. E così vuole essere chiamato. Adam, ovvero Mada al contrario. Mada Kobobo arriva in Italia nell’estate del 2011. Si presenta al centro accoglienza richiedenti asilo politico di Bari. La sua domanda viene respinta e lui fa ricorso, per questo non può essere espulso. I problemi cominciano subito: il primo agosto 2011 si distingue nella rivolta nel Cara di Bari. Viene arrestato per danneggiamento, furto, resistenza. Rimesso in libertà un mese dopo. I carabinieri di Foggia lo pizzicano per una rapina e lo rispediscono in carcere. Dove il 19 gennaio 2012 va in escandescenze durante una protesta e spacca una tv, rimediando un’altra denuncia per danneggiamento.

L’11 maggio 2013 Adam Kabobo si aggira all’alba in via Monte Grivola a Milano, armato di una spranga recuperata in un parcheggio, in evidente stato di alterazione si scaglia senza motivo contro un 24enne che tornava dal turno nel supermercato. Il ragazzo va a farsi medicare al pronto soccorso di Niguarda. Dopo una ventina di minuti incrocia un passante in via Passerini, un operaio 50 enne, e lo colpisce alla testa. Nessuno chiama i carabinieri. A quel punto Kabobo raccoglie un piccone in un vicino cantiere e alle 6.30 del mattino incrocia un pensionato di 64 anni. Lo colpisce alla testa e all’addome in via Adriatico, le ferite sono mortali. In piazza Belloveso vede un uomo seduto davanti al bar e lo colpisce più volte alla testa, uccidendolo. In via Monte Rotondo aggredisce alle spalle un ragazzo mentre scarica giornali davanti all'edicola. Il ragazzo muore per le numerose ferite alla testa.

I periti d'ufficio, lo psichiatra Ambrogio Pennati e la criminologa Isabella Merzagora, nella perizia, disposta con la formula dell’incidente probatorio, scrivono che Kabobo «è capace di coscientemente partecipare al procedimento» e potrà essere processato per il triplice omicidio. Secondo i periti, al momento del fatto aveva una capacità di intendere «grandemente scemata, ma non totalmente assente», e la capacità di volere era «sufficientemente conservata». In lui è stata rilevata "una determinazione a uccidere che alberga nel sentimento di rancore che lo assediava e non nel soggiacere alle voci" "Se come sostiene la difesa si fosse trattato di finalità patologica perseguita da Kabobo, se costui avesse agito privo di volontà, sostenuto soltanto da impulsi nati, sviluppati e determinati in via esclusiva dalla patologia che s’era impadronita completamente di lui", si legge, "le sue azioni e il suo comportamento non sarebbero risultati in contatto con la mutevole realtà degli eventi che egli ha vissuto nelle due ore che ha impiegato per completare il suo percorso di sangue. Anche le esecuzioni degli omicidi avrebbero assunto modalità diverse; egli avrebbe fatto scempio delle vittime e non avrebbe compiuto le condotte predatorie"

La Corte d’Assise d’Appello di Milano condanna Mada Kabobo a 20 anni di carcere e tre anni di casa di cura, riconoscendo il vizio parziale di mente.

Le condizioni di salute mentale di Adam Kabobo sono incompatibili con il carcere. Lo ha accertato una perizia disposta dal tribunale del Riesame di Milano, che dovrà pronunciarsi sull’opportunità di scarcerare Kabobo, detenuto a San Vittore e trasferirlo in una struttura ospedaliera per detenuti affetti da problemi mentali.

Il ritorno dell'Amok

Nel racconto Wells Through a Window (Dalla Finestra) di Herbert George, pubblicato sul quotidiano Black and White il 25 agosto 1894 e riproposto nella raccolta di racconti Il bacillo rubato e altri casi del 1895 , lo scrittore narra la follia omicida di un malese, descrivendo prima l'appartarsi del uomo e il suo cattivo umore, ed in seguito la sfrenata caccia all'uomo dovuta da alcuni omicidi commessi con un Kriss da parte del malese, fino alla morte di quest'ultimo.

Nel racconto omonimo del 1922, lo scrittore austriaco Stefan Zweig lo definisce così: Amok è una parola malese che indica una follia rabbiosa, una specie di idrofobia umana... un accesso di monomania omicida, insensata, non paragonabile a nessun'altra intossicazione alcolica.

Se vuole la potenza, è l'onnipotenza che si apre a lui, ma l'onnipotenza dell'istante è l'amok, il colmo dell'impotenza.

Le cause della furia omicida, secondo gli esperti della polizia, alla fine sono insite nell'insondabile personalità dell'autore del delitto. Gli esperti di fenomeni socioculturali invece tendono ad attribuire la colpa a fattori esterni. Stress lavorativo e insuccesso, consumo eccessivo di film violenti, libero accesso alle armi, disoccupazione, dissapori privati, tutto ciò indurrebbe un uomo a trasformarsi in un assassino. Nostri contemporanei più compassionevoli ipotizzano come causa la furia cieca, il desiderio di rivalsa per un torto subito o magari profondi disturbi compulsivi, depressioni, psicosi. Evidentemente la cultura occidentale è riuscita a interpretare la furia omicida solo come malattia o come momento di pazzia causato da circostanze avverse. [..] Le obiezioni sono evidenti. I casi di furia omicida sono così rari, che risulta impossibile spiegarli in base a fattori tanto comuni in una società.

Il DSM-4 inserisce l'amok fra le sindromi culturalmente determinate e ne dà questa definizione.

Amok Un episodio dissociativo, caratterizzato da un periodo di incubazione seguito da una esplosione di comportamento violento, aggressivo, o anche omicida, diretto verso persone e oggetti. Gli episodi tendono a essere precipitati dall'impressione di ricevere offese o insulti, e sembrano frequenti solo tra i maschi. Gli episodi sono spesso accompagnati da idee persecutorie, automatismi, amnesie, esaurimento, e si ha ritorno alla condizione premorbosa dopo l'episodio. In certi casi l'amok può manifestarsi nel corso di un episodio psicotico breve, oppure rappresentare l'esacerbazione di un processo psicotico cronico. I resoconti originali che utilizzavano questo termine provenivano dalla Malesia. Un quadro comportamentale simile venne ritrovato in Laos, nelle Filippine, in Polinesia (cafard o cathard), nel Papua Nuova Guinea, a Portorico (mal de pelea), e tra i Navajo (iich'aa).

Il DSM-5 non comprende più questa entità nosologica. Ma, se vedo qualcuno correre in strada con un coltello in mano so che si tratta di Amok.

Ibn Tufayl (Abubacer)























L'Europa è una pattumiera retorica

22.09L'Europa è una pattumiera retorica che alcuni politici usano per ottenere consenso. Ho colto queste parole ascoltando di sfuggita un convegno di +Europa su Radio radicale. Forse l'oratore alludeva ad Emma Bonino...

Ancora sulla progressività dell'imposta

21.09A fini fiscali, concettualmente, si devono considerare tre diverse tipologie di progressività: a) continua o matematica, b) per classi e scaglioni, c) per deduzioni e detrazioni.

Progressività continua o matematica

Progressività continua: l'aliquota segue una funzione matematica, sulla base della quale vengono costruite delle tabelle che consentono di calcolare l'imposta.

In Italia questo sistema è stato adottato per il calcolo dell'imposta complementare progressiva sul reddito istituita con il R.D. 30 dicembre 1923, n. 3062. L'articolo 17 della Legge 11 gennaio 1951, n. 25, Norme sulla perequazione tributaria e sul rilevamento fiscale straordinario (Pubblicata nel supplemento ordinario alla Gazz. Uff. 31 gennaio 1951, n. 25), che ne rappresenta la più completa formulazione, fornisce la seguente formula per il calcolo dell'aliquota.

y = 0,023025 √x - 0,0000472 x + 0,00874

Dove: y è l'aliquota e x il reddito espresso in milioni di lire.

Successivamente il Decreto del Presidente della Repubblica 8 febbraio 1951 n. 51, Aliquote dell'imposta complementare progressiva sul reddito complessivo (GU n.40 del 17-2-1951 - Suppl. Ordinario) porta in allegato la tabella costruita per mezzo della formula. Nella tabella l'aliquota sale con progressività quasi continua (i redditi sono arrotondati) dal 2% per un reddito di 240.000 lire sino al 50% per un reddito di 500 milioni.

L'articolo 17 della Legge n. 25 del 1951, in vigore dal 15 febbraio 1951, è poi stato soppresso con Decreto del Presidente della Repubblica del 29/01/1958 n. 645 Articolo 288, a decorrere dal 1° gennaio 1960.

Un primo limite del metodo della progressione continua è la necessità di operare in un intervallo di reddito definito superiormente e inferiormente. Questo intervallo non può che essere scelto per approssimazione e quindi in un certo senso arbitrariamente.

Un secondo limite è pratico. I limiti dell'intervallo di reddito nel quale viene calcolata l'aliquota d'imposta devono essere modificati nel tempo per mantenere costante il rapporto tra valore reale e valore nominale della moneta.

Un terzo limite è l'approssimazione insita nel cuore stesso del rapporto tra imposta progressiva e teoria del sacrificio. Non è possibile calcolare esattamente il sacrificio dell'imposta, mentre la progressività continua dell'imposta assume come dato che esista un'equivalenza lineare tra imposta e sacrificio.

Nonostante questi limiti, che praticamente ne riducono l'utilizzazione, la progressività continua dell'imposta rimane il metodo di calcolo che più si avvicina alle condizioni di equità.

Progressività per fasce di reddito

I metodi che utilizzano la progressività per fasce di reddito sono tentativi di semplificare, spesso non riusciti, e annacquare, sovente riusciti, i metodi matematici utilizzati per il calcolo della progressività continua.

Il metodo della progressività per classi di reddito è il tentativo maldestro di semplificare il calcolo limitandosi a ridurre il numero delle aliquote, ampliando di conseguenza la fascia di reddito alla quale ciascuna aliquota viene attribuita. Poiché per ogni fascia di reddito l'aliquota viene applicata a tutto l'imponibile, vengono introdotti negli esiti del calcolo gli effetti della discontinuità.

Con questo metodo accade che il valore dei redditi netti prossimi al passaggio di aliquota si inverta. Il reddito post imposte di chi è appena sotto il limite sarà superiore al reddito post imposte di chi è appena sopra il limite. Se il numero delle aliquote è ridotto si possono avere effetti paradossali. Esempio: passaggio di aliquote dal 20% al 30% a 30.000 €

Reddito Lordo Aliquota Imposta Reddito netto
29.000 € 20% 5.800 € 24.700 €
31.000 € 30% 9.300 € 20.700 €

Per evitare questo inconveniente si ricorre al metodo, un pò più complicato, della progressività per aliquote a scaglioni. Ad ogni fascia di reddito è associata un'aliquota. L'aliquota superiore si applica solo alla parte del reddito che eccede lo scaglione inferiore.

La progressività per aliquote a scaglioni è stata introdotta in Italia con la tabella allegata all'Articolo 11 del Decreto del Presidente della Repubblica del 29/09/1973 n. 597. Istituzione e disciplina dell'imposta sul reddito delle persone fisiche. (GU Serie Generale n.268 del 16-10-1973 - Suppl. Ordinario n. 1).

Trentadue aliquote. Dal 10% per i redditi inferiori a 2 milioni di lire al 72% per i redditi superiori a 500 milioni di lire.

Progressività per sottrazione

La sottrazione dal reddito o dall'imposta di una uguale parte di reddito o di imposta rende progressiva l'aliquota. Gli effetti di questa sottrazione sulla progressività dell'aliquota variano in funzione dell'entità della parte sottratta.

La riduzione della base imponibile prima del calcolo dell'imposta si dice deduzione. La diminuzione dell'imposta dopo il calcolo si dice detrazione.

Il limite sostanziale di questo metodo è l'assoluta arbitrarietà con la quale viene applicato.

Osservazioni finali

Data la difficolta di calcolare in modo semplice, ma matematicamente corretto, la progressività continua dell'imposta ed essendo aleatoria la determinazione legislativa della progressività con i metodi empirici (classi, etc.), si può immaginare di aggredire il problema dal punto di vista qualitativo anziché quantitativo.

Si può, ad esempio, immaginare una progressività dell'imposta calcolata in funzione delle necessità vitali dell'individuo, rispetto alle quali si possono quindi individuare quattro categorie di reddito: a) vitale, b) necessario, c) agiato, d) superfluo.

Le categorie estreme richiedono evidentemente un trattamento fiscale qualitativamente diverso rispetto alle altre. Lo strettamente necessario alla vita verosimilmente richiederà un'integrazione del reddito anziché una sua decurtazione, ad esempio, sotto forma di imposta negativa; mentre il superfluo glorioso porrà il problema della tassazione delle rendite e dei capitali nel modo socialmente più efficiente che può non coincidere con la progressività della tassazione. In questo senso si giustificherebbe anche l'introduzione di un'aliquota additiva per chi abbia svolto attivita politica.

Ripensare la crisi

20.09Robert Skidelsky, professore emerito di economia politica alla Warwick University, si è chiesto, in un articolo su Project Syndicate, perché, a differenza della Grande Depressione degli anni '30 che ha prodotto l'economia keynesiana e della stagflazione degli anni '70 che ha dato origine al monetarismo di Milton Friedman, la Grande Recessione non abbia suscitato alcuna risposta da parte degli economisti.

Amol Agrawal, docente all'Università di Ahmedabad, invece ha notato come, dopo la crisi finanziaria del 2008, si sia registrato un aumento delle discussioni sull'economia della distribuzione a partire dal fondamentale contributo di Thomas Piketty nel 2013.

Mi sembra che l'esperienza delle crisi ci costringa a cambiare il modo di pensare le crisi. Se l'economia keynesiana ha prodotto Milton Friedman e se il monetarismo ha prodotto Thomas Piketty che cosa dobbiamo attenderci dalla financial economics?

P.S. - L’eredità di Irving Fisher. Che in economia le certezze siano ormai molto poche lo provano anche le considerazioni sulle teorie del neoeconomista turco Recep Tayyip Erdogan.

Tombeau pour Clément Rosset

19.09La filosofia hegeliana appare come l'essenza stessa del pensiero oracolare: essa annuncia nel reale la manifestazione di un Reale altro di cui non possiamo dubitare, poiché è già interamente presente a livello del reale immediatamente percepito. È l'altro dal sensibile che spiega il sensibile, come è l'altro dal pene (le phallus) che dà il suo senso al pene. Senza le phallus il pene non esiste; dunque le phallus esiste; ora, le phallus non è altro che il pene, come tutti sanno. Da qui la denegazione costante, inevitabilmente maniacale, all'apparenza; il pene è le phallus fintanto che non lo è, e viceversa; l'essere non è l'essere, o piuttosto non lo è fintanto che non è lui; il bianco non è il nero fintanto che non lo è, o non lo è che nella misura in cui il nero è, giustamente, il bianco.

Nel discorso c'è un busillis

18.09Il criterio ultimo sul quale è fondato il diritto è extragiuridico, cioè non appartiene al diritto. Se riteniamo che questo criterio ultimo sia una convenzione sociale, allora un diritto fondato su una una moralità per accordo è una possibilità da considerare.

Per Gauthier - scrive Antonino Rotolo a pagina 25 di Perché il diritto è una convenzione? - vi sono buoni motivi per ritenere che un agente egoista e strategicamente razionale debba scegliere di cooperare. Se questo fosse possibile, saremmo in grado di fornire alcune condizioni in base alle quali una scelta "morale" di tipo cooperativo possa essere pienamente compatibile con un atteggiamento egoista.

Rotolo sintetizza la posizione di Gauthier in questo modo:

1. Si consideri il caso di un agente che sa che si troverà in futuro ad affrontare il dilemma del prigioniero e che deve decidere ora se cooperare oppure se essere egoista.

2. Per un agente, decidere non significa scegliere direttamente una certa strategia, quanto adottare una tra due possibili disposizioni al comportamento (o tratti psicologici): (i) la disposizione di chi è condizionatamente incline a basare le proprie azioni su strategie comuni o a pratiche condivise, laddove l'utilità attesa derivante da tali strategie e pratiche, se comuni e condivise, non sia inferiore a quella che potrebbe ottenere se ciascuno agisse in modo puramente strategico oppure la disposizione di chi agisce di fatto sulla base di questa inclinazione condizionata, se l'utilità attesa è maggiore di quella che potrebbe ottenere se ciascuno agisse in modo puramente strategico; (ii) la disposizione di chi cerca di massimizzare la propria utilità tenendo conto delle strategie degli altri [※ p. 167]. La prima disposizione è moderatamente cooperativa; la seconda è puramente strategica e corrisponde a quella assunta classicamente per ogni agente nella teoria dei giochi.

3. Date queste due disposizioni, un agente in grado di leggere il pensiero degli altri agenti sarebbe nelle condizioni ideali per escludere dalle proprie attività di cooperazione tutti coloro che sono opportunisti e non-cooperativi. Ciascuno di essi, peraltro, saprebbe che è meglio diventare il tipo d'individuo di cui fidarsi, quel tipo di individuo che vuole cooperare nel dilemma del prigioniero. Quindi, se potessimo leggere nel pensiero degli altri, sarebbe razionale adottare la disposizione a cooperare.

4. Quanto ipotizzato al punto 3 richiede però una condizione, quale la capacità di leggere nel pensiero, che ovviamente non è possibile realizzare. Tuttavia, è realistico ipotizzare che esista una certa probabilità che coloro che sono opportunisti siano individuati e, quindi, esclusi dalle nostre attività cooperative. Questa ipotesi pare verosimile se si accetta l'assunzione della translucenza, in base alla quale le persone non sono né trasparenti né opache, in modo tale che la loro disposizione a cooperare sia accertabile da altri, non con certezza, ma almeno non come risultato di una mera congettura [※ p. 174]

5. In conclusione, può essere razionale cooperare quando gli agenti che scelgono la disposizione a cooperare sono sufficientemente numerosi nella popolazione in cui operano e hanno una sufficiente capacità di riconoscersi e d'individuare gli opportunisti ⚛

Ma - conclude Rotolo - Il ragionamento di Gauthier conferma semplicemente l'idea secondo cui è razionale essere cooperativi solo quando la maggior parte degli altri lo è e quando sappiamo come riconoscere gli opportunisti.

Nel discorso c'è un busillis, che ha a che fare con la definizione del termine convenzione. Nella nostra mente, una convenzione è:

  1. un impegno, un accordo fra due o più parti, cioè un contratto
  2. una consuetudine, cioè un uso accettato da tutti

Ma, una consuetudine non è un contratto.

Il fantasma dell'autonomia

17.09Il cedimento della distinzione tra ordine internazionale e ordini interni contraddistingue la storia degli ultimi due secoli. Tutte le grandi crisi rivelano il rapporto inscindibile tra l'ordine internazionale e l'ordine interno; in questo senso, tutte le grandi crisi sono processi globali. Contrariamente a ciò che impone di credere la finzione della sovranità, gli ordini politici interni non sono mai completamente autonomi rispetto all'ordine internazionale e viceversa.

La consapevolezza di questa duplice permeabilità storicamente ha portato ad una più estrema forma di non autonomia. Oltre che non autosufficienti e non indipendenti, infatti, ordini interni e ordine internazionale possono scegliere di immischiarsi ciascuno nel dominio dell'altro, pregiudicandone attivamente l'autonomia. Anche questa incrinatura del principio di autonomia opera in tutte e due le direzioni. Possono essere i titolari dell'ordine interno a sforzarsi di manipolare o plasmare l'ordine internazionale, almeno per evitare che la pressione di quest'ultimo pregiudichi la natura o la sopravvivenza del proprio ordine interno. Questa è, per esempio, la preoccupazione che ha sempre contraddistinto e continua a contraddistinguere la politica estera degli Stati Uniti.

Inizio a risparmiare domani

16.09Thaler e Benartzi hanno analizzato (e commercializzato) un piano denominato “Save more tomorrow™” (Risparmia di più domani), secondo il quale gli individui tipicamente riluttanti a risparmiare sottoscrivono volentieri un piano che genera una deduzione retributiva in percentuale per un risparmio che inizia “domani”, e nel quale da quella data in poi la quota dei versamenti aumenta progressivamente fino a raggiungere un rapporto di risparmio prestabilito.

Il proposito di Thaler è di offrire alle persone l'opzione di decidere - ora per allora - di aumentare i loro tassi di risparmio più tardi, quando riceveranno il prossimo aumento di stipendio. Legando gli incrementi del tasso di risparmio agli aumenti della retribuzione, si sarebbe evitata l'avversione alla perdita. Chiedendo agli interessati di prendere una decisione che avrà effetto in un momento futuro, si attenua l'orientamento al presente.

L'idea che regge i piani pensionistici del tipo Save more tomorrow (SMarT) si basa sull'errata percezione che i lavoratori hanno del proprio salario. Come già notava Keynes i lavoratori ragionano in termini di salario nominale e non di salario reale. Non tengono conto dell'inflazione e così come sono restii ad accettare una riduzione del salario nominale tendono a considerare, almeno nell'immediato, ogni aumento nominale come un aumento reale del proprio salario. Sfruttando questa errata percezione gli psicoeconomisti Thaler e Benartzi hanno proposto di collegare ad ogni aumento salariale un aumento percentuale del risparmio.

In questo modo quella che con il ripetersi degli aumenti diventa una riduzione del salario reale spendibile non viene percepita come tale e di conseguenza viene accettata con maggior favore di una riduzione salariale identica o minore, ma immediata. Il fine dichiarato di questo inganno percettivo sarebbe paternalistico. Aiutare i lavoratori a risparmiare di più. Però la questione non è così semplice.

Lo schema di Thaler e Benartzi non influisce sul rendimento, ma sull'accumulo delle risorse. Questo modo di pensare sposta il fulcro del risparmio dal tasso di rendimento all'importo versato dai lavoratori. Per questo motivo può ingannare la percezione che ha l'investitore sulla reale efficacia dello schema. Può, inoltre, rendere più attraente l'investimento in uno specifico fondo senza una reale motivazione economica che lo renda più performante.

Dal punto di vista dell'organizzazione sociale si danno due modelli previdenziali: quello, che approssimativamente potremmo chiamare bismarckiano, dove il risparmio previdenziale è obbligatorio e dove tutti i lavoratori indistintamente sono idealmente tassati alla fonte per un'identica percentuale del reddito e quello dove il risparmio previdenziale non è obbligatorio e ciascun individuo deve provvedere ad esso direttamente. Si noti come nel primo caso il risparmio previdenziale non distorce la concorrenza fra le imprese, mentre nel secondo si. In questo secondo caso l'impresa che, pagando meno i lavoratori paga anche meno contributi pensionistici, scarica sulla comunità e sulla previdenza publica gli oneri previdenziali ha un vantaggio competitivo sulle altre.

Lo schema previdenziale immaginato da Thaler, inducendo di fatto i lavoratori a ridurre il proprio salario reale, ha l'indubbio pregio di far ricadere una quota maggiore del carico previdenziale sul singolo lavoratore, riducendo di conseguenza sia l'onere per l'impresa che per la collettività, ma non elimina la distorsione della concorrenza.

Naturalmente in un mondo ideale l'impresa più concorrenziale ha più utili e paga più imposte. In questo mondo il ciclo economico ritorna su sé stesso. Il risparmio di oneri previdenziali dell'impresa si trasforma in maggiori imposte, che ritornano, attraverso lo Stato, ai lavoratori meno concorrenziali come assistenza.

Per questo ho deciso di iniziare a risparmiare domani.


Pourvu que Charles Richard-Hamelin ne tombe jamais sur le Géorgien Héraclius Djabadary, l’un des pires compositeurs de l’histoire... Pas vrai.

Il voto economico retrospettivo

15.09Il metodo democratico consente di sostituire i governi senza spargimento di sangue. Desiderare di cambiare governo significa ammettere di essere insoddisfatti del suo operato. Finché la pregiudiziale ideologica ha operato, protetta dalla sostanziale impossibilità dell'alternanza di governo, la scelta elettorale si poneva come una dichiarazione di appartenenza senza relazione con il ciclo economico. Da quando il voto economico retrospettivo ha sostituito il voto ideologico il giudizio dell'elettore sulla situazione economica influenza direttamente il voto. Al di là di questa ovvia constatazione credo non si possa (per motivi matematici) e forse neppure si debba andare (per motivi politici).


Dai commenti al discorso di Fausto Bertinotti. All'inferno sarai condannato a sostenere per l'eternità il governo Prodi.

Lo pseudonimo è un segno

14.09Lo pseudonimo è da sempre considerato uno strumento di protezione dal potere politico e più in generale dall'ingerenza altrui. Ma a volte può rivelarsi un sintomo, altre una moda. In ogni caso è un segno.

Tutto il resto non può che rimanere in dubbio

13.09Perché non c'è risposta alla domanda: perché c'è qualcosa anziché nulla? La domanda perché c'è qualcosa anziché nulla? presuppone la presenza di qualcosa. Ma, mi chiedo, è effettivamente possibile dimostrare l'esistenza di qualcosa, anziché di nulla, in modo così chiaro e semplice che possa essere dato come presupposto in un discorso? Mettiamola così: Se sai che qui c'è il rosso di una rosa allora ti concedo tutto il resto. Se non lo sai allora anche tutto il resto non può che rimanere in dubbio.

MP

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