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Votare in tempo di crisi

Il quintile inferiore — gli americani poveri — ha guadagnato il 2,2% di tutti i redditi da lavoro nel 2013, ma dopo l'aggiustamento per imposte e trasferimenti del welfare la sua quota di reddito spendibile è salita al 12,9%. Il terzo quintile — gli americani a reddito medio — è passato dal 12,6% del reddito da lavoro al 15,4% del reddito spendibile. Ovvero ― prosegue Greg Mankiw ― quando ci si sposta dal quintile più basso a quello medio l'aliquota marginale effettiva dell'imposta diventa il 76%

1 − (15.4 − 12.9) (12.6 − 2.2) = 76%

Se l'idea che la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali del 2016 sia dovuta, almeno in parte, all'irritazione verso il Democratici per lo schiacciamento dei redditi causato dallo straordinario welfare state americano è verosimigliante, allora uno degli errori del discorso progressita è stato quello di confondere povertà e disuguaglianza.

P.S. Però sui dati, molto partigiani, che reggono il ragionamento non ci metto la mano sul fuoco.

American Default

L'economia americana è forte perché nessuno crede che l'America verrebbe meno al proprio debito. Eppure, nel 1933, Franklin D. Roosevelt fece proprio questo. Nel tentativo di tirare il paese fuori dalla depressione, deprezzò il dollaro rispetto all'oro, annullando di fatto tutti i contratti di debito. American Default è la storia di questo capitolo dimenticato della storia americana.

Molti economisti ritengono che la cosa più importante che FDR ha fatto per aiutare l'economia a riprendersi dalla Grande Depressione sia stata quella di abbandonare il gold standard. Dal 1933 al 1937 negli Stati Uniti all'espansione della massa monetaria - 11% all'anno - seguì un aumento del prodotto interno lordo del 12% annuo.

Ma la vera questione posta dal libro ruota intorno al potere del Congresso di modificare retroattivamente i contratti. Il 5 giugno 1933 il Congresso aveva approvato una risoluzione che annullava le clausole auree passate e future. Il 18 febbraio 1935, i giudici della Corte Suprema decisero (5 a 4) a favore del governo, e contro gli investitori che chiedevano un indennizzo. It is not far-fetched to think that it may happen again.

P.S. Invece in Italia il principio della irretroattività delle leggi viene utilizzato per giustificare il mantenimento di situazioni di privilegio che contrastano con un altro principio fondamentale, quello di uguaglianza.

Cosmopolitismi

Inizio con qualche considerazione generale. Un modo come un altro per tourner en ronde [cincischiare].

La seconda modernità, quella nella quale viviamo, è caratterizzata da conflitti che derivano dallo scontro, reso inevitabile dalla caduta delle barriere geografiche, tra visioni del mondo incommensurabili. Il cosmopolitismo universalista, che sogna una «comunità mondiale della specie umana», come la immaginavano Immanuel Kant, Karl Popper e molti altri è esposto all'accusa di imperialismo ed è anche paradossalmente l'ultimo travestimento dell'utopismo chiliastico. Come alternativa Ulrich Beck propone una qualche forma di tolleranza costituzionale:

Gli stati cosmopoliti possono teoricamente essere fondati sul principio dell'indifferenza nazionale dello stato. È un concetto che evoca il modo in cui, nel Seicento, la pace di Vestfalia pose fine alla guerra civile di religione, chiamata guerra dei Trent'anni, mediante la separazione della chiesa dallo stato. In modo simile, la separazione tra stato e nazione può essere la soluzione ad alcuni problemi e conflitti globali del XXI secolo. Ad esempio, proprio come lo stato laico ha infine reso possibile la coesistenza pacifica di più religioni, così lo stato cosmopolita potrebbe creare le condizioni affinché più identità nazionali e religiose possano coesistere in virtù del principio della tolleranza costituzionale. [ ⚛ pp. 264-265]

Tolleranza e costituzione sono termini apparentemente incompatibili. Il collettivo non tollera differenze. La tolleranza, come dice Popper, è una questione individuale. Posso essere tollerante, ma solo con chi è tollerante con me e posso anche scegliere di non esserlo se le differenze dell'altro individuo non mi piacciono.

Come - fortunatamente - molti altri, io sono un appassionato sostenitore della libertà e della tolleranza, e più specificamente della libertà individuale e della tolleranza delle differenze individuali. [Popper, 2009, p. 387]

Come ci si dovrà comportare con un partito che ha come programma il cambiamento della costituzione?

Alla domanda se un simile partito abbia il diritto di pretendere di essere tollerato, le teorie della democrazia e della tolleranza forniscono, ritengo, una risposta chiara. La risposta è: no. Non dobbiamo tollerare neppure la minaccia d'intolleranza; e non dobbiamo tollerarla se la minaccia si fa seria [Popper, 2009, p. 435]

Ovvero, la tolleranza ha un limite nell'intolleranza.

la tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi. In questa formulazione, io non implico, per esempio, che si debbano sempre sopprimere le manifestazioni delle filosofie intolleranti; finché possiamo contrastarle con argomentazioni razionali e farle tenere sotto controllo dall’opinione pubblica, la soppressione sarebbe certamente la meno saggia delle decisioni. Ma dobbiamo proclamare il diritto di sopprimerle, se necessario, anche con la forza; perché può facilmente avvenire che esse non siano disposte a incontrarci a livello dell’argomentazione razionale, ma pretendano ripudiare ogni argomentazione; esse possono vietare ai loro seguaci di prestare ascolto all’argomentazione razionale, perché considerata ingannevole, e invitarli a rispondere agli argomenti con l’uso della violenza. Dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti.

Tutti i ragionamenti di Popper sembrano essere svolti in funzione della giustificazione dell'intolleranza verso gli intolleranti.

Ma a parte l’intolleranza, vi sono ancora altre follie che noi non dovremmo tollerare; soprattutto quella follia che fa sí che gli intellettuali seguano le ultime mode; quella follia che ha spinto molti scrittori a adottare uno stile oscuro e che vuole impressionare, quello stile criptico che Goethe ha criticato in modo cosí radicale nel Faust (per esempio la tavola della moltiplicazione delle streghe). Questo stile, lo stile delle parole grandi e oscure, delle parole pompose ed incomprensibili, questo modo di scrivere non dovrebbe affatto essere ammirato e neppure tollerato dagli intellettuali. Esso rende possibile quella filosofia che è stata descritta come relativismo; una filosofia che porta alla tesi che tutte le tesi sono intellettualmente piú o meno difendibili. Tutto è accettabile! Cosí il relativismo porta all’anarchia, alla mancanza di leggi, e al dominio della violenza. [Popper, 1989]

La tolleranza postula invece l'idea che l'altro possa avere ragione. Se non siamo disposti ad ammettere che l'altro potrebbe avere ragione viene meno ogni possibile tolleranza delle idee altrui. Ma viene meno anche ogni possibilità di comprendere l'altro che non sia uguale a noi. Insomma non mi pare che in Popper vi sia un reale interesse verso la diversità che genera la tolleranza.

Per Jean Jolivet

La noetica d'Ibn Rushd in quanto psicologia di un soggetto decentrato non può che condurre ad un'etica del decentramento.

Le monopsychisme averroïste est incompatible avec l'éthique averroïste de la contemplation. Le paradoxe de l'«averroïsme éthique» c'est que pour être éthique il lui faut cesser d'être averroïste - paradoxe que l'on peut formuler ainsi: c'est dans l'aristotélisme albertiste que la revendication averroïste où culmine la philosophie péripatéticienne trouve sa «vérité» et son manifeste, non dans la noétique d'Ibn Rushd. C'est par la version albertiste de l'averroïsme que la psychologie, science du vivant animé, communique avec la théologie: en tant qu'elle est, dans sa partie suprême, science de l'homme, et plus précisément, selon les termes mêmes d'Aristote, «science de la partie fondamentale et la meilleure de de l'homme».

Dottrine in cui il soggetto empirico è solo un fugace incidente in un'eternità che lo circonda e dove trova la sua salvezza solo lavorando per annullarsi in essa.






Questioni di imputabilità

Quando si valuta il comportamento di una persona colpevole di un reato occorre distinguere se l'azione è stata commessa per ottenere un guadagno economico, o no.

Nel primo caso non ci sono dubbi sulla volontarietà dell'azione. Un reato che comporta un interesse economico è sempre volontario dal punto di vista psicologico, anche se possono esserci dubbi sulla sua volontarietà dal punto di vista sociale. Il povero che ruba un pezzo di formaggio al supermercato non è del tutto libero, ma è condizionato dalla sua situazione sociale.

Nel caso, invece, dell'azione criminale che non ha una motivazione economica neppure remota, cioè non determina in alcun caso un guadagno per la persona che la commette, si deve supporre, sempre, l'esistenza di un'alterazione della facoltà di giudizio.

Nell'ordinamento giuridico l'imputabilità, fondata sulla volontarietà dell'atto, è, o dovrebbe essere, determinata dal tipo di motivazione psicologica che determina l'azione. Ma, su questo argomento, sia nella giurisprudenza, che nell'applicazione della legge, regna molta confusione. Il caso di Adam Kabobo ne è un esempio.

Mada «Adam» Kabobo

Si chiama Mada Kabobo ma dice di chiamarsi Adam. E così vuole essere chiamato. Adam, ovvero Mada al contrario. Mada Kobobo arriva in Italia nell’estate del 2011. Si presenta al centro accoglienza richiedenti asilo politico di Bari. La sua domanda viene respinta e lui fa ricorso, per questo non può essere espulso. I problemi cominciano subito: il primo agosto 2011 si distingue nella rivolta nel Cara di Bari. Viene arrestato per danneggiamento, furto, resistenza. Rimesso in libertà un mese dopo. I carabinieri di Foggia lo pizzicano per una rapina e lo rispediscono in carcere. Dove il 19 gennaio 2012 va in escandescenze durante una protesta e spacca una tv, rimediando un’altra denuncia per danneggiamento.

L’11 maggio 2013 Adam Kabobo si aggira all’alba in via Monte Grivola a Milano, armato di una spranga recuperata in un parcheggio, in evidente stato di alterazione si scaglia senza motivo contro un 24enne che tornava dal turno nel supermercato. Il ragazzo va a farsi medicare al pronto soccorso di Niguarda. Dopo una ventina di minuti incrocia un passante in via Passerini, un operaio 50 enne, e lo colpisce alla testa. Nessuno chiama i carabinieri. A quel punto Kabobo raccoglie un piccone in un vicino cantiere e alle 6.30 del mattino incrocia un pensionato di 64 anni. Lo colpisce alla testa e all’addome in via Adriatico, le ferite sono mortali. In piazza Belloveso vede un uomo seduto davanti al bar e lo colpisce più volte alla testa, uccidendolo. In via Monte Rotondo aggredisce alle spalle un ragazzo mentre scarica giornali davanti all'edicola. Il ragazzo muore per le numerose ferite alla testa.

I periti d'ufficio, lo psichiatra Ambrogio Pennati e la criminologa Isabella Merzagora, nella perizia, disposta con la formula dell’incidente probatorio, scrivono che Kabobo «è capace di coscientemente partecipare al procedimento» e potrà essere processato per il triplice omicidio. Secondo i periti, al momento del fatto aveva una capacità di intendere «grandemente scemata, ma non totalmente assente», e la capacità di volere era «sufficientemente conservata». In lui è stata rilevata "una determinazione a uccidere che alberga nel sentimento di rancore che lo assediava e non nel soggiacere alle voci" "Se come sostiene la difesa si fosse trattato di finalità patologica perseguita da Kabobo, se costui avesse agito privo di volontà, sostenuto soltanto da impulsi nati, sviluppati e determinati in via esclusiva dalla patologia che s’era impadronita completamente di lui", si legge, "le sue azioni e il suo comportamento non sarebbero risultati in contatto con la mutevole realtà degli eventi che egli ha vissuto nelle due ore che ha impiegato per completare il suo percorso di sangue. Anche le esecuzioni degli omicidi avrebbero assunto modalità diverse; egli avrebbe fatto scempio delle vittime e non avrebbe compiuto le condotte predatorie"

La Corte d’Assise d’Appello di Milano condanna Mada Kabobo a 20 anni di carcere e tre anni di casa di cura, riconoscendo il vizio parziale di mente.

Le condizioni di salute mentale di Adam Kabobo sono incompatibili con il carcere. Lo ha accertato una perizia disposta dal tribunale del Riesame di Milano, che dovrà pronunciarsi sull’opportunità di scarcerare Kabobo, detenuto a San Vittore e trasferirlo in una struttura ospedaliera per detenuti affetti da problemi mentali.

Il ritorno dell'Amok

Nel racconto Wells Through a Window (Dalla Finestra) di Herbert George, pubblicato sul quotidiano Black and White il 25 agosto 1894 e riproposto nella raccolta di racconti Il bacillo rubato e altri casi del 1895 , lo scrittore narra la follia omicida di un malese, descrivendo prima l'appartarsi del uomo e il suo cattivo umore, ed in seguito la sfrenata caccia all'uomo dovuta da alcuni omicidi commessi con un Kriss da parte del malese, fino alla morte di quest'ultimo.

Nel racconto omonimo del 1922, lo scrittore austriaco Stefan Zweig lo definisce così: Amok è una parola malese che indica una follia rabbiosa, una specie di idrofobia umana... un accesso di monomania omicida, insensata, non paragonabile a nessun'altra intossicazione alcolica.

Se vuole la potenza, è l'onnipotenza che si apre a lui, ma l'onnipotenza dell'istante è l'amok, il colmo dell'impotenza.

Le cause della furia omicida, secondo gli esperti della polizia, alla fine sono insite nell'insondabile personalità dell'autore del delitto. Gli esperti di fenomeni socioculturali invece tendono ad attribuire la colpa a fattori esterni. Stress lavorativo e insuccesso, consumo eccessivo di film violenti, libero accesso alle armi, disoccupazione, dissapori privati, tutto ciò indurrebbe un uomo a trasformarsi in un assassino. Nostri contemporanei più compassionevoli ipotizzano come causa la furia cieca, il desiderio di rivalsa per un torto subito o magari profondi disturbi compulsivi, depressioni, psicosi. Evidentemente la cultura occidentale è riuscita a interpretare la furia omicida solo come malattia o come momento di pazzia causato da circostanze avverse. [..] Le obiezioni sono evidenti. I casi di furia omicida sono così rari, che risulta impossibile spiegarli in base a fattori tanto comuni in una società.

Il DSM-4 inserisce l'amok fra le sindromi culturalmente determinate e ne dà questa definizione.

Amok Un episodio dissociativo, caratterizzato da un periodo di incubazione seguito da una esplosione di comportamento violento, aggressivo, o anche omicida, diretto verso persone e oggetti. Gli episodi tendono a essere precipitati dall'impressione di ricevere offese o insulti, e sembrano frequenti solo tra i maschi. Gli episodi sono spesso accompagnati da idee persecutorie, automatismi, amnesie, esaurimento, e si ha ritorno alla condizione premorbosa dopo l'episodio. In certi casi l'amok può manifestarsi nel corso di un episodio psicotico breve, oppure rappresentare l'esacerbazione di un processo psicotico cronico. I resoconti originali che utilizzavano questo termine provenivano dalla Malesia. Un quadro comportamentale simile venne ritrovato in Laos, nelle Filippine, in Polinesia (cafard o cathard), nel Papua Nuova Guinea, a Portorico (mal de pelea), e tra i Navajo (iich'aa).

Il DSM-5 non comprende più questa entità nosologica. Ma, se vedo qualcuno correre in strada con un coltello in mano so che si tratta di Amok.

Ibn Tufayl (Abubacer)























MP

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