Leo Strauss

Orlo della scrittura e scrittura dell'orlo

Basandosi sulla Settima lettera di Platone, posto che sia stata scritta da Platone, Leo Strauss, nella recensione al libro su Platone di John Wild, afferma l'incomunicabilità del sapere attraverso la parola scritta, non della scienza, ma del sapere, quello che costituisce l'uomo - l'insegnamento serio -, e su questa affermazione costruisce - scrive - un'interpretazione del pensiero o se preferite una lettura dell'opera di Platone. Lettura che presuppone la con-prensione di Nietzsche.

La Settima lettera non condanna il tentativo di scoprire l'insegnamento serio perché, dato che quest'ultimo è considerato il vero insegnamento, tale condanna equivarrebbe ad una condanna della filosofia; la Settima lettera nega semplicemente che l'insegnamento serio sia comunicabile come lo sono altri insegnamenti.

Secondo la Settima lettera, nulla avrebbe impedito a Platone di scrivere sugli argomenti più elevati in modo tale da fornire piccoli suggerimenti a coloro per i quali sarebbero stati sufficienti e quindi non comunicando nulla degli argomenti più elevati alla grande maggioranza dei lettori. Nei dialoghi vi sono prove sufficienti a dimostrare che questo è esattamente ciò che Platone ha fatto 29 e che quindi i dialoghi hanno la funzione non di comunicare ma di lasciare intendere le verità più importanti ad alcuni, svolgendo allo stesso tempo la funzione molto più ovvia di produrre un effetto salutare (civilizzante, umanizzante e catartico) su tutti.

Non occorre la prova della Settima lettera per capire che Platone vietava l'esposizione scritta del proprio insegnamento. Dal momento che Platone ha evitato di presentare il suo insegnamento più importante con tutta chiarezza, il divieto di esporre per iscritto il suo insegnamento è autoimposto: chiunque presenti tale esposizione si rende, per usare una espressione tipicamente platonica, ridicolo in quanto può essere facilmente confutato e disorientato dai passaggi dei dialoghi che contraddicono la sua esposizione.

La sensazione è, in un certo senso, che Leo Strauss si contraddica, forse volutamente o forse inevitabilmente. Chi abbia presente l'accanimento di Popper nell'individuare in Platone il padre del totalitarismo moderno si stupirà nel leggere che:

Platone ha composto i propri scritti in modo da impedirne per sempre l'utilizzo come testi autorevoli. I suoi dialoghi non ci forniscono tanto una risposta all'enigma dell'essere quanto un'imitazione particolarmente articolata di quell'enigma. Il suo insegnamento non può mai diventare oggetto di indottrinamento. In ultima analisi i suoi scritti non possono essere utilizzati per nessun altro scopo se non quello di filosofare. In particolare, nessun ordine sociale e nessun partito che sia mai esistito o che mai esisterà potrà indicare legittimamente in Platone un suo sostenitore.

Che cosa significa tutto questo? Che gran parte della filosofia è un vuoto gioco di parole, al quale ciascuno dà il proprio significato, che trova un senso solo in sé stesso e nella necessità di colui che si presenta come filosofo di mostrare un discorso, il proprio, quale che sia?

Questo non significa che l'interpretazione di Platone sia essenzialmente arbitraria, ma significa, al contrario, che le regole di esattezza che governano l'interpretazione delle opere di Platone sono molto più rigorose di quelle che regolano l'interpretazione della maggior parte delle opere.

Che in Nietzsche ci sia qualcosa che "non torna"

Nella lettera del 25 giugno 1935 a Löwith

Caro Löwith. Ho appena completato la lettura del suo libro su Nietzsche [..] Da vecchio nietzscheano quale... ero, mi riguarda direttamente. [..] Direi che la sua interpretazione di Nietzsche è l'unica che conosco che costringa a un effettivo confronto - non con Nietzsche, ma con la verità. Se in questo caso, in ciò che segue, mi concedo alcune osservazioni, devo prima premettere che io non sono affatto un esperto di Nietzsche; posso dire per contro, che fra i ventidue e i trent'anni Nietzsche mi ha così dominato e stregato al punto che gli credevo sulla parola in tutto, per quel che ne comprendevo - che era solo una parte del suo pensiero, proprio come il suo volume mi fa ben vedere. Che in Nietzsche ci sia qualcosa che non torna, lei lo ha dimostrato in modo convincente, benché la sua critica alla tesi di Emmerich circa l'identità della volontà di potenza e dell'eterno ritorno mi lasci dubbioso. La mia perplessità si concentra intorno all'orientamento della critica, la quale ritengo non renda giustizia a Nietzsche. [..] L'eterno ritorno [..] o più precisamente l'essere pronti a sopportarlo, è la conditio sine qua non di una morale veramente naturale. A ragione lei dice: l'eterno ritorno è incompatibile con la volontà di futuro; io per contro, chiedo: la volontà è necessariamente volontà di futuro? Sì, nel mondo moderno; no, per gli antichi. In generale: non dimentichi che prima della Stoa un problema della volontà non esiste. Brevemente: con ciò intendo che lei non dà abbastanza peso alle intenzioni di Nietzsche che vanno oltre la sua dottrina. Non entra nel merito. Non è sufficiente fermarsi al punto in cui Nietzsche non torna più, ma bisogna chiedersi se lo stesso Nietzsche non sia stato infedele alla sua intenzione di ripetere l'antichità; e questo a causa del suo essere condizionato dai presupposti moderni, così come dalla polemica contro di essi.

MP

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Leo Strauss (1899-1973)
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da collocare

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